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CELEBRAZIONE PENITENZIALE:
DALL’ABBANDONO IN DIO ALL’ACCETTAZIONE DEL FRATELLO

P. Carmelo Casile

1Per questa celebrazione, partiremo dalla meditazione delle parole di Gesù in Croce. Le proclamiamo prima in forma schematica per poi passarle in rassegna, riferendole alla nostra vita.

  1. Gesù diceva: Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno, Lc 23, 34
  2. In verità ti dico: oggi sarai con me in paradiso, Lc 23, 43
  3. Donna, ecco il tuo figlio… Ecco la tua madre, Gv 19,26-27
  4. Gesù gridò a gran voce: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?, Mt 27,46; Mc 15,34 cf Sal 22, 2
  5. Ho sete!, Gv 19,28
  6. Tutto è compiuto, Gv 19, 30
  7. Gridando a gran voce disse: Padre, nelle tue mani affido/consegno il mio spirito. Detto questo spirò, Lc 23, 46 (cf Sal 31, 6); emise lo s/Spirito, Gv 19, 30.

1. L’abbandono in Dio

Vogliamo approfondire le parole di Gesù in Croce sotto il profilo dell’abbandono o della fiducia in Dio. Sono quattro gli aspetti che possiamo considerare. Anzitutto nel gesto di abbandono troviamo il comune denominatore delle parole di Gesù. In secondo luogo scopriamo come sul Calvario sia pure presente la terribile esperienza dell’essere abbandonati da Dio e come emerge anche il rischio di abbandonare Dio. Infine scopriamo che il Calvario è il luogo del più radicale abbandono in Dio.

l. – Le parole di Cristo in Croce hanno come comune denominatore un gesto di abbandono

Ripercorriamo le sette invocazioni sotto questo profilo:

– Gesù abbandona qualunque ritorsione contro i suoi persecutori;

– il ladro abbandona la sua immagine negativa e si apre alla speranza della salvezza;

– Gesù abbandona madre e discepolo;

– il Padre abbandona il proprio figlio al suo destino di morte;

– Cristo si congeda dall’esistenza terrena, consapevole che tutto si compie con l’abbandono/effusione del suo Spirito (effusione della quale egli ha “sete”, ossia l’ardente desiderio) e con la consegna della propria vita nelle mani del Padre.

2. – Sul Calvario è pure presente l’esperienza dell’essere abbandonati da Dio

Ad essere abbandonati da Dio:

– potrebbero risultare i crocifissori di Cristo, se egli non li scagionasse agli occhi del Padre;

– potrebbe essere il ladro, se egli non ne esaudisse l’implorazione;

– lo sarebbe per Maria e per il discepolo, se Cristo non affidasse l’una all’altro e viceversa;

– lo è senz’altro per Cristo da parte del Padre che lo lascia al suo destino di morte.

L’essere abbandonati da Dio costituisce la più drammatica esperienza per il credente e in definitiva per l’uomo in quanto tale. Ne fanno fede non pochi salmi (22, 2; 38, 22; 71, 9.11.18; 81, 13; 138, 8). La condizione più triste della città/nazione israelitica è quella di chiamarsi “Abbandonata” (Is 62, 4) e Dio non può sopportare a lungo di dover abbandonare il suo popolo (cf Os 11, 8: «Come potrò abbandonarti?»).

L’esperienza dell’abbandono da parte di Dio è espressa nel mistero degl’inferi, che dopo la discesa di Cristo non costituiscono più un destino irreversibile per l’uomo. Vale per ogni uomo l’invito di Cristo a Silvano del Monte Athos: «Tieni il tuo spirito agl’inferi e non disperare».

3. – Sul Calvario emerge anche il rischio di abbandonare Dio

Nel Calvario si riflette anche l’esperienza dell’abbandono di Dio da parte dell’uomo, che Cristo ha superato nell’orazione del Getzemani, ma che il ladro impenitente non supera e nel quale i discepoli rischiano di incorrere, disertando il maestro («mi lascerete solo», Gv 16, 32). I testi biblici che parlano dell’abbandono di Dio, dell’Alleanza, della Legge, della retta via, della tradizione dei padri ecc., sono innumerevoli. Si possono vedere Giosuè 24, Giudici l0, Geremia 2. Per superare questo rischio non c’è che abbandonarsi in Dio. E anche quest’aspetto emerge nel dramma del Calvario.

4. – Sul Calvario a nostra volta ci si abbandona a Dio

Lo ricaviamo attraverso un’ultima lettura dell’episodio:

– implicitamente i crocifissori si possono abbandonare alla misericordia divina;

– ad essa si abbandona consapevolmente il ladro;

– Maria e Giovanni, in virtù del “testamento” di Cristo, si abbandonano alla vicendevole cura;

– Cristo si abbandona nelle mani del Padre;

– i credenti sono chiamati ad abbandonarsi all’azione vivificante dello Spirito Santo che Cristo consegna loro.

L’importanza che riveste l’abbandonarsi è messa in luce da un passo di Isaia già citato: «Nel ritorno e nella quiete sarete salvati; nel far silenzio e nell’abbandono fiducioso (lett.: nell’abbandonarsi e nella fiducia) sarà la vostra forza» (30, 15).

Noteremo che il ritorno sta ad indicare la con-versione a Dio.

La quiete addita uno stato nel quale è superata ogni ansietà e ogni timore (si può vedere in merito Is 7, 4: «Stà tranquillo, non temere e il tuo cuore non si abbatta»). La “quiete” è in parallelismo con il “silenzio” che segue.

Il rapporto silenzio-speranza (la vulgata traduce “in silentio et spe”) si ritrova anche nel Sal 37, 7: «Stà in silenzio davanti al Signore e spera in lui» e nel Sal 62, 2.6: «Solo in Dio tace (nel senso di si acquieta) l’anima mia; da lui la mia salvezza».

Da notare che il termine “forza” è usato nella Bibbia come sinonimo di Dio al posto del tetragramma IHWH: si tratta della stessa forza di Dio, con la quale, ad esempio, Cristo operava segni e prodigi.

San Paolo della Croce definisce l’abbandono «il tesoro dei tesori» e raccomanda, in una sua lettera, di mettersi «nelle mani di Dio come una nave senza vele e senza remi». L’abbandono costituisce un atteggiamento di gran valore non solo sul piano propriamente spirituale, ma anche (e con ciò stesso) su quello psicologico e, di riflesso, fisico. Non si tratta di un atteggiamento passivo, ma di un modo di rapportarsi verso la realtà – interna ed esterna, sociale e cosmica, umana e divina – in vera libertà di cuore e in attitudine benevola. San Francesco di Sales lo riassume nell’espressione: «Imparare a prendere ogni cosa come capita». Bossuet lo considera «un insieme di atti di fede la più perfetta, di speranza la più totale e fiduciosa, e d’amore il più puro e il più fedele».

Risulta evidente che l’abbandono trova un insormontabile ostacolo nella diffidenza verso Dio (che rimanda al peccato originale, quando il Maligno insinuò nel cuore dell’uomo il sospetto sull’affidabilità di Dio) e nell’egocentrismo che ci ripiega su noi stessi. È Cristo, il rivelatore del Dio-Abbà, a consentirci di ricuperare l’immagine di un Dio affidabile e a inculcarci l’abbandono incondizionato nelle sue mani.

2. Dall’abbandono in Dio scaturisce l’accettazione del fratello

L’abbandono nelle mani del Padre non può prescindere dall’accettazione dei fratelli, intesa qui nel senso di perdonare. Senza il perdono la guarigione di certe ferite non è possibile e ciò blocca l’abbandono nelle mani di Dio, giacché gli stessi muri che separano i fratelli tra loro sono anche muri d’interferenza tra l’anima e Dio.

Perdonare è abbandonare o eliminare un sentimento ostile contro il fratello.

Il risentimento, prodotto dall’amor proprio, è cieco e suicida. Il risentito, infatti, immagazzina veleno nelle viscere e vive in una perenne agonia fino ad essere distrutto. Il risentimento distrugge soltanto il risentito. Dal perdono, al contrario, scaturisce la pace e nella pace si consuma l’incontro con Dio e si comincia a creare l’armonia fraterna intessuta di rispetto, comunicazione, dialogo, ospitalità, accettazione… Per vivere in fraternità è imprescindibile perdonare.

Perdonare non è facile. Con la preghiera di abbandono si deposita nelle mani del Padre la resistenza – verso il fratello, verso se stessi e verso Dio stesso – in un unico atto di adorazione, nel quale e per il quale tutti siamo uno cosa sola. Si ottiene così una riconciliazione universale: con Dio, con se stessi e con gli altri.

Nel libro Come guarire le ferite della vita, pp. 340-343, gli autori D. e M. LINN presentano le sette parole di Gesù in Croce come «l’asta per misurare il perdono» e propongono il seguente esercizio meditativo:

«Se volete perdonare come Gesù, dovete rivestirvi della mente di Gesù, finché riuscite a parlare come lui, quando disse le sue ultime parole, nell’atto supremo di perdono. Se qualcuno vi ha ferito, Gesù aspetta per dire attraverso di voi le stesse parole che pronunciò duemila anni fa sulla Croce.

Passi da fare:

  1. Scegliete una persona che vi ha ferito (a cui non siete riconoscente e verso cui non avete simpatia).
  2. Ricreate nell’immaginazione la scena della ferita, finché provate collera, paura e la reazione che avete provato al momento della ferita. Esponete questi sentimenti a Gesù.
  3. Prendete la prima delle sette parole e chiedete perdono per tutto quanto nel vostro perdono non è come in quello di Gesù.
  4. Guardando il crocifisso, continuate a ripetere quella parola, finché non riuscite a dirla come farebbe Gesù in voi. Quando ci siete riuscito, mettetela sulla Croce e prendete quella successiva, finché la Croce non sia tutta completata come segno di gratitudine perché la Croce della vostra vita s’è trasformata nella Croce redentrice di Cristo.

1. – Padre, perdona loro: non sanno quello che fanno (Lc 23, 34).

  • Per le volte in cui ho odiato il peccatore in un altro o in me stesso, invece che amare il peccatore e pregare che il Padre ne abbia cura: Signore, abbi pietà.
  • Per essere stato cieco alle pressioni e alle passate ferite che hanno spinto gli altri a ferirmi involontariamente: Signore, abbi pietà.
  • Per essere più preoccupato per come gli altri mi feriscono, invece che per come feriscono il Padre: Signore, abbi pietà.
  • Per non aver preso l’iniziativa del perdono come Gesù, ma aver aspettato finché gli altri si guadagnavano il mio perdono operando un cambiamento: Signore, abbi pietà.

2. – Oggi sarai con me in Paradiso (Lc 23, 43).

  • Per essermi basato troppo sui miei sforzi al fine di raggiungere il Paradiso, invece di chiedere e dipendere dalla tua forza: Signore, abbi pietà.
  • Per aver consentito che la sofferenza, la critica e la proiezione delle mie colpe non mi facessero vedere il lato buono di un altro: Signore, abbi pietà.
  • Per le volte in cui il mio perdono non comincia da “oggi” ma da giorni dopo: Signore, abbi pietà.
  • Per non aver voluto un altro con me, più vicino che mai, con cui condividere tutto quello che posso dare: Signore, abbi pietà.

3. – Figlio, ecco tua madre. Donna, ecco tuo figlio (Gv 19, 27).

  • Per essermi concentrato sulla mia sofferenza e solitudine, invece che sulla mia responsabilità per la sofferenza e la solitudine che provano gli altri: Signore, abbi pietà.
  • Per aver trattato gli altri come estranei, giudicandoli, ignorandoli, ascoltando le loro parole ma non badando ai loro sentimenti, di rado chiedendo aiuto, per essere così restio ad allargare la mia famiglia: Signore, abbi pietà.
  • Per le volte che ho evitato gli insulti, le umiliazioni e le ferite, invece che rimanere sul Calvario, grato di poter soffrire con Gesù e di offrire il suo amore in cambio di insulti: Signore, abbi pietà.
  • Per non aver cambiato le strutture, utilizzando le qualità degli altri, così che venga dato amore anche quando me ne sarò andato: Signore, abbi pietà.

4. – Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (Mt 27, 46).

  • Per essermi sentito triste per me stesso e per le volte che ho perso un’occasione per confidare più in Dio e per capire che potevo stargli più vicino: Signore, abbi pietà.
  • Per non aver visto i miei limiti nel reagire esageratamente alle ferite, per non aver gettato dei ponti e per aver agito freddamente a causa di ferite passate: Signore, abbi pietà.
  • Per essermi accontentato del sentimento di vicinanza a Dio, invece di cercare di avvicinarmi a lui nel prossimo: Signore, abbi pietà.
  • Per aver cercato di nascondere a Dio i sentimenti che non voglio affrontare, come la collera, la paura, la depressione, evitando di rivolgere il mio grido a Dio: Signore, abbi pietà.

5. – Ho sete (Gv 19, 28).

  • Per non aver provato sete di pensare come Gesù: Signore, abbi pietà.
  • Per la mia sete di fuggire la sofferenza, invece che di amare fino alla morte e di soffrire nell’assumermi nuovi rischi per amore: Signore, abbi pietà.
  • Per non avere una tale fame e sete di giustizia da impedire di venir ferito: Signore, abbi pietà.
  • Per aver aumentato la sete d’amore di Gesù, perché chiudendo il mio cuore si sono chiusi i cuori degli altri e sulla terra s’è diffusa la diffidenza: Signore, abbi pietà.

6. – Tutto è compiuto (Gv 19, 30).

  • Per il sentimento che il perdono fosse compiuto, se mi sentivo in pace invece che in sintonia con le sofferenze altrui, pronto a curare le ferite e a riparare i danni causati da me: Signore, abbi pietà.
  • Per aver pensato di aver finito tutto, quando ho chiesto a Dio di perdonare il male negli altri, e per non aver visto lo stesso male in me o non aver perdonato quanto Dio ha perdonato a me: Signore, abbi pietà.
  • Per aver finito di perdonare senza lanciare dei ponti e creare un ambiente più impregnato d’amore: Signore, abbi pietà.
  • Per aver finito la giornata senza guarirla, così che il mio sforzo di amare potesse partire l’indomani senza l’arretrato delle ferite: Signore, abbi pietà.

7. – Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito (Lc 23, 46).

  • Per non essermi affidato alle tue mani con la preghiera, perché mandi lo Spirito e mi guarisca come tu solo puoi guarire: Signore, abbi pietà.
  • Per non aver visto che la passione di Gesù continua nella mia vita e che le mani del Padre sono sempre presenti per trarre il maggior bene dalle sofferenze che affronto con i sentimenti di Gesù: Signore, abbi pietà.
  • Per non aver lasciato che le mie mani divengano le tue mani per cambiare quello che si deve cambiare, e per non aver lasciato che le tue mani prendano quello che non si può cambiare: Signore, abbi pietà.
  • Per non aver visto le tue mani dovunque e non averti ringraziato per la crescita concessami nell’amare te, gli altri e me stesso: Signore, abbi pietà».

A cura di P. Carmelo Casile

Casavatore, Febbraio 2015

1 Esercizio di preghiera tratto e adattato da Quaderni di Eupilio