L’itinerario spirituale del discepolo missionario 
P. Carmelo Casile

Testo pdf:

Parte 4 – Conversione e ascesi

III. CAMMINO SPIRITUALE E CONVERSIONE
IV. CAMMINO SPIRITUALE E VIE DELL’ASCESI
V. EFFETTI DELL’ASCESI

III. CAMMINO SPIRITUALE E CONVERSIONE

Il Padre mio è l’agricoltore. 
Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, 
e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. (Gv 15,1-2)

Nel cammino di conversione è chiamata in causa la mia coscienza, cioè la capacità di attenzione e di vigilanza in relazione a ciò che accade in me e attorno a me, e nello stesso tempo la disponibilità a prendermi cura del mio stare alla presenza del Signore e del mio coltivare la relazione con Lui e da Lui con me stesso, con gli altri e con il creato. Così comincio a vivere non più per me stesso, per il mio esclusivo interesse, superando la autoreferenzialità e mettendomi in sintonia con il disegno salvifico di Dio sull’umanità.  

In questo cammino, per tanto, la mia coscienza non agisce motivata dal suo esclusivo interesse, ma sollecitata e sostenuta dal disegno di Dio, “Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti ( Ef 4,1-6), che vuole che tutti gli uomini siano salvi arrivando alla conoscenza della verità e all’esperienza della sua misericordia (cfr 1Tm 2,4; 3,15). Egli, infatti, ha compassione di tutti e corregge a poco a poco quelli che sbagliano e li ammonisce ricordando loro in che cosa hanno peccato (cfr. Sap 11,23;12,1). 

Questa conversione: 

  • libera dalle strutture dell’«ego» (= egoismo);
  • disciplina la vita nella superficie, aprendo il cuore all’Altro, agli altri e al mondo che mi circonda.

Questa disciplina implica: 

  • impegnarsi in un cammino di purificazione costante;
  • praticare il più alto grado di concentrazione possibile che si ottiene quando uno:
  • è presente nei gesti o azioni che compie ed è cosciente delle parole che pronuncia,
  • ha coscienza delle varie parti di ciò che sta facendo, cercando il loro significato.

Il cammino di conversione richiede: 

  • fissare un tempo determinato per la preghiera personale profonda;
  • far tacere il chiacchiericcio mentale, cioè, vincere la distrazione; 
  • vincere alcune resistenze, come:
  • la paura di ciò che succederà, di trovarsi “nudo”, cioè, senza difesa davanti a Dio;
  • il sospetto di star facendo cose strane;
  • essere convinto che si tratta di pratiche di lusso, che non sono adatte per la mia condizione di persona semplice e povera, per la mia vocazione alla vita attiva, per le mie capacita personali di ordine naturale come anche soprannaturali.

Conversione:

È termine di matrice biblica, che indica i processi spirituali, che provocano il ritorno a Dio, e che coinvolgono prevalentemente il cuore. 

Cuore

Il cuore è anzitutto punto di sintesi di dimensioni e potenzialità antropologiche diversificate, una realtà omnicomprensiva dell’uomo, in cui convergono la coscienza intellettuale e quella etica, la percezione della gioia e della paura; il senso dell’affidamento e quello del tradimento e della perversione. E così si presenta come il raccordo tra il corpo, l’affettività (anima) e lo spirito (cfr. 1Tes 5, 23: “Tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo”). 

In questa visione unitaria dell’essere umano, Pietro vede nel cuore il profondo dell’essere, la sede dell’uomo non ancora neppure a lui rivelato. Si tratta dell’“uomo nascosto in fondo al cuore” (1Pt 3,4). È quello che filosofi e teologi hanno chiamato homo interior, che può essere intercettato nel quotidiano della vita quando la persona intraprende un itinerario d’interiorizzazione. 

In quest’orizzonte si riveste di particolare significato la preghiera per il cuore nuovo, come nella a supplica di Davide: “Crea in me, o Dio, un cuore nuovo” (Sl 51,12), frutto della presa di coscienza della necessità della conversione, intesa come riordinamento del cuore. Di fronte a questa necessità, Dio stesso promette a chi avanza nella sua interiorità di sostituirgli il cuore di pietra con un cuore di carne (cf. Ez 36, 26; 11, 19). 

Il termine cuore, per tanto, si riferisce alla scaturigine profonda della persona che si trova in immediato perenne contatto con la Vita. L’uomo interiore è la persona che nella sua integralità si apre attraverso la totale e amorosa disponibilità all’azione salvifica di Dio fino all’intima partecipazione dell’uomo alla natura divina (2Pt 3, 1-4; + Ef 3, 17: Cristo abita nei vostri cuori per la fede).

L’uomo-cuore, quando è funzionante, è capace di esplorare la sua interiorità, nella quale traluce la presenza della Trinità e viene continuamente raggiunto dall’amore che è riversato dallo Spirito Santo che gli è stato donato (Rom 5, 5): primariamente verso Dio, ma che riceve il timbro di autenticità quando si dirige anche alle creature di Dio. 

In sintesi:

È il centro della persona, dove pensiero e volontà si unificano e stanno all’origine della nostra tensione ideale e della nostra attività pratica. Il cuore costituisce il simbolo e la sede privilegiata della presenza del divino nell’uomo. In questo senso è detto anche mente mistica.

Mente:

Nel linguaggio mistico è, insieme al cuore, la sede dell’esperienza contemplativa. Mentre nel «cuore» sono maggiormente sottolineati gli aspetti affettivi (questo spiega perché è un termine caro ai cristiani che si rapportano a un Dio personale), nel concetto di mente prevale la considerazione di quelli propriamente conoscitivi.

IV. CAMMINO SPIRITUALE E VIE DELL’ASCESI

Chi coltiva la vita interiore è ricondotto di continuo al vissuto quotidiano, giacché la pratica spirituale incide profondamente sulle nostre abitudini mentali e operative. Incidenza che chiama in causa un costante impegno, un’ardua disciplina, alle volte una lotta coraggiosa. Cose tutte che troviamo condensate in una parola programmatica nella vita spirituale: ascesi.

Il vocabolo è desunto dal linguaggio sportivo e rimanda all’esercizio fisico dell’atleta che si prepara a conseguire la vittoria. Già nell’antichità designava nel contempo lo sforzo spirituale e morale per raggiungere la sapienza e la virtù. Assunto nel linguaggio religioso, servì a indicare lo sforzo del credente proteso verso il perfezionamento e la santificazione della propria vita.

In tale contesto non sbalordisce il fatto che alcuni interpretino l’esercizio ascetico in termini di lotta: «Farsi violenza in tutto: questo è il cammino di Dio», erano soliti dire i Padri del deserto. Altri tuttavia, come san Benedetto, preferiscono rifarsi al concetto di consapevolezza: «Vigilare ogni ora sulle azioni della propria vita». Nell’uno e nell’altro caso, comunque, l’ascesi non vuol distruggere, ma governare. Come è stato asserito, «l’idea base dell’ascetismo consiste nell’essere fondamentalmente equilibrati».

L’ascesi si giustifica con l’esigenza di restaurare nell’uomo i lineamenti originari, che ne fanno l’icona di Dio: «Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza» (Gn 1, 27). Per gli antichi Padri, l’immagine è il punto di partenza e la somiglianza quello di arrivo, e traducono il testo biblico: «…a immagine per la somiglianza».

Il passaggio dall’immagine alla somiglianza chiama in causa l’ascesi, non meno di quanto chiami in causa l’azione dello Spirito santo, così che l’una e l’altra opera in sinergia.

Il termine «ascesi» significa esercizio, pratica, e designa l’attitudine, l’impegno, lo sforzo, con cui l’uomo percorre il cammino spirituale.

L’espressione «cammino spirituale» designa l’itinerario ascetico-mistico proposto dalle grandi tradizioni religiose e scandito in tappe successive e ascendenti, che partono dalla dimensione più esteriore e, passando a quella più interiore, approdano a Dio. 

Il cammino spirituale, senza l’ascesi, è alienazione, cioè, velleità, desiderio vano.

L’ascesi si sviluppa in varie direzioni o aspetti, nei quali bisogna esercitarsi contemporaneamente, ben armonizzati in una visione d’insieme, in modo da produrre nelle persone una personalità cristiana profondamente equilibrata. 

Equilibrio:

Stato mentale in cui non si discrimina fra amico, nemico, e persona indifferente. L’equanimità verso tutti gli esseri è presupposto indispensabile per lo sviluppo della benevolenza. 

Benevolenza:

Atteggiamento interiore che porta a mare gli altri più di noi stessi e a trattare tutti gli esseri viventi come la propria «madre», desiderando la loro felicità e impegnandosi disinteressatamente per la loro salvezza. 

Concretamente l’ascesi si sviluppa nelle seguenti direzioni o aspetti fondamentali:

1. Ascesi della conoscenza di sé

«Conosci te stesso» è compito supremo dell’uomo. Si può ricordare in merito il celebre «Noverim Te, noverim me; che io conosca Te, che io conosca me stesso» di sant’Agostino, ripreso da san Francesco nella sua incessante preghiera: «Chi sei tu, o dolcissimo Dio mio? Chi sono io, vilissimo verme e inutile servo tuo? Una sua seguace, che pregava negli stessi termini («Dio mio, chi sei tu, e chi sono io?») era solita affermare che «nella conoscenza di sé c’è la porta e la strada per andare a Dio» (Veronica Giuliani). Non diversamente scrive Bossuet: «La saggezza consiste nel conoscere Dio e nel conoscere se stessi. La conoscenza di noi stessi ci deve elevare alla conoscenza di Dio».

Il legame tra conoscenza di sé e conoscenza di Dio era già stato colto da santa Caterina da Siena, quando ammonisce che «la conoscenza di sé va condita con la conoscenza di Dio», per cui la santa invita a chiudersi nella casa della conoscenza di sé».

A questo punto è utile ricorrere ad alcuni strumenti che favoriscono la presa di coscienza e del proprio carattere e del proprio vissuto. Non si dimentichi che, nell’opinione dei Padri, primo e fondamentale specchio in cui vediamo riflessa la nostra immagine e spiegato l’enigma della nostra vita è la sacra Scrittura.

2. Ascesi dell’unificazione interiore 

L’unificazione interiore avviene, superando ogni lacerazione e divisione sia sul piano psicologico che spirituale. «Colui che si vede tale quale è, è più grande di chi risuscita i morti», dicono gli spirituali. Alla spassionata visione di se stessi segue l’accettazione: l’uomo non vive più come un estraneo in casa propria e non si considera più nemico di se stesso. Ne deriva che gli sarà più facile immedesimarsi nell’istante presente: «L’ora che stai vivendo, l’opera che stai compiendo, l’uomo che incontri in questo momento, sono i più importanti della tua vita».

3. Ascesi della verginità del cuore o dell’integrità della vita 

“Verginità” altro non è che «un profondo silenzio di tutte le cose» e consiste in:

  • disciplina dei sentimenti, dei pensieri, delle parole, degli atteggiamenti;
  • pratica del silenzio e della solitudine come vie all’interiorità. 

Verginità del cuore e integrità comportano trasparenza e immediatezza, vissute nella verità e nell’autenticità.

4. Ascesi della preghiera 

La preghiera è un dono, ma nello steso tempo è compito e conquista. Perciò, l’uomo che prega deve vivere in uno stato di sobrietà e di vigilanza (cf 1 Pt 4, 7): Per questa ragione è stato scritto che «gli elementi classici della tecnica cristiana della preghiera sono il celibato, la solitudine, il silenzio, la veglia e il digiuno» (A. Louf). Solo così «l’uomo diventa preghiera incarnata».

5. Ascesi nel possesso e nell’uso dei beni 

Se «avere più del necessario è rubare ai poveri», l’uso dei beni esige discernimento dettato da spirito di sobrietà e da capacità di accontentarsi (l’«autarchia» di cui parla san Paolo, 2Cor 9, 8 e 1 Tm 6, 6; cf Fil 4,12). Tra i beni includiamo non solo le realtà materiali, ma anche il tempo e i vari mezzi, di trasporto, di comunicazione sociale, il modo di visitare la gente, di partecipare in atti sociali, ecc. Chi non dispone di «spazi di povertà», non sarà mai aperto a Dio e al prossimo. Qui si inserisce il discorso sul digiuno, che «purifica, riposa e rinnova l’organismo senza renderlo malato e accresce la capacità di accoglienza e di serenità».

6. Ascesi dell’ascolto e dell’accettazione dell’altro 

Ascolto come capacità di porsi in sintonia con l’altro e di capirne il complesso linguaggio verbale e non verbale. Accettazione come rapporto incondizionato di amore. «Quando uno vede tutti gli uomini buoni e nessuno gli appare come cattivo, allora si può affermare che egli è un puro di cuore» (sant’Isacco di Ninive) e sarà capace di dire a ogni persona che incontra: «Mia gioia!» (san Serafino di Sarov).

Infatti, «chi è purificato vede l’anima del fratello» e può fare sua l’espressione di Gesù: «Hai visto il tuo fratello, hai visto il tuo Dio». In effetti, quando si guarisce la memoria delle ferite ricevute, il cuore si apre a Dio, al suo ricordo costante, vive Dio; e vivendo Dio, si acquista uno sguardo benevolo su tutte le persone, cose o circostanze. 

7. Ascesi nelle realtà della vita 

Quest’aspetto dell’ascesi include: lavoro e fatica e complessità della vita quotidiana; contrarietà fisiche, psichiche e spirituali; difficoltà ambientali; umiliazioni, ecc. «Le penitenze più indicate per il nostro tempo sono probabilmente la preoccupazione per la gentilezza e la proprietà, una buona igiene e una giusta misura di cibo e di sonno, poveri ma sufficienti, lo sforzo prodotto per dominare la febbre del lavoro e riservarsi tempi di silenzio e di preghiera, la preoccupazione per la felicità dell’altro e lo zelo nel rendergli servizi, piccoli e grandi» (L. Leloir).

«La mortificazione attuale è la liberazione da ogni bisogno di doping: velocità, rumore, eccitanti, droghe, alcoolici di ogni specie. L’ascesi è piuttosto il riposo imposto, la disciplina della calma… ma soprattutto la facoltà di percepire la presenza degli altri. Il digiuno è la rinuncia lieta al superfluo, la condivisione di questo con i poveri; un equilibrio sorridente, naturale, tranquillo» (P. Evdokimov). Ricordare che «non si è temperanti se non si è in qualche misura astinenti» (P. Gazzola).

8. Ascesi della spoliazione dell ‘ego

vissuta attraverso il riferimento alla propria guida spirituale, in atteggiamento di umiltà e di devozione. Si tratta di compiere l’uscita dalla propria soggettività. V. E. Frankl ha fatto giustamente notare che «l’autorealizzazione non è il fine ultimo dell’uomo. Egli si realizza solo nella misura in cui realizza un valore nel mondo». Potremmo ricordare a questo proposito un’affermazione di Marcello Candia, che ha consacrato la propria esistenza ai lebbrosi: «II cristiano non è chiamato a sentirsi realizzato, ma ad amare».

Sulla via del superamento delle proprie chiusure, per uscire dal pericolo di ripiegarsi su se stesso, per essere guidato attraverso sentieri sicuri e non illusori o dannosi, è indispensabile la presenza di un «terapeuta di Dio», di una guida, di un «amico spirituale». Specchio impietoso che smaschera e mette a nudo, chirurgo che opera senza anestetici, perché vuole realmente comunicare con la nostra malattia: ecc., il padre spirituale, «la cui vera funzione – è stato affermato paradossalmente – è quella di insultarti». «Aprirsi e abbandonarsi sono la necessaria disposizione per operare con un amico spirituale. Questa schiacciante apertura è la vera amicizia» che fa crescere insieme nella vita ulteriore (Chógyam Trungpa).

La ricerca del padre spirituale va di pari passo con la consapevolezza che Dio «volle lasciare l’uomo in mano al proprio consiglio» (Gaudium et spes, 17) e lo guida attraverso il suo Spirito che è il «maestro interiore» (cf 1Gv 2, 27) di ogni creatura. Ne segue che il padre spirituale è chiamato a far emergere e ad aiutare a discernere la voce della coscienza e quella dello Spirito.

Ego:

Indica l’uomo egocentrico che vive a porte chiuse, ripiegato su se stesso e guidato esclusivamente o prevalentemente da esigenze di appagamento, piacere, successo, prestigio, affermazione, sicurezza. Si oppone al vero Io o , che è l’uomo libero interiormente, affrancato dall’illusione dell’egocentrismo e aperto al mondo, agli altri, a Dio.

V. EFFETTI DELL’ASCESI

Effetto primario del cammino spirituale, mediante la vita ascetica, è purificare il cuore e progredire nella perfezione della carità, che è l’unica realtà destinata a rimanere, perché sfocia nell’Eternità. L’ascesi è la prima forma di carità; essa, infatti, si traduce sempre in carità e si mette a servizio della carità, espandendosi in una triplice direzione: l’uomo, gli altri, Dio.

1. L’uomo in relazione con se stesso: Mt 10, 39; 16, 25-26; 18, 8-9; 19, 12; 22, 39

Secondo Matteo, l’ascesi come amore verso noi stessi, si esprime in termini molto crudi, occorre procedere a una serie di «amputazioni» per non trasformare noi stessi e tutte le nostre potenzialità in strumenti di male (il vangelo parla di «scandalo», ostacolo al compimento del bene):

– cavarsi l’occhio destro (5, 29; 18, 9)

– amputarsi la mano (5, 30; 18, 8)

– amputarsi il «piede» (18, 8), che è un eufemismo per «il sesso», e dunque farsi eunuchi per il Regno (19, 12)

– perdere la vita (10, 39; 16, 25)

– lasciare case e campi (19, 29)

– padre e madre (10, 37)

– fratelli e sorelle (19, 29)

– moglie (e marito) (Lc 14, 26) – figli e figlie (10, 37).

Giovanni, riassume quanto detto sopra con l’immagine del chicco di grano: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna» (Gv 12, 24-25). 

Si tratta di scoprire ed entrare nella dinamica della grande e costante legge della vita: «Muori e divieni…»(cfr. RV 35.3):

– la pianta esiste, perché il seme ha accettato di morire nel terreno;

– io esisto, perché sono «morto» alla vita ben protetta del grembo materno per aprirmi il varco di una esistenza nuova;

– continuo a vivere, perché tante cose in me muoiono e si rigenerano, attraverso vari processi, tra cui il più evidente è quello del respiro;

– risorgerò alla vita eterna se muoio a quella presente.

Giovanni completa questa prospettiva che vede l’uomo impegnato nel cammino ascetico in prima persona, sottolineando l’iniziativa divina: è Dio stesso che prende l’iniziativa di «potare il tralcio perché fruttifichi di più» (Gv 15, 2). Non si tratta più di ascesi “attiva”, ma “passiva”, e cioè ricettiva: le parti s’invertono ed è Dio stesso che opera direttamente nella sua creatura, purché essa ne accetti l’azione e la assecondi.

Evidentemente entrambe le prospettive, d’impegno ascetico e di superamento dell’ascesi nell’abbandono in Dio, sono legittime. Esse non si escludono, ma si integrano. 

2. L’uomo in relazione con gli atri: Mt 5, 44-46; 7, 12; 18, 10; Gv 13, 34-35; 15, 13 

Il cristiano, impegnato a camminare verso la perfezione della carità, riconosce che Dio è attivamente presente anche negli altri e nel mondo, che il suo Cuore palpita di amore per ogni essere umano; sintonizzandosi con questi palpiti, si apre alla solidarietà benevolente, cioè a quell’atteggiamento interiore che lo spinge ad amare gli altri con lo stesso amore di Dio, desiderando la loro felicità ed impegnandosi disinteressatamente per la loro salvezza. L’ascesi così lo aggancia alla vita e lo restituisce rinnovato all’amore dei fratelli, perché vive in mezzo a loro facendo suoi gli atteggiamenti del Cuore di Gesù verso l’umanità; atteggiamenti che si esprimono nell’universalità del suo amore per il mondo e nel suo coinvolgimento nel dolore e nella povertà degli uomini (cf Gv 3, 16; 2Cor 5, 14-15; Fil 2, 5ss). Quando vivi tenendo lo sguardo fisso su Gesù, il suo sguardo mistico e invisibile si imprime segretamente nel tuo essere interiore e ricevi le qualità cioè il riflesso della sua dolcezza e bontà infinita e lo splendore del suo volto (Sl 4, 7). Diventi allora per gli altri un raggio di questa luce, che illumina e riscalda. 

Un cammino spirituale, quando è autentico, non ci allontana dagli altri, anzi ci spinge verso di essi. 

L’autentico uomo spirituale porta nel cuore gli uomini ricevuti in dono da Dio come fratelli e compagni di viaggio nel pellegrinaggio terreno, e porta Dio agli uomini, cioè santifica o consacra il mondo. Come peccatore che ha ottenuto da Dio il dono di riconoscere i propri peccati, sa riconoscere nell’altro l’immagine di Dio che tutti portiamo impressa e la fa emergere sul peccato che la nasconde; vive in solidarietà benevolente con l’umanità facendosi collaboratore dello Spirito Santo, affinché conceda a tutti il dono del ripristino della propria condizione di figli che gridano “Abbà, Padre”.

Questa solidarietà benevolente ci fa, per tanto, sentinelle per la vita dell’umanità: “Figlio dell’uomo, ti pongo come sentinella nella casa d’Israele” (Ez 3, 16); è un modo di rispondere con responsabilità alla domanda di Dio “Dov’è tuo fratello?”; nello stesso tempo, aumenta il numero dei membri attivi all’interno della Chiesa e della famiglia umana.

Così per mezzo della solidarietà benevolente

– sei costituito apostolo del messaggio di salvezza per tutti i peccatori, vicini e lontani, che hai incontrato nella tua vita o che mai hai conosciuto: “Andate e fate discepole tutte le nazioni” (Mt 28, 19); 

– ti fai sacerdote, nel senso che sei responsabile della salvezza degli altri e capace – nell’amore, nel dono di te stesso e nella partecipazione nel sacrificio e nel sacerdozio di Cristo – di liberarli dalla condanna a morte dovuta al peccato;

– ti fai riparatore con Cristo. Riparare è un’azione positiva di ricostruzione di ciò che rimase danneggiato o distrutto. È effettuare un restauro. È rifare qualcosa che è stato disfatto. L’ascesi cristiana nella sua dimensione di riparazione è ottimista, suscitatrice di speranza, costruttiva. Coltivare lo spirito riparatore e praticare la riparazione é assumere la missione d’infermiere o medico per curare le infermità del peccato. Riparare è amare. «È l’amore “sino alla fine” (Gv 13,1) che conferisce al sacrificio di Cristo valore di redenzione… Egli ci ha tutti conosciuti e amati nell’offerta della sua vita» (CCC. 616). Riparare è collaborare con Gesù perché dove c’è il male regni il bene (Rm 12, 21), dove abbonda il peccato sovrabbondi la grazia (Rm 5, 20). In questo contesto di riparazione nasce la preghiera di San Francesco:

Signore, fa di me uno strumento della tua pace.
Dov’è odio, che io porti l’amore.
Dov’è offesa, che io porti il perdono.
Dov’è discordia, che io porti l’unione.
Dov’è errore, che io porti la verità.
Dov’è tenebra, che io porti la luce.
Dov’è disperazione, che io porti la speranza.
Dov’è tristezza, che io porti la gioia.
Dove sono tenebre, che io porti la luce”.

Riparare è unirci a Gesù Cristo, all’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. È dire con Paolo: Completo ciò che manca alla riparazione di Cristo nel suo corpo, che è la Chiesa (cfr. Col 1, 24).

Riparare è unirci al Cuore di Gesù mediante la nostra consacrazione missionaria mediante la professione religiosa con i tre voti di castità, povertà e obbedienza, vedendo in essi una terapia per il mondo. Ed è unirci a Lui nel nostro apostolato missionario. 

In fondo, la riparazione è una risposta all’«ho sete» del Cuore Trafitto del Buon Pastore che è venuto perché tutti abbiamo vita e l’abbiano in abbondanza. Per san Daniele Comboni, l’essere riparatore con Cristo significò vivere per realizzare un piano missionario, che si concretizzò nel «Piano per la rigenerazione dell’Africa». Per Comboni, il Cuore di Gesù palpitò di amore anche per i Neri dell’Africa Centrale. Per questo, al sintonizzarsi con quel palpito del Cuore di Gesù si mette a sua disposizione per la rigenerazione di quel popolo. 

Infine, un’autentica spiritualità benevolente è una spiritualità sociale ed ecologica, perché non è mai dissociabile dalla responsabilità morale ciò che pensiamo, diciamo, decidiamo, facciamo o, o al contrario, sfuggiamo. Questo vale sempre, e vale in proporzione alla serietà delle questioni in gioco, nel contesto della vita sociale e della cura dell’ambiente, oggi sottoposto a una azione collettiva devastante. Una spiritualità avulsa dal reale, compreso quello sociale e politico, è di natura sua falsa, si coltiva nell’illusione di una presenza con cui non è mai entrata realmente in contatto, allo stesso modo come non si dà nessun contatto con ciò che rimane vana fantasia (Mons. Mariano Crociata).

3. L’uomo in relazione con Dio: – amarLo e lasciarsi amare da Lui: Mt 22, 37

Meta ultima del cammino spirituale è giungere all’amore con Dio, all’unione di noi povere creature, con l’Essere creatore e ordinatore di tutto, che Gesù ci ha insegnato a chiamare Padre. 

Il cammino spirituale è una continua ricerca di Dio, un perenne andare oltre attraverso il processo ascetico-mistico, per riposare nell’approdo infinito del suo amore, che consiste nell’amare Dio e nel lasciarsi amare da Lui. Inoltrandoci nel cammino della ricerca di Dio, ci troviamo sempre più coinvolti nell’esperienza che «Dio mi ama» e quindi attende la mia risposta, e io stesso al meno a volte sento palpitare il mio cuore per amore di Dio. 

Nella risposta all’amore di Dio, il credente trova la sua unità, perché tutto il suo essere ne è coinvolto: «cuore, anima e mente», il «te stesso» insomma, e quindi la coscienza, l’essere vitale fisico e interiore, pensiero ed azione. L’amore per Dio e per il prossimo, per tanto, è la chiave di volta dell’esistenza umana che cerca Dio e si lascia amare da Lui.

P. Carmelo Casile

Venegono Superiore, 3 Novembre 2005 / Casavatore, Novembre 2022.