Il Vangelo di Luca ha come tema fondamentale il “che fare”. Quando il Battista predica la conversione gli domandano: che fare? Gli domandano le folle. Gli domandano i soldati: che fare? Gli domandano i pubblicani, quelli che esigono le tasse: che fare? Questo ‘che farò’ è il problema del senso della vita.

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Venerdì  della XXXI settimana del Tempo Ordinario
Lc 16,1-8: Che farò?
Lectio divina di Silvano Fausti

16,1 Ora diceva anche ai discepoli: C’era un uomo ricco che aveva un amministratore; e costui gli fu accusato come uno che dilapidava ciò che apparteneva a lui. 2 E, chiamatolo, gli disse: Che è questo che odo di te? Rendi conto della tua amministrazione; non puoi infatti amministrare oltre. 3 Ora disse tra sé l’amministratore: Che farò, che il mio signore mi toglie l’amministrazione? Zappare non ho forza, mendicare mi vergogno! 4 Ora so che farò perché, quando sarò trasferito dall’amministrazione, mi accolgano nelle loro case. 5 E, chiamato a sé ciascuno dei debitori del suo signore, diceva al primo: Quanto devi al mio signore? 6 Egli disse: Cento barili d’olio. E gli disse: Prendi le tue scritture e, seduto, scrivi veloce: cinquanta. 7 Poi ad un altro disse E tu quanto devi? Egli disse: Cento misure di frumento. Egli disse: Prendi le tue scritture e scrivi: ottanta. 8 Ed elogiò il signore l’amministratore dell’ingiustizia, perché saggiamente aveva fatto. Perché i figli di questo secolo sono più saggi dei figli della luce verso la loro generazione. 9 E a voi dico: Fatevi amici dal mammona dell’ingiustizia; perché, quando cessi, vi accolgano nelle tende eterne.

CHE FARÒ? (16,1-9)

La parabola del c. 15 dice quanto fa per noi colui che è benevolo con tutti i disgraziati e i cattivi (6,35). Questa risponde alla domanda: “che fare” noi, chiamati a diventare come lui (6,36)?

La risposta è implicita nei due termini usati per indicare Dio e l’uomo, chiamati rispettivamente il Signore (4 volte) e l’amministratore (7 volte). Ma l’uomo è un amministratore ingiusto, perché si è fatto padrone di ciò che non è suo. Però ora conosce Dio: sa che tutto dona e perdona. Di conseguenza sa “che fare” anche lui: condonare ciò che in fondo non è suo.

La scena si svolge ancora a quella mensa dove Gesù con-mangia con i peccatori (15,1). Dopo aver rivelato il cuore del Padre ai “giusti” che lo criticano (15,2ss), ora rivela ai discepoli l’uso corretto dei beni del mondo. Il c. 16, incluso tra le parabole dell’uso sapiente (l’amministratore saggio) e l’uso stolto dei beni (il “ricco epulone”), parla dell’amministrazione concreta della propria vita. Toccandone i vari aspetti, le istruzioni si prolungano fino a 17,10, quando Gesù riprende il suo viaggio.

Il tema di questa sezione è la vita nuova nello Spirito. Chi conosce il giudizio di Dio in Gesù non è più come il possidente “insipiente”, che sbaglia nel sapere “che fare” (12,16ss). Non è neanche come il ricco mangione, che ignora cosa bisognava aver fatto (vv. 19ss). Illuminato dalla sapienza del vangelo, è come l’amministratore fedele e sapiente associato alla gloria del suo Signore (cf. 12,42ss).

Il centro del brano è l’elogio dell’amministratore (v. 8), che sfocia nell’esortazione ad agire come lui (v. 9). La parabola ci insegna Che anche i beni materiali vanno gestiti per quel che sono, secondo la loro natura di dono. Luca sa che ciò che abbiamo accumulato è frutto di ingiustizia; non l’abbiamo fatto propriamente per puro amore di Dio e del prossimo! Sa anche che continuiamo a vivere in un mondo che avanza sullo stesso binario. In tale situazione siamo chiamati a vivere con il criterio opposto a quello dell’egoismo. Abbiamo capito “che fare”: i beni sono un dono del Padre da condividere tra i fratelli.

Questo è il senso dell’anno giubilare, la cui osservanza è condizione per restare nella terra promessa.

L’attività di Gesù, che inizia e finisce di sabato (4,16; 23,56) e si svolge nell’arco di sette sabati, è descritta da Luca come realizzazione dell’anno giubilare. L’ascolto della sua parola ne attualizza “oggi” il compimento (4,21).

La comunità cristiana è l’erede legittimo della terra promessa perché continua il sabato senza fine che ha in Gesù il suo principio (cf. At 2,42-48; 4,32-37; Dt 15).

Questa parabola sconcerta un poco lettori e commentatori. Sembra oscura. In realtà è chiara: il Signore elogiò l’amministratore sapiente che cominciò a donare, come biasimò la stoltezza del padrone insipiente che continuò ad accumulare (12,16ss). Il racconto è probabilmente desunto da un fatto di cronaca: un amministratore, accusato dalla sua avidità eccessiva ormai insostenibile, trova conveniente iniziare un nuovo tipo di rapporto, quello del dono. Gli è necessario per vivere quando sarà finita la sua amministrazione. Tale astuzia di uno dei figli di questo mondo ci svela la vera sapienza che manca ai cosiddetti figli della luce e illustra il tema della misericordia, caro a Luca: a chi perdona, sarà perdonato; a chi dà, sarà dato (6,37s). Sappiamo inoltre che “la carità copre una moltitudine di peccati” (1Pt 4,8), perché chi dona al povero, fa un prestito a Dio (Pro 19,17). Per questo “meglio è praticare l’elemosina che mettere da parte oro” (Tb 12,8). Infatti “salva dalla morte e purifica da ogni peccato” (Tb 12,9).
(Commento di Silvano Fausti al Vangelo di Luca)


La vita spirituale è molto materiale, noi viviamo lo spirito nel corpo, nella nostra relazione innanzitutto con le cose e difatti noi, nelle cose, mediamo il nostro rapporto con gli altri in fondo, ci ammazziamo per possederle o diventiamo fratelli se le condividiamo, detto in modo molto semplice.

Questa è una delle parabole più scomode del Vangelo perché si loda una persona disonesta, tanto è vero che se notate il titolo che avete sulla Bibbia c’è scritto: Amministratore infedele, mentre invece non sta scritto in nessun luogo che lui è infedele, era un amministratore che amministrava, cercando di guadagnarci il più possibile e poi dopo invece vien chiamato l’amministratore saggio, sapiente, il signore lo elogiò.

Probabilmente all’origine di questo racconto di Gesù, c’era un fatto di cronaca scandalosa, abbastanza nota perché, c’erano i ricchi proprietari che magari stavano anche a Roma, allora avevano lì l’amministratore e sai uno amministra così come più gli interessa, come più ci guadagna insomma, è poi è stato denunciato, e allora cambia strategia. Mentre prima accumulava cose che non erano sue, perché erano del suo padrone, ora comincia a darle via.

Il Vangelo di Luca ha come tema fondamentale il “che fare”. Quando il Battista predica la conversione gli domandano: che fare? Gli domandano le folle. Gli domandano i soldati: che fare? Gli domandano i pubblicani, quelli che esigono le tasse: che fare?

I commentatori di questo testo cercano delle pezze, falsano i titoli, cambiano anche le traduzioni, lo chiamano scaltro, non sapiente. È ben diverso sapiente, scaltro è chi imbroglia, sapiente è Dio.

16,1Ora diceva anche ai discepoli: C’era un uomo ricco che aveva un amministratore; e costui gli fu accusato come uno che dilapidava ciò che apparteneva a lui. 2 E, chiamatolo, gli disse: Che è questo che odo di te? Rendi conto della tua amministrazione; non puoi infatti amministrare oltre.

Questa parabola è per i discepoli, cioè per noi, si parla di quest’uomo ricco e questa parabola fa il parallelo con la parabola di un altro uomo ricco, al capitolo 12, che è il proprietario stolto. Questo è l’amministratore sapiente, l’altro è stolto. Tra l’altro quest’uomo ricco invece è Dio ed è chiamato signore quattro volte poi nel testo. Signore è l’attributo di Dio, quattro volte è il segno della totalità, è dire: è veramente padrone del cielo e della Terra e di ogni cosa, di tutto, tutto è suo.

Dio è padrone di tutto però il padrone è esattamente il contrario di ciò che facciamo noi. Lui non è padrone di niente, dà tutto perché è il Padre che dà tutto ai figli. Tutto quel che esiste lo abbiamo ricevuto da Dio perché la Terra, non l’abbiamo fatta noi, neanche il petrolio, neanche il ferro, nulla, neanche noi stessi ci siamo fatti. Tutto ciò che abbiamo l’abbiamo ricevuto. Se io ciò che ricevo dico è mio, mi separò da chi l’ha dato, per cui, l’essere proprietari, padroni è il vero ateo nella Bibbia.

E cosa faceva questo padrone? Aveva un amministratore, l’amministratore viene fuori 7 volte nel testo. Noi siamo tutti amministratori perché tutto ciò che abbiamo, l’abbiamo ricevuto. Il bene e il male sta nell’uso dei beni non nei beni.

Dilapidava. Dilapidare i beni di Dio, come si fa? Innanzitutto un bene è dilapidato quando non rende, se addirittura invece di non rendere cominci a distruggerlo è ciò che noi facciamo del mondo. Render conto dell’amministrazione è renderci conto della responsabilità.

3Ora disse tra sé l’amministratore: Che farò, che il mio signore mi toglie l’amministrazione? Zappare non ho forza, mendicare mi vergogno!

Davanti alla morte, al fatto che i beni di questo mondo, tutti, cessano e più ne hai peggio è, che farò? È qualche cosa che appunto diventa il senso della vita. Cessa l’amministrazione dei beni, ma come li hai amministrati questo è fondamentale. Non dico solo i beni materiali ma anche i beni intellettuali, i beni culturali, i beni umani…

Allora questo che farò è il problema del senso della vita, che farò di tutto ciò che ho e sono, dato che ha scadenze e poi lo perdo. Perché stiamo al mondo e perché questo mondo? E beati noi che ce lo poniamo perché tutta l’altra parte del mondo, che è privata da tutto, non può porsi il problema che farò? La responsabilità e nostra, porci il problema, gli altri han niente da fare se non crepare. Che farò? Ora so, come un’illuminazione, cioè una intuizione, ha capito qualcosa.

5 E, chiamato a sé ciascuno dei debitori del suo signore, diceva al primo: Quanto devi al mio signore? 6 Egli disse: Cento barili d’olio. E gli disse: Prendi le tue scritture e, seduto, scrivi veloce: cinquanta. 7 Poi ad un altro disse E tu quanto devi? Egli disse: Cento misure di frumento. Egli disse: Prendi le tue scritture e scrivi: ottanta.

Questa domanda che farò se l’era fatta anche il ricco proprietario che avendo sfruttato la terra diceva: che farò? Non mi sta più nei granai i beni che ho. E poi dice farò così, butto giù quelli che ho,li allargo, accumulo più beni e dirò alla mia vita: godi vita mia, hai tanti beni, per molti anni, mangia, riposa, bevi, godi e il Signore gli disse: stolto, questa notte morirai e ciò che hai di chi sarà?

Questo invece dice: so. L’altro non sapeva, è chiamato stolto, questo sa a questo punto. Allora qui, so che farò, so, per questo è sapiente. E cosa comincia a fare questo? Mentre prima prendeva ciò che non era suo, ora comincia a dare ciò che non è suo. Siccome ciò che esiste al mondo ci è dato dal Padre, non è nostro, è un dono del Padre, ci è dato perché cominciamo a condividerlo con gli altri e ciò che condivido con gli altri fa sì che io sono accolto nella vita eterna.

8 Ed elogiò il signore l’amministratore dell’ingiustizia, perché saggiamente aveva fatto. Perché i figli di questo secolo sono più saggi dei figli della luce verso la loro generazione

Questo è l’elogio sorpresa. Credo che la Bibbia traduce: Il padrone lodò quell’amministratore disonesto. Invece è l’amministratore di ingiustizia. Noi amministriamo dei beni che però sono frutto di ingiustizia perché li abbiamo accumulati e li amministriamo male.

Dalle catechesi di Silvano Fausti (e di Filippo Clerici)
sul Vangelo di Luca (2004-2010)
www.gesuiti-villapizzone.it
Selezione degli estratti, sottolineature e titoli miei (MJ)