L’ultima volta che ero stato in Tunisia c’era ancora Ben Ali e la gente sussurrava il suo nome e quello della parrucchiera che era la sua first lady con disprezzo e paura. Ma di politica non si parlava. Ed era inimmaginabile che Ben Ali potesse fuggire come ha fatto la notte del 14 gennaio 2011.

«La rivoluzione dei gelsomini», esplosa a seguito del suicidio del povero ambulante Mohamed Bouazizi a cui era stata sequestrata la merce e il carretto, ha prodotto quello che decenni di repressione avevano impedito. E Ben Ali è fuggito in Arabia Saudita, ironia della sorte, proprio lui che sembrava essere il paladino contro il fondamentalismo saudita wahabita e salafita. Oggi la Tunisia è più libera, più povera perché rapinata da Ben Ali e dalla sua famiglia, e soprattutto è un Paese in piena, difficile trasformazione. Dall’esterno sembra un Paese in pericolo. Il giorno prima della fuga di Bel Ali, mi racconta l’architetto Maya Ben Ammar che lavora tra l’Italia e il suo Paese, è arrivata in aereo una gran quantità di tipi barbuti e di donne velate. Per la Tunisia era una scena insolita, essendo abituati dagli anni ’50 a una laicità forte e diffusa a tutti i livelli. I nuovi arrivati preparavano il ritorno dell’esiliato, un politico tunisino appoggiato dalla nuova ventata fondamentalista del Qatar e dell’Arabia Saudita. La Tunisia però ha retto e, quando il partito Ennahda diretto da Rashid Ghannushi ha tentato di imporre leggi che limitavano i diritti della donna, è insorto.

Maya mi dice che la gente qui non si identifica con il sogno dei Fratelli Musulmani o dei Salafiti, di un ritorno alla shari’a (che qui non c’è mai stata), e che uno degli ostacoli all’avvento di qualunque tipo di islamismo qui è tra l’altro l’amore per il vino, l’amore per un prodotto locale che ha una storia antichissima. Il più grande pericolo è però al tempo stesso la disperazione dei giovani, che non vedono futuro. Sono partiti in migliaia di giovani per arruolarsi nel Daesh: viene fatto provare loro, per qualche giorno, il “paradiso” – alcol, droghe, donne e ovviamente soldi, tanti; le stesse cose che avranno per sempre se moriranno per la causa – e l’assaggio li convince che il cambiamento è mille volte meglio della frustrazione che stanno vivendo. Soltanto dopo l’attentato al Museo del Bardo la società e soprattutto il nuovo governo tunisino si sono svegliati, decidendo di chiudere molte moschee – soprattutto quelle rimpolpate dai soldi qatarioti e sauditi – e la scuola coranica di Kairouan, sospettata di essere compiacente con la svolta fondamentalista. Dall’esterno tutto ciò sembrerebbe un quadro preoccupante. Dall’interno ci si rende conto che la garanzia di una resistenza al fondamentalismo sono proprio la società tunisina, le donne e la lunga tradizione di tolleranza e apertura verso l’Europa.


Tunisia


Non è un caso che Ennhada e Ghannushi hanno dovuto dichiarare di non volere mescolare religione e politica, di essere solo un movimento politico e di non fare proselitismo religioso. E non è un caso che la Tunisia sia il solo Paese uscito dalle Primavere arabe con una democrazia, che continua a fatica ma coraggiosamente. Certo, dietro c’è un’America che, come al solito, ha fatto male i calcoli e ha appoggiato proprio i fondamentalisti contro Ben Ali. Ma poi il crollo economico ha spiazzato Ennhada che era andato al governo e i fondamentalisti hanno dovuto lasciare le redini a una coalizione laica. Il problema è sempre la tremenda crisi economica, accentuata dal calo notevole del turismo dopo gli attentati. Stando qui viene voglia di pensare che l’Europa, e in particolare l’Italia, hanno un ruolo fondamentale affinché i tunisini continuino a essere antropologicamente quello che sono: un popolo mite, aperto, che rifugge i rigorismi e tiene moltissimo alla propria tradizione laica. E che hanno tutte le carte in regola per essere un alleato stretto, molto più dell’infida Turchia di Erdogan. Comunque la Nato ha annunciato che metterà qui il suo quartier generale.

Franco La Cecla
Avvenire 2 settembre 2016