Don Divo Barsotti. La Festa dell’Epifania

Tutta la vita dell’universo, noi dobbiamo concepirla come la gestazione per un parto divino. Noi dobbiamo non solo celebrare la festa dell’Epifania ma vederla, ma viverla, come impegno a donarci al Verbo di Dio perché Egli assuma noi e attraverso di noi tutte le cose. L’Epifania possiamo viverla soltanto se noi realizziamo il dono di noi stessi concretamente al Signore, il dono di quello che siamo.

“Attirerò tutto a me”

È in un prolungamento della teologia di sant’Ireneo che noi possiamo continuare la meditazione. Stamani alla Messa si diceva dunque: il mistero dell’Incarnazione consiste nell’assunzione da parte del Verbo di una natura umana. Noi possiamo dire qualche cosa di più, qualche cosa non di meglio, ma che implica una teologia veramente più cattolica a proposito di questo mistero. Non so se ricordate, nel mio libro Il mistero cristiano e la parola di Dio, un capitolo che parla proprio di tutta la storia d’Israele come un processo d’Incarnazione divina. Prima che Dio s’incarni come uomo, Egli assume già la creazione, non già come assunse poi la natura umana dal seno della Vergine, ma Egli assume già la creazione come segno della sua presenza, Egli assume già la parola dell’uomo come espressione della sua volontà. Tutta dunque la vita dell’universo, noi dobbiamo concepirla precisamente come la gestazione per un parto divino; del resto Nostro Signore medesimo nel Sermone dopo la cena ci fa conoscere come tutta la vita dell’umanità e della creazione sia in ordine a un parto. E anche l’Apocalisse ci dice la stessa cosa.

Ora questa immagine non suggerisce ma, direi, esplicitamente insegna l’unità di tutto il processo della vita del cosmo, di tutto il processo della storia degli uomini; e l’unità di questo processo è in ordine precisamente all’Incarnazione. È vero che Dio si fa uomo nel seno della Vergine, ma è vero anche che questa natura umana assunta da Cristo non è il termine ultimo delle operazioni divine, perché attraverso questa natura Egli dovrà salvare tutti gli uomini, attraverso questa natura Egli dovrà portare a sé tutta quanta la creazione: “Omnia traham ad me ipsum”. Noi dobbiamo non solo celebrare la festa dell’Epifania ma vederla, ma viverla, come impegno a donarci al Verbo di Dio perché Egli assuma noi e attraverso di noi tutte le cose.

Christus totus

In sant’Ireneo tutta la vita del Cristo è presentata come una progressiva “recapitulatio”, come una progressiva riassunzione di tutta l’esperienza umana, di tutta la vita degli uomini fino alla morte stessa. Tuttavia, e questo è evidente, nella vita di Gesù di Nazareth, Egli poteva riassumere la vita della umanità ma non la vita di ogni uomo, e anche se riassumeva tutta la esperienza umana, l’assumeva precisamente non in quella caratterizzazione che distingue precisamente le differenze delle culture, delle epoche, delle mortalità. Era la giovinezza che Egli assumeva quando ora giovane, ma era la giovinezza dei Greci o era la giovinezza d’Israele? Era la giovinezza dei popoli moderni, è la giovinezza degli universitari che contestano oggi, o quale giovinezza Egli assumeva? La giovinezza in atto primo, dicono i teologi, non la giovinezza così come concretamente si esprime attraverso tutte le età e attraverso ogni singolo uomo.

Ora nulla di tutto quello che è reale Dio rifiuta da sé, nulla di tutto quello che è reale è escluso da questa assunzione divina. E proprio perché nulla di quello che è reale è escluso da questa assunzione divina, proprio per questo il mistero dell’Incarnazione divina continua nel tempo, fino alla fine dei tempi, fino alla fine del mondo. Tutta la storia degli uomini, come dicevo all’inizio, non è che la gestazione di un parto, e la fine del mondo è questo parto. Allora il mondo verrà meno quando tutta quanta la creazione si esprimerà nel “Christus totus”, in Colui che avrà riassunto tutte quante le cose in sé, e tutto in Sé avrà salvato, quando tutti gli uomini Egli avrà assunto come membra del suo corpo e in sé medesimo tutti gli uomini Egli avrà salvato.

Voi capite bene che ogni uomo è una individualità singolare, con caratteri ben precisi, ma sono i limiti che anche dicono le differenze specifiche di ciascuno di noi. Ebbene Egli non mi salverebbe se non mi salva nella mia concreta natura, Egli non mi salverebbe se non mi salva anche in questi limiti che mi appartengono, in quanto precisamente attraverso questi limiti io mi differenzio dalle altre creature. Parlo di limiti in senso metafisico, non certo in senso morale. Egli deve assumere tutto. Ecco il mistero di questa Incarnazione che si prolunga nel tempo e sino alla fine dei tempi. Ecco il mistero di questa Incarnazione di Dio che è il contenuto di tutta la storia, il contenuto di tutta la vita.

Lasciarsi possedere dall’Amore di Dio…

In questo processo qual è il compito dell’uomo? È una cosa assai semplice, in fondo: potreste voi che siete donne divenire madri se non vi abbandonaste a un uomo che vi ama? Può veramente questo mistero dell’Incarnazione, che è un parto divino, realizzarsi senza la collaborazione dell’uomo in quanto si abbandona alla potenza di Dio, in quanto si lascia possedere da questo amore che tutto pretende? Tutta la storia è veramente la gestazione di un parto, ma in questa gestazione di un parto si suppone sia l’amore divino che trae a Sé, l’amore divino che ti assume, sia la creatura umana che a questo amore si abbandona.

Continua dunque in tutta la storia l’atto di un Dio che s’incarna assumendo la natura umana e anche l’atto della Vergine che a questo amore si abbandona. Tutta la vita della creazione si riassume nella parola dalla Vergine Maria: e la parola, e piuttosto l’atteggiamento della Vergine Maria, l’atto della Vergine Maria è l’atto della Vergine sposa che si abbandona allo sposo divino, per essere posseduta da Lui e divenire feconda di Spirito Santo fino a divenire la Madre di Dio. È questo tutto il contenuto della nostra vita: la nostra collaborazione ai piani divini è precisamente in questo abbandono di noi stessi per lasciarci portare, per lasciarci prendere, per lasciarci possedere da Lui. Si diceva stamani che quello che noi conserviamo imputridisce. Tutto quello che abbiamo lo abbiamo per l’amore, tutto quello che siamo lo siamo per l’amore. Intanto noi salviamo quello che siamo in quanto ci doniamo; e non possiamo donarci in ultimo che a Dio, perché il dono ad un’altra creatura non ci salva, nessun amore umano ci salva. L’amore umano in tanto vale in quanto è significativo di quest’amore di Dio al quale soltanto abbandonandoci siamo salvati, perché se Egli ci possiede ci possiede per l’eternità. L’amore umano è bello, è una cosa grande, è una cosa magnifica, indubbiamente, ma la sua bellezza sta precisamente nell’essere significativo dell’amore divino, è precisamente nell’essere immagine, simbolo, segno, sacramento di quest’altro mistero in cui si conclude e si realizza il mistero di tutta la creazione e della vita divina, o piuttosto dell’alleanza di Dio con l’uomo.

…donando se stessi…

Ora vedete: i Magi offrono oro, incenso e mirra, ma fintanto che si offre l’oro, l’incenso, la mirra, non si opera nulla. Infatti che cosa avviene? Avviene che i Magi poi se ne vanno per la loro strada. Se ne tornano nei loro paesi, e sembra che anch’essi cadano nel buio, nella notte: più nulla sappiamo di loro. Tutto il resto è leggenda. Di loro sappiamo soltanto questo: arrivarono e poi se ne andarono. Più nulla! Perché hanno portato dell’oro, della mirra, dell’incenso. Tu non puoi donare se non quello che hai, o piuttosto se non quello che sei, perché nessuno di noi possiede realmente se non sé medesimo. In fondo la cosa che ci è più propria è la nostra volontà, è il nostro spirito, è anche il nostro corpo, siamo noi stessi; ed è nel dono di noi stessi che si compie il mistero di una unione che veramente è feconda. Nel dono che fa Maria Santissima alla parola dell’angelo Ella diviene Madre del Cristo e rimane inseparabile da Lui. Non più il Cristo può essere senza Maria né Maria senza Gesù, perché una madre non è senza il Figlio né il Figlio senza la Madre, e fintanto che il Cristo sarà, Ella sarà la sua Madre. I Magi possono uscire dall’orizzonte del Cristo, ma la Madre no. Nemmeno Gesù, se lo volesse, potrebbe rigettare sua Madre; rimane sua Madre per l’eternità.

Quando tu doni te stesso a Lui, allora divieni inseparabile da Lui, perché ora tu non potrai vivere più che in Lui stesso. Questo matrimonio divino che esige da noi, il dono totale di noi stessi a Dio, per il quale dono Egli totalmente ci prende, questa unione nuziale che Egli ti chiede implica che tu non puoi ritrovarti più se non in Lui. Se veramente ti sei donato ora tu sei soltanto in Lui che ti ha preso, in Lui che ti ha posseduto, in Lui che ti possiede. Ecco perché il dono vero che noi dobbiamo fare a Cristo è precisamente il dono di noi stessi. Se il mistero di questa Incarnazione divina continua attraverso tutta la storia del mondo e attraverso la vita di ogni uomo, la vita di tutto il mondo si consuma in questo dono di noi stessi e di tutta l’umanità a Cristo Signore, in tal modo che Cristo Signore viva dite e in tal modo che tu non possa vivere che in Lui, perché se tu vivessi ancora in te stesso non ti saresti donato. Se veramente ti sei donato non puoi vivere più che nel suo cuore, non puoi vivere più che nel suo corpo, non puoi vivere più che in Lui, così come una madre vive nel sangue del figlio, nella carne del figlio, perché la carne del figlio, il sangue del figlio è il sangue della madre.

…nella nostra individualità

Se dunque ti doni a Cristo ed Egli vive dite tu non potrai ritrovarti che in Lui, ma allora in Lui sarai salvato, e questo è vero di tutti gli uomini. Ma attraverso quello che noi doniamo di noi stessi che cosa viene salvato? Perché, badate, il dono che Egli ci chiede, si diceva prima, non è un dono così in astratto: Egli ci chiede il corpo, il sangue, quello che siamo individualmente, in quanto noi siamo caratterizzati, distinti gli uni dagli altri, cioè nel nostro valore singolare, irrepetibile, nel nostro nome singolare, unico. Noi ci doniamo a Lui in quello che siamo come persone l’una dall’altra diversa perché se Egli salvasse soltanto l’umanità e non salvasse Divo Barsotti, io non saprei di che farmene della salvezza che Egli può realizzare dell’umanità intera: Egli deve salvare me, ma per salvare me sono io, nella mia individuale sostanza, io nei doni concreti che posseggo, in quello che io sono, in quanto mi differenzio da voi, che debbo essere posseduto da Lui.

Di qui l’importanza non solo che il dono di noi stessi al Signore sia veramente qualche cosa di concreto e reale, cioè qualche cosa di singolare per ciascuno di noi, ma, anche l’importanza che ha l’affermazione che la santità è il valore più individualizzante. Infatti quando ti doni agli altri, gli altri ti pigliano non come sei ma come ti vogliono o ti pensano e così tu devi in qualche modo, nell’amare gli altri uomini, incapsularti secondo quella concezione che essi hanno di te e molti non sanno di che farsene di quello che sei realmente e ti fanno secondo il loro gusto. Ma Dio ti prende quello che sei, Dio ti vuole quello che sei. E tanto più sei quanto più a Lui ti doni, perché è nel donarti a Lui che tu realmente salvi la tua individualità: salvi te come sposa, salvi te in quanto sei l’unica, “l’unica colomba”.

Di qui un’altra verità, anche questa molto importante: che solo in questa comunione, in questa donazione che noi facciamo a Lui noi, nella nostra individuale, personale distinzione, siamo salvati. Egli veramente ci prende così come siamo, Egli ci vuole così come che siamo e prendendoci per quelli che siamo, ci salva. Ci salva perché, assunti da Lui, siamo assunti da un Dio, cioè viene trasfigurata la nostra natura senza cambiare. Ecco perché i santi son diversi: ci sono santi mattacchioni e santi severi, santi che fanno penitenza e santi che bevono e mangiano, come nostro Signore; ci sono santi belli e santi brutti, santi zoppi e santi che camminano: di tutte le specie, come li volete. Guai se dovessimo farci con lo stampino! Lui deve salvare me, non dove salvare qualche altra cosa, perché altrimenti non sono salvo se io debbo cambiare quello che sono perché Egli mi prenda. Bisogna che Egli mi prenda così. Naturalmente mi trasfigurerà, ma la trasfigurazione dell’essere mio non implica una trasmutazione dei miei connotati, implica piuttosto una realizzazione perfetta di quello che sono. Ecco perché ogni santo è estremamente diverso dall’altro.

Il mondo ci spersonalizza

Gli uomini oggi sono fatti in serie, le personalità diminuiscono giorno per giorno, tutti diveniamo come i polli di allevamento: allevamento nelle fabbriche, allevamento in questi casoni. Basta entrare in queste città come Palermo o Milano o tante altre: questi grandi fabbricati dove stanno centinaia di famiglie! Siamo animali d’allevamento, non c’è nulla da fare, perché il fatto di vivere in un ambiente simile pian piano ci fa uguali tutti. Tutti leggono il medesimo giornale, tutti vanno con il medesimo autobus, tutti fanno le stesse cose tutti i giorni, hanno gli stessi gusti, mangiano le stesse cose. Sapete come si fa in America? Si va alla tavola calda, così in piedi, e si prende tutti la medesima cosa. È spaventoso! Guardate che la decadenza della cucina è anche la decadenza dell’umanità. È una cosa importante anche questa, perché tutto quello che implica la salvezza dell’uomo implica la distinzione personale. Come sarebbe bello vedere camminare quello con i pattini, quello con i trampoli… E invece non si vedono mica camminare così! Ci sono le macchine e basta.

Il mondo ci salva facendoci animali, perché la salvezza a cui ci portano i partiti implica di per sé il livellamento delle coscienze, il livellamento dell’intelligenza, il livellamento della vita economica: tutti si deve star bene. E se io voglio star male? Ma guarda un po’, non mi lasciano nemmeno la libertà di star male! Ci danno giorno per giorno da mangiare come ai polli. Se si va avanti di questo passo si finisce così. Praticamente tutta l’economia degli stati, tende a liberarci da ogni proprietà personale perché poi tutti diventiamo gli stipendiati del governo, il quale penserà tutti i giorni a farci mangiare una bistecca, a darci due o tre contorni, il dolce e la frutta. Oh, ma sentite un po’, a me mi piace ogni tanto fare anche il digiuno! Ma che storie son queste di ricattare gli uomini? L’uomo deve essere salvato per quello che è, non livellarlo per poterlo salvare. Ed è Cristo soltanto, ed è Dio soltanto che ci salva. Donarci a Lui non vuol dire perdere noi stessi, i nostri connotati: Egli ci conosce per nome, dice il Vangelo.

Anche i nostri difetti servono al Signore

Ora l’Epifania, vuol dire anche questo, perché il giorno dell’Epifania non possiamo portare l’oro che non abbiano, la mirra che non sappiamo nemmeno come sia fatta, e l’incenso: l’Epifania possiamo viverla soltanto se noi realizziamo il dono di noi stessi concretamente al Signore, il dono di quello che siamo: con il nostro temperamento, con le nostre ubbie, perché anche i santi le avevano, con i nostri difetti e imperfezioni di carattere, perché anche i santi le avevano. Non perché loro le avevano noi dobbiamo amarle, ma perché dobbiamo donare quello che siamo ed in Lui saremo trasfigurati, perché allora anche i nostri difetti serviranno al Signore. Il carattere imperioso di S. Carlo servirà a qualche cosa nella storia della Chiesa: anche se servirà a far bruciare seimila streghe, serve anche a realizzare il Concilio di Trento. Così la debolezza, le imperfezioni di ogni temperamento servono a Dio, se tu a Dio ti doni. Ma soltanto se tu ti doni a Lui, perché se non ti doni a Lui anche nelle tue doti, quelle positive divengono negative per te, divengono per te, più che doti che ti costruiscono, un pericolo che minaccia la tua vita e quella degli altri. Quante più doti hai: la capacità di amare, per esempio, o la bellezza, son doti tremende per te e per gli altri se tu non le doni a Lui. Le doti positive che hai non si salvano che in quanto a Lui le offri.

Ecco che questo esige da noi l’Epifania. E ricordiamoci che con la morte tutto è perduto, ma che ritroveremo quello che avremo donato a Lui perché Egli vive al di là della morte, perché Egli è risorto da morte e la morte non ha più potere su Lui. Perciò dona al Cristo quello che sei, donalo al Cristo! Ecco l’importanza della nostra consacrazione, l’importanza dei nostri voti se li viviamo davvero. Noi non ci potremo salvare che in questo donarci a Dio. Egli nascerà da noi, vivrà di noi, del nostro sangue, delle nostra carne, di quello che siamo: la nostra intelligenza, la nostra incapacità, la nostra debolezza, tutto, Egli vuole tutto. Egli prende perfino i nostri peccati: non solo le nostre imperfezioni di carattere ma i nostri stessi peccati. Probabilmente per molti di noi, se dobbiamo fare un bel bilancio di quello che possediamo, non abbiamo altro di meglio da offrirgli. Ebbene, diamogli anche i nostri peccati! Anche questi Egli vuole, di tutti questi Egli vive, perché Egli è l’Agnello che toglie i peccati del mondo. Non abbiamo nulla che dobbiamo trattenere per noi, non abbiamo nulla che Egli non voglia per Sé.

Imparare dalla Vergine

Questa è dunque l’Epifania: il dono di tutto quello che siamo, di tutto quello che abbiamo a Dio, perché in Dio noi possiamo ritrovarlo. E se il dono che noi facciamo a Lui è il dono di noi stessi ed Egli ci possiede, ed Egli riceve il nostro dono, allora noi siamo sicuri che in Lui questo dono rimane, perché Egli, l’Eterno, rende eterno anche il dono che gli faremo di noi stessi; e noi saremo salvi. Ecco quello che mi sembra che ci dica l’Epifania. Non dobbiamo imparare nulla dai Magi, dobbiamo imparare piuttosto qualche cosa dalla Vergine Maria. I Magi hanno portato soltanto l’oro, l’incenso, la mirra, e poi sono andati via. Che cosa hanno acquistato in questo modo? Il Cristo non sapeva di che farsene dell’oro e forse nemmeno la sua Madre; la mirra e l’incenso poi a che cosa potevano servire? I Magi portano e se ne vanno, ma non serve né all’uno né all’altro il dono che essi fanno. Ma la Vergine ha dato sé stessa, e donando sé stessa è nato Gesù. Ha donato se stessa, il suo sangue, il suo latte: e del suo sangue e del suo latte ecco, il Cristo cresce. Da bimbo diviene fanciullo. Egli vive di lei, del suo lavoro, del suo servizio, del suo amore. Ed Egli cresce! Così anche noi: il dono di noi stessi farà sì che il Cristo viva in noi e il Cristo assumendoci si rivela sempre di più al mondo.