Ottobre è il mese della missione nel calendario della Chiesa. In questa occasione desidero inaugurare una nuova rubrica dedicata, ogni mese, a una figura missionaria da proporre ai lettori del blog. Non si tratta di fare «archeologia» della missione, ma di riscoprire alcune delle sue figure emblematiche, per ravvivare in noi la fiamma missionaria.

La prima figura che desidero evocare è quella della missionaria comboniana Teresa Grigolini, nel 95° anniversario della sua morte, avvenuta il 21 ottobre 1931. Una personalità davvero singolare nella storia della missione: suora, sposa e madre. Tre condizioni di vita segnate dalla sofferenza, in un’esistenza che può essere letta alla luce di un triplice martirio.

Con queste pagine vorrei offrire un umile contributo per riportare sul candelabro una lampada rimasta troppo a lungo nascosta sotto il moggio, affinché possa nuovamente illuminare tutta la casa: quella della missione e della Chiesa (cfr. Mt 5,15).

C’è una donna, nella storia della missione, che ha conosciuto tre vite e altrettante forme di sofferenza. È stata suora, sposa e madre. Ha attraversato il deserto africano, conosciuto la prigionia, subito violenze e umiliazioni, fino a sacrificare la propria vocazione religiosa per proteggere altre donne.

Quando finalmente ha ritrovato la libertà, ha scoperto che nel mondo che aveva lasciato non sembrava esserci più un posto per lei.

Introduzione – Una vocazione segnata dal martirio

Missionaria comboniana, prigioniera in Sudan, costretta a un matrimonio che cambiò per sempre la sua esistenza. È la straordinaria vicenda di una donna veronese che attraversò la violenza, l’esilio e l’incomprensione senza rinunciare alla propria fede. A 95 anni dalla morte, la sua storia continua a interrogare la Chiesa.

Si chiamava Teresa Grigolini. Nata nel Veronese il 18 gennaio 1853, morì il 21 ottobre 1931 [1]. Per decenni il suo nome è rimasto ai margini della memoria ecclesiastica, quasi che la sua vicenda, troppo dolorosa e complessa da raccontare, costituisse un capitolo imbarazzante del passato missionario. Oggi è ricordata come Serva di Dio, mentre la sua storia è oggetto di una progressiva riscoperta.

La storica Lucetta Scaraffia l’ha presentata come una figura emblematica del martirio femminile: una sofferenza che non sempre culmina in una morte violenta, ma può consumarsi lentamente attraverso la perdita della libertà, la violazione del corpo e l’esclusione sociale.

La vita di Teresa, tuttavia, non è soltanto il racconto di una tragedia. È anche una testimonianza di responsabilità, coraggio e perseveranza. Soprattutto, è la storia di una donna che, pur essendo stata privata della possibilità di scegliere liberamente il proprio destino, cercò di rimanere fedele alla propria coscienza.

La giovane veronese conquistata dal sogno di Comboni

Teresa Grigolini nasce a Mambrotta, frazione di San Martino Buon Albergo, alle porte di Verona, in una famiglia benestante, attenta all’educazione dei figli e profondamente radicata nella fede.

Sono gli anni in cui l’Italia sta completando il proprio processo di unificazione, mentre la Chiesa missionaria rivolge uno sguardo sempre più attento all’Africa centrale. Tra i protagonisti di quella stagione emerge Daniele Comboni, sacerdote veronese che considera l’educazione, la formazione delle comunità locali e la presenza delle donne elementi fondamentali della propria opera evangelizzatrice.

Comboni conosce la famiglia Grigolini e intuisce le qualità della giovane Teresa: intelligenza, capacità organizzativa, sensibilità religiosa e carattere deciso. Da parte sua, Teresa rimane profondamente affascinata dall’ideale missionario comboniano e sceglie di consacrare la propria esistenza all’Africa.

Il 23 gennaio 1874 si presenta nella comunità di Verona, in via Santa Maria in Organo, per entrare nel nascente istituto delle Pie Madri della Nigrizia, oggi Suore Missionarie Comboniane. Nel dicembre 1874 inizia il noviziato e, il 15 ottobre 1876, è tra le prime religiose a pronunciare i voti secondo il progetto del fondatore.

Teresa diventa ben presto una figura di riferimento per la giovane congregazione. Comboni le affida responsabilità importanti, fino a riconoscere in lei il modello di donna missionaria che desidera formare: una religiosa capace di unire profonda spiritualità e iniziativa concreta, spirito di adattamento e dedizione alle persone.

La stima di Daniele Comboni per Teresa

La profonda stima di Daniele Comboni per Teresa Grigolini emerge con particolare intensità dalle sue lettere. In esse il fondatore riconosce nella giovane religiosa una delle figure più promettenti della nascente congregazione delle Pie Madri della Nigrizia.

Colpito dalla sua fede e dalla sua forza d’animo, la definisce «una figliuola incomparabile, una vera santa» (Scritti, 5070).

Ne ammira soprattutto il carattere deciso, l’energia e la capacità di affrontare le difficoltà della missione, tanto da chiamarla, con un’espressione insieme affettuosa e incisiva, «un vero gendarme di Cristo» (Scritti, 6604).

In Teresa, Comboni vede realizzato il modello di missionaria che aveva sempre desiderato: una donna capace di coniugare contemplazione e azione, profondità spirituale e senso pratico, autorevolezza e dedizione. Per questo, parlando di lei, esclama: «Ecco il tipo che intendo io» (Scritti, 6654).

Il riconoscimento più significativo arriva poche settimane prima della morte del fondatore, quando Comboni considera Teresa «il più forte sostegno dell’Africa Centrale» (Scritti, 7040).

Sono parole che testimoniano non soltanto la straordinaria fiducia riposta in lei, ma anche il ruolo decisivo che Comboni le attribuiva nel futuro dell’opera missionaria.

Verso l’Africa, tra il Nilo e il deserto: il viaggio delle prime missionarie comboniane

È il 12 dicembre 1877 quando Teresa Grigolini lascia Verona per raggiungere l’Africa centrale. Ha appena ventiquattro anni ed è alla guida delle prime cinque Pie Madri della Nigrizia destinate alla missione sudanese.

Con lei partono Maria Caspi, Maria Giuseppa Scandola, Concetta Corsi e Vittoria Paganini. Ad accompagnarle è lo stesso Daniele Comboni, da pochi mesi consacrato vescovo e nominato vicario apostolico dell’Africa centrale.

Si tratta di un momento storico per la giovane congregazione femminile, nata soltanto pochi anni prima: per la prima volta, le sue religiose si preparano a vivere stabilmente nel cuore del continente africano.

La partenza è preceduta, il 10 dicembre 1877, da una solenne celebrazione nella chiesa di San Tommaso, a Verona, durante la quale il cardinale Luigi di Canossa benedice i missionari e consegna loro il crocifisso, segno della missione che li attende.

Due giorni dopo, la comitiva lascia Verona e raggiunge Roma, dove incontra il cardinale Alessandro Franchi, prefetto di Propaganda Fide, per poi proseguire verso Napoli.

Il 15 dicembre 1877 il gruppo si imbarca sul piroscafo francese Erebe, diretto ad Alessandria d’Egitto. Del viaggio in mare Teresa scrive ai familiari: «Siamo stati in mare quattro giorni e mezzo».

Il 19 dicembre, nel tardo pomeriggio, la comitiva entra nel porto di Alessandria. Il giorno successivo raggiunge il Cairo, dove viene accolta dai missionari e dalle religiose già presenti negli istituti comboniani.

Nella capitale egiziana le giovani suore trascorrono alcune settimane di preparazione e acclimatazione. Comboni approfitta della sosta per introdurle alla realtà culturale e religiosa del Paese e per coltivare importanti relazioni diplomatiche.

Le accompagna anche alla scoperta di alcuni luoghi significativi della storia egiziana: il 31 dicembre 1877 visitano le Piramidi, mentre il 2 gennaio 1878 raggiungono l’Albero della Madonna e le vestigia dell’antica Eliopoli.

Sono esperienze che aprono gli occhi delle giovani religiose su un mondo profondamente diverso da quello veronese che si sono lasciate alle spalle.

Il viaggio riprende lungo il Nilo, a bordo di una dahabia, una grande imbarcazione a vela appositamente noleggiata per la spedizione.

Comboni aveva inizialmente progettato di raggiungere il Sudan attraverso il Mar Rosso e Suakin, ma il rischio di una quarantena, legato ad alcuni casi di colera segnalati a Gedda, lo convince a scegliere la via fluviale, seguita dalla traversata del deserto.

La navigazione procede lentamente ed è segnata da numerosi imprevisti. All’inizio di febbraio 1878, nei pressi di Minya, l’ancora danneggia lo scafo e l’acqua comincia a penetrare nell’imbarcazione. I viaggiatori sono costretti a trasferirsi temporaneamente su altre barche, mentre la popolazione e i soldati del luogo intervengono per prestare soccorso.

La spedizione prosegue toccando Assiut, Girga, Nag Hammadi e Luxor, dove le religiose possono ammirare le imponenti rovine dell’antica Tebe.

Nei primi giorni di marzo 1878 la comitiva raggiunge Assuan. Qui Teresa riceve una notizia devastante: suo padre Lorenzo è morto improvvisamente, poco dopo la sua partenza dall’Italia.

Comboni, già informato dell’accaduto, teme profondamente il momento in cui dovrà comunicarle il lutto. Teresa intuisce che qualcosa di grave è successo, ma affronta la perdita con una forza d’animo che commuove l’intera spedizione.

Il dolore della figlia si intreccia così con la determinazione della missionaria, consapevole di non poter tornare indietro per dare l’ultimo saluto al padre.

Lasciato alle spalle l’Egitto, comincia la parte più dura del viaggio: la traversata del deserto verso Berber, importante centro carovaniero del Sudan settentrionale.

I missionari devono affrontare il caldo intenso, la scarsità d’acqua, la fatica degli spostamenti e le difficoltà di un territorio colpito da una gravissima siccità. Sono settimane che mettono a dura prova la resistenza fisica e psicologica delle giovani religiose, molte delle quali non avevano mai sperimentato condizioni tanto estreme.

Finalmente, il 30 marzo 1878, Teresa e le sue compagne raggiungono Berber. Sono trascorsi più di tre mesi dalla partenza da Verona.

Concetta Corsi descrive l’arrivo con parole che restituiscono tutta la gioia e il sollievo delle missionarie: «Eccoci arrivate tutte sane e lietissime dopo sessant’un giorni di viaggio, cioè 48 di Nilo e circa 13 di deserto».

Quell’interminabile itinerario lungo il Nilo e attraverso il deserto rappresenta il primo grande banco di prova della vocazione di Teresa Grigolini.

La giovane veronese, che pochi anni prima aveva scelto di seguire l’ideale di Daniele Comboni, ha finalmente raggiunto l’Africa alla quale desiderava consacrare la propria esistenza.

Non può ancora immaginare che proprio quella terra, nella quale ripone tutte le sue speranze, diventerà presto il teatro di una delle vicende più drammatiche della storia missionaria femminile.

1. Il primo martirio: l’agonia della missione africana

L’Africa che accoglie le prime missionarie comboniane è ben diversa da quella che avevano immaginato. Una siccità devastante ha provocato una grave carestia, mentre tifo, vaiolo e altre malattie colpiscono duramente la popolazione. Anche le missioni subiscono pesanti perdite. Le condizioni di vita sono estreme: scarseggiano il cibo, le medicine e il personale, mentre i collegamenti con l’esterno sono difficili e irregolari. Le religiose si trovano così a condividere fino in fondo le sofferenze delle popolazioni locali, strette tra la fame, le epidemie e la continua minaccia della morte.

Per Teresa, nominata superiora del gruppo, comincia una dura prova di responsabilità, coraggio e perseveranza. Deve organizzare la vita comunitaria, sostenere le consorelle, familiarizzare con le lingue e i costumi locali e prepararsi alle successive destinazioni missionarie. Alla fatica quotidiana si aggiungono l’isolamento, il clima difficile e la necessità di mantenere viva la speranza in comunità costantemente esposte alla malattia e alla morte.

Dopo la permanenza a Berber, Teresa raggiunge Khartum e successivamente El Obeid, nel Kordofan, dove assume nuove responsabilità. L’attività missionaria comprende l’educazione, l’assistenza ai più vulnerabili, la cura della comunità e la formazione delle giovani donne. Non si tratta soltanto di annunciare il Vangelo, ma di testimoniarlo attraverso una presenza quotidiana, fatta di vicinanza, servizio e condivisione della vita delle persone.

I primi quattro anni di missione, dal 1878 al 1882, costituiscono così il primo martirio di Teresa, inteso nel senso spirituale di una quotidiana offerta di sé [2]. Prima ancora della persecuzione mahdista, la giovane religiosa sperimenta il prezzo della fedeltà alla propria vocazione: il distacco dalla famiglia, la fatica, le malattie, la morte dei compagni e l’apparente fragilità di un’opera costruita tra difficoltà immense. È una scuola di sacrificio e di fedeltà che la prepara, senza che possa immaginarlo, a prove ben più drammatiche.

Il 10 ottobre 1881, a Khartum, muore Daniele Comboni. Per i suoi missionari è una perdita gravissima, che sopraggiunge in una fase di crescente instabilità politica e priva le giovani comunità del loro fondatore e principale punto di riferimento.

Nello stesso anno, Muhammad Ahmad si proclama Mahdi, assumendo la guida religiosa e politica di un movimento insurrezionale contro il governo turco-egiziano. La rivolta si estende rapidamente, sconvolgendo gli equilibri politici e sociali dell’intero Sudan.

La morte del fondatore e l’avanzata mahdista gettano le comunità missionarie in una profonda incertezza. Alle difficoltà già sperimentate si aggiunge ora la minaccia di una persecuzione destinata a travolgere le missioni del Kordofan.

Uno dei drammi più profondi della storia missionaria ottocentesca

La vicenda dei missionari comboniani durante la Mahdia costituisce uno dei capitoli più dolorosi della storia missionaria dell’Ottocento. In essa si intrecciano la distruzione delle comunità cristiane, la guerra, la fame, le conversioni imposte, la prigionia e le violenze contro le donne. Eppure, proprio in questo scenario di sofferenza, emerge anche una straordinaria capacità di resistenza, solidarietà e fedeltà, documentata dalle memorie dei sopravvissuti.

Al centro di questo dramma si trova Teresa Grigolini, chiamata a esercitare la propria responsabilità di superiora in condizioni estreme, nelle quali ogni decisione poteva avere conseguenze tragiche. La sua vicenda personale diventa così inseparabile dal destino delle comunità affidate alle sue cure.

Sedici anni nelle mani del Mahdi: il calvario di Teresa Grigolini e dei missionari comboniani

Quando, nel settembre 1882, le milizie di Muhammad Ahmad cominciano a travolgere le missioni cattoliche del Kordofan, Teresa Grigolini ha ventinove anni. Da quattro vive in Africa, dove Daniele Comboni le aveva affidato importanti responsabilità nella guida delle Pie Madri della Nigrizia. La morte del fondatore, avvenuta nell’ottobre 1881, aveva già lasciato le missioni in una situazione di profonda incertezza. Ora, l’insurrezione contro il dominio turco-egiziano minaccia di annientare quanto era stato costruito in anni di sacrifici.

Il primo colpo arriva il 15 settembre 1882, quando la missione di Delen cade nelle mani dei mahdisti. Vengono catturati i sacerdoti Luigi Bonomi e Josef Ohrwalder, i fratelli laici Gabriele Mariani e Giuseppe Regnotto e tre religiose: Amalia Andreis, Maria Caprini ed Eulalia Pesavento. Tutti vengono privati dei loro beni e costretti a seguire i vincitori, senza sapere quale sorte li attenda.

Le violenze e le privazioni mietono ben presto le prime vittime. Suor Eulalia Pesavento muore il 27 ottobre, fratel Gabriele Mariani il 31 ottobre e suor Amalia Andreis l’11 novembre. Hanno rispettivamente ventisei, ventinove e trent’anni. Tre giovani vite spezzate nel giro di poche settimane. La loro sorte lascia presagire il lungo calvario che attende gli altri prigionieri.

A El Obeid, intanto, Teresa Grigolini cerca disperatamente una via di salvezza. Ha compreso la gravità del pericolo e propone di abbandonare la città per raggiungere Khartum. Ma don Giovanni Losi, responsabile della missione, preferisce attendere i confratelli di Delen, ignorando che sono già stati catturati. La decisione si rivela fatale.

La città è ormai sotto assedio. La fame comincia a uccidere prima ancora delle armi. I viveri si esauriscono, le malattie dilagano e le strade si riempiono di persone agonizzanti. Teresa lascia nelle sue memorie una testimonianza terribile: «I poveri, che erano moltissimi, furono i primi a morire». Anche don Giovanni Losi, debilitato dallo scorbuto, muore il 27 dicembre 1882, poche settimane prima della capitolazione.

Il 19 gennaio 1883, El Obeid cade. Tra i prigionieri si trovano il sacerdote Paolo Rosignoli, fratel Isidoro Locatelli e cinque religiose: Teresa Grigolini, Concetta Corsi, Fortunata Quascè, Elisabetta Venturini e Caterina Chincarini. Fortunata, originaria della Nubia, era stata riscattata dalla schiavitù ed era diventata la prima religiosa africana dell’istituto [3].

Complessivamente, nelle due missioni di Delen ed El Obeid, erano stati catturati quattordici membri della famiglia comboniana: tre sacerdoti, tre fratelli e otto suore. Tre di loro erano già morti quando i superstiti vennero riuniti.

La missione, nata per portare speranza e vita, si ritrova ora immersa nella prigionia, nella sofferenza e nell’incertezza del futuro. Per Teresa e i suoi compagni si apre una delle prove più drammatiche della loro esistenza.

2. Il secondo martirio: il grande sacrificio

Se i primi anni africani erano stati segnati dalla fatica e dalle privazioni, la prigionia mahdista sottopone Teresa a una prova di natura radicalmente diversa. Non si tratta più soltanto di resistere alla fame, alle malattie e all’isolamento, ma di affrontare la persecuzione religiosa, la violenza e la minaccia alla dignità delle consorelle. Come superiora, Teresa si sente responsabile della loro sorte e cerca di proteggerle anche quando ogni possibilità di scelta sembra venir meno. Il suo secondo martirio nasce proprio da questa drammatica responsabilità: accettare un sacrificio personale estremo per sottrarre le altre donne a violenze ancora maggiori.

La violenza e la richiesta di convertirsi all’Islam

Uno dei primi obiettivi dei vincitori è ottenere dai missionari una dichiarazione pubblica di adesione all’Islam. Chi rifiuta viene minacciato, percosso e sottoposto a umiliazioni. Non si tratta di un confronto religioso liberamente scelto, ma di una politica di coercizione esercitata nell’ambito del potere mahdista.

Padre Paolo Rosignoli e fratel Isidoro Locatelli, minacciati di decapitazione, pronunciano la formula richiesta [4]. Per le religiose la pressione è ancora più dura: devono affrontare non soltanto la fame, il carcere e la violenza fisica, ma anche la minaccia di essere costrette a matrimoni e rapporti sessuali.

Nei primi mesi di prigionia, la resistenza delle suore impressiona persino i confratelli. Padre Luigi Bonomi riconosce che il loro coraggio è stato per i missionari uomini motivo di profonda ammirazione.

Le testimonianze descrivono torture particolarmente crudeli. Fortunata Quascè viene legata a un palo e frustata; Teresa è colpita al volto e ferita alle labbra. Elisabetta Venturini racconta di essere stata percossa, trascinata e legata a un albero fino a perdere conoscenza.

Nell’aprile 1884 le donne vengono separate e affidate alla sorveglianza di famiglie legate ai capi mahdisti. Costrette a camminare scalze per decine di chilometri, senza cibo sufficiente e sotto il sole del deserto, continuano a vivere nell’incertezza di una possibile esecuzione o deportazione.

Il 12 aprile 1884 Concetta Corsi, dopo essere stata minacciata di violenza sessuale, pronuncia la formula islamica per poter entrare nel recinto del Mahdi e chiedere protezione. Teresa, appresa la notizia, decide a sua volta di pronunciarla per raggiungere la compagna e non lasciarla sola.

Non è una conversione maturata per convinzione personale. È un gesto compiuto sotto una pressione estrema, nel quale la superiora antepone la protezione di una consorella alla propria sicurezza. Per le autorità mahdiste, tuttavia, la formula pronunciata è sufficiente per considerarle musulmane.

Le vicende saranno raccontate in seguito da Elisabetta Venturini, da padre Ohrwalder e dalla stessa Teresa, che lascerà memorie della prigionia. Si tratta di testimonianze preziose, perché permettono di ricostruire episodi a lungo taciuti o ricordati soltanto attraverso espressioni allusive.

Nel campo di Omdurman: europei, greci, egiziani e cristiani prigionieri

La sorte dei comboniani si intreccia con quella di tanti altri catturati durante la guerra. Fra loro si trovano funzionari del governo egiziano, commercianti, artigiani, soldati e persone legate alle amministrazioni delle città conquistate.

Quanti erano gli altri prigionieri? Non esiste una cifra unica valida per l’intero periodo 1882-1898: i prigionieri arrivano in momenti differenti e molti muoiono, fuggono o vengono liberati prima della caduta del regime. Un documento ufficiale presentato alla Camera dei Comuni britannica il 2 giugno 1899 riferisce che, dopo la battaglia di Omdurman, furono liberate complessivamente circa 10.854 persone, in grandissima parte egiziani, turchi, copti e altri abitanti della regione. Tra i detenuti di varie nazionalità si contavano 177 cristiani non copti e 36 ebrei, complessivamente 213 persone; al loro interno figuravano 94 greci, 12 italiani e quattro austriaci. Non erano quindi tutti europei [5].

Tra i prigionieri più noti figura Rudolf Slatin, ufficiale austriaco che aveva ricoperto la carica di governatore del Darfur. Altri appartengono alla comunità greca, numerosa nelle città commerciali sudanesi.

La comunità dei prigionieri non è omogenea. Persone di diverse nazionalità e religioni vivono in condizioni differenti, secondo la loro posizione, le protezioni ottenute e le decisioni delle autorità. Alcuni possono esercitare piccoli commerci o lavori artigianali, pur rimanendo sottoposti a stretta sorveglianza. Altri dipendono completamente dalla carità di conoscenti o compagni di sventura.

La fame rappresenta una minaccia permanente. Le abitazioni sono spesso semplici capanne, i vestiti insufficienti e le medicine quasi inesistenti. Malattie infettive, epidemie e carestie accompagnano la vita quotidiana. Le fughe comportano gravi rischi e, anche quando riescono, possono provocare ritorsioni contro chi è rimasto.

La persecuzione ha anche una dimensione psicologica. Le autorità mahdiste cercano di ottenere gesti pubblici di adesione religiosa, separano i prigionieri e controllano i rapporti fra gli uomini e le donne.

Le testimonianze indicano che alcuni europei pronunciano formule di conversione all’Islam per evitare punizioni o ottenere condizioni meno dure. Altri continuano a rifiutare, pagando la propria resistenza con ulteriori violenze. Per interpretare queste dichiarazioni, è essenziale distinguere la libera convinzione religiosa dalle scelte imposte dalla necessità di sopravvivere.

I matrimoni di protezione e il sacrificio di Teresa

La situazione più drammatica riguarda le religiose. Una volta considerate musulmane dalle autorità, possono essere obbligate a sposarsi. Per evitare che siano assegnate a uomini del movimento mahdista, alcuni prigionieri europei offrono una soluzione estrema.

Rudolf Slatin contribuisce a organizzare matrimoni formalmente riconosciuti dalle autorità, concepiti inizialmente come una forma di protezione esteriore. Alcuni commercianti greci accettano di figurare come mariti delle suore, ospitandole nelle proprie abitazioni.

Teresa viene affidata a Dimitri Cocorempas, un greco di El Obeid. Concetta Corsi è associata a fratel Isidoro Locatelli, mentre Caterina Chincarini trova protezione presso un altro greco. Anche Fortunata Quascè viene coinvolta in questa sistemazione.

La convivenza rimane precaria. Gli uomini lavorano nei mercati e le religiose cuciono indumenti e svolgono lavori domestici per contribuire al sostentamento del gruppo. Per quanto possibile, cercano di vivere separatamente dai loro protettori.

Teresa organizza la vita quotidiana e cerca di conservare i legami con le consorelle. Scrive lettere, tenta di procurare aiuti e si occupa delle donne più deboli. Nel 1885 riesce a far giungere all’esterno un messaggio nel quale descrive la difficile situazione delle religiose rimaste a Omdurman, nascoste in alcune case sotto la protezione dei greci.

Con il passare degli anni, tuttavia, il sistema dei matrimoni apparenti si rivela sempre più fragile. I protettori chiedono denaro e le autorità sospettano che quelle unioni non siano autentiche. Il rischio di nuove violenze cresce.

La situazione precipita quando, secondo le ricostruzioni delle testimonianze, Concetta Corsi subisce una violenza sessuale attribuita a Isidoro Locatelli e rimane incinta [6]. L’episodio rivela quanto fossero fragili le soluzioni escogitate per proteggere le religiose.

Su Teresa ricade allora il peso della prova più dolorosa. Per allontanare i sospetti sui matrimoni, nell’agosto 1890 viene costretta a rendere effettiva l’unione con Dimitri Cocorempas.

Questa imposizione trasforma radicalmente la sua vita. La religiosa che Daniele Comboni aveva considerato uno dei sostegni più importanti della missione diventa moglie e successivamente madre. Da quel matrimonio nascono tre figli, uno dei quali muore ancora bambino.

Chi riuscì a fuggire e chi rimase

I tentativi di liberare i missionari iniziano presto, ma falliscono per anni. Il Mahdi respinge anche proposte di riscatto, mentre le autorità ecclesiastiche e i loro intermediari cercano di organizzare fughe attraverso il deserto.

Il primo a riuscirci è padre Luigi Bonomi, che lascia El Obeid il 25 giugno 1885.

Nell’ottobre dello stesso anno fuggono anche Maria Caprini e Fortunata Quascè, grazie a un’operazione organizzata con l’aiuto di persone esterne al campo. Teresa avrebbe voluto che tutte le consorelle fuggissero insieme, ma Concetta, incinta, e Caterina, gravemente debilitata, non sono in condizioni di affrontare il viaggio.

Teresa decide di rimanere accanto a loro.

Nel marzo 1887 riesce a raggiungere la libertà fratel Isidoro Locatelli, lasciando Concetta Corsi con un bambino piccolo. Intanto, gli anni trascorrono tra tentativi di fuga, malattie e continue restrizioni.

La grande carestia del 1888-1889 aggrava ulteriormente la situazione. Teresa cerca di ottenere aiuto dalla famiglia in Italia, mentre il denaro e le notizie arrivano con estrema difficoltà.

Il 3 ottobre 1891 Concetta muore di tifo a Omdurman. Poche settimane dopo, il 29 novembre, padre Josef Ohrwalder riesce a fuggire insieme a Elisabetta Venturini e Caterina Chincarini. La loro traversata del deserto è estenuante, ma alla fine raggiungono l’Egitto.

Per Teresa è un’altra dolorosa separazione. Ha visto partire quasi tutte le consorelle, mentre lei rimane prigioniera, legata a un matrimonio che non aveva cercato e alla responsabilità dei figli.

Padre Paolo Rosignoli recupera la libertà nell’ottobre 1894, grazie alle iniziative promosse dal successore di Comboni, monsignor Francesco Sogaro.

Tra i membri della missione, soltanto Teresa Grigolini e fratel Giuseppe Regnotto rimangono ancora sotto il controllo del regime mahdista.

3. Il terzo martirio: l’abbandono

Il 2 settembre 1898 l’esercito anglo-egiziano, comandato dal generale Herbert Kitchener, sconfigge le forze mahdiste nella battaglia di Omdurman. Il giorno successivo si conclude per Teresa la lunga stagione della prigionia.

Dal 19 gennaio 1883 al 3 settembre 1898 sono trascorsi quindici anni e quasi otto mesi [7].

La fine della prigionia, tuttavia, non coincide con la fine del suo tormento, ma l’inizio di una nuova prova, di un terzo martirio, forse il più doloroso: quello dell’abbandono.

Nella vicenda di Teresa Grigolini si riflettono alcuni dei drammi più profondi della storia missionaria ottocentesca: la guerra, la prigionia, la violenza sulle donne, le scelte compiute sotto costrizione e il peso di un sacrificio che, per molti anni, non troverà pieno riconoscimento.

La libertà ritrovata, ma non per tutti

Per i missionari sopravvissuti si apre finalmente la possibilità di riprendere la vita interrotta. Alcuni tornano nelle comunità religiose, altri raggiungono le famiglie e i paesi d’origine.

Per Teresa, invece, la liberazione non coincide con il ritorno alla vita perduta. È moglie e madre. Ha dei figli da crescere, un marito al quale è ormai legata e una condizione personale che rende estremamente difficile il reinserimento nella congregazione.

Il paradosso è doloroso: durante la prigionia aveva rinunciato alla propria vocazione per proteggere le altre donne; una volta libere, quelle stesse consorelle possono ritornare in convento, mentre lei resta esclusa.

Nelle memorie che scriverà negli ultimi anni, Teresa descrive l’amarezza di quei giorni. È probabilmente questa una delle pagine più amare dell’intera vicenda: una donna che aveva sopportato la prigionia e accettato enormi sacrifici per salvare le compagne si vede negare il ritorno alla famiglia religiosa.

Bisogna considerare anche il contesto culturale dell’epoca. La storia di una ex suora sposata, madre di tre figli, risultava difficilmente comprensibile all’interno degli schemi ecclesiastici e sociali dei primi decenni del Novecento.

Su Teresa pesa una condizione che non aveva scelto, ma che ormai viene considerata incompatibile con il ripristino della sua precedente vita consacrata.

Non rinuncia, però, al legame spirituale con Comboni e con le sue religiose. Lo custodisce nella preghiera, nei ricordi e nel desiderio di continuare a sentirsi parte della congregazione.

La sua testimonianza colpisce anche perché non nasconde la ribellione interiore. Racconta la disperazione, l’incomprensione, persino il sentimento di essere stata abbandonata da Dio.

È una fede che attraversa il dubbio, la sofferenza e il senso di ingiustizia, senza trasformarsi in un racconto artificiosamente consolatorio.

La maternità, intanto, la lega alla nuova condizione familiare. Le ricostruzioni biografiche descrivono un rapporto coniugale difficile, caratterizzato anche da comportamenti violenti del marito. Teresa continua tuttavia a occuparsi della famiglia e, negli anni della malattia di Dimitri, lo assiste fino alla morte, avvenuta nel 1915.

La sua storia mostra quanto sia riduttivo interpretare il sacrificio soltanto come una scelta eroica. Teresa fu anche una donna privata del diritto di decidere liberamente del proprio corpo e del proprio futuro. Riconoscere questa dimensione non sminuisce la sua fede; restituisce, piuttosto, tutta la gravità delle circostanze nelle quali fu costretta a vivere.

Il ritorno a Verona e il dolore dell’esclusione

Nel 1918, nell’anno conclusivo della Prima guerra mondiale, Teresa torna definitivamente in Italia.

Sono passati circa quarant’anni dalla partenza per il Sudan. La giovane missionaria piena di entusiasmo è diventata una donna segnata dalla prigionia, dalla maternità, dai lutti e dalle fatiche familiari.

Tornata definitivamente in Italia, Teresa Grigolini trova accoglienza presso il fratello sacerdote, don Luigi Grigolini, parroco di Mambrotta, frazione di San Martino Buon Albergo, alle porte di Verona, dove entrambi erano nati. Per starle vicino, don Luigi aveva chiesto di lasciare un’importante parrocchia cittadina e di essere trasferito nella piccola comunità della campagna veronese. Teresa si stabilisce nella canonica, conducendo un’esistenza appartata, dedicata alla preghiera e alle opere di carità, ma segnata dal dolore per la lontananza dai figli e dall’impossibilità di rientrare nella congregazione comboniana. Nella canonica di Mambrotta, assistita negli ultimi tempi da una religiosa delle Pie Madri della Nigrizia, si spegne il 21 ottobre 1931, all’età di 78 anni.

Otto lire per una Messa: il gesto che racconta una vita

Tra gli episodi più significativi degli ultimi anni di Teresa ce n’è uno, conservato nella memoria delle Missionarie Comboniane, che dice molto del suo mondo interiore.

Nel 1926 ricorre il cinquantesimo anniversario della prima professione religiosa, avvenuta il 15 ottobre 1876.

Madre Costanza Caldara decide di raggiungere Teresa, ormai vedova, per condividere con lei il ricordo di quella giornata lontana. Le due donne trascorrono del tempo insieme, rievocando gli anni della giovinezza e della missione.

Al momento del congedo, Teresa consegna alla religiosa otto lire, chiedendo che venga celebrata una Messa in occasione dell’anniversario dei suoi voti.

È un gesto semplice, ma carico di significato: racchiude il legame profondo di Teresa con la sua vocazione.

Mezzo secolo dopo la professione, nonostante l’impossibilità di tornare in convento, Teresa continua a considerare quel giorno una data decisiva della propria vita.

La congregazione non l’ha riaccolta formalmente, ma lei non ha cancellato il proprio passato.

La visita del 1926 testimonia anche che, pur nella distanza istituzionale, non tutti i rapporti personali con le consorelle si erano interrotti.

Quando le sue condizioni di salute peggiorano, è una religiosa comboniana, Adelinda Fontana, ad assisterla negli ultimi tempi. La donna che aveva desiderato tornare nella propria comunità riceve così, almeno sul finire della vita, la vicinanza concreta di una delle sue sorelle.

4. Dopo la croce, la risurrezione

Vi sono storie che la Chiesa impiega molto tempo a comprendere. Quella di Teresa Grigolini è una di queste. Quando muore, il 21 ottobre 1931, nella canonica di Mambrotta, alle porte di Verona, dove vive accolta dal fratello sacerdote, don Luigi, il suo straordinario sacrificio non riceve particolari riconoscimenti. La donna che Daniele Comboni aveva considerato uno dei sostegni più preziosi della missione africana, e che aveva affrontato quasi sedici anni di prigionia mahdista, muore lontana dalla congregazione alla quale aveva consacrato la giovinezza e nella quale aveva inutilmente sperato di rientrare.

Il lungo oblio di Teresa Grigolini e il sorprendente parallelo con la sorte del suo fondatore

Sulla sua vicenda cala un lungo silenzio. Teresa è stata suora, poi moglie e madre in seguito a un matrimonio imposto dalle drammatiche circostanze della prigionia. Una storia difficile da comprendere e da raccontare secondo la sensibilità religiosa dell’epoca. Il suo sacrificio, compiuto per proteggere le consorelle, sembra quasi trasformarsi in una colpa. La vittima della violenza e delle costrizioni diventa così vittima anche dell’incomprensione e dell’oblio.

Eppure, in questa vicenda, emerge una sorprendente somiglianza con la sorte dello stesso Daniele Comboni. Anche il fondatore, morto a Khartum il 10 ottobre 1881, a soli cinquant’anni, aveva conosciuto negli ultimi anni della sua esistenza incomprensioni, accuse, abbandoni e profonde solitudini. E neppure dopo la morte gli fu immediatamente riconosciuto il posto che gli spettava nella storia dell’opera missionaria da lui iniziata.

Il caso più significativo riguarda proprio l’identità dell’istituto maschile comboniano. Dopo la morte di Comboni, la trasformazione dell’originario istituto missionario in congregazione religiosa, sotto la guida dei nuovi responsabili e con l’intervento dei gesuiti, determinò una progressiva attenuazione del riferimento al fondatore. Nei primi documenti della nuova congregazione, Comboni non veniva neppure indicato come fondatore. In una circolare del 7 giugno 1903, padre Francesco Saverio Colombaroli, allora superiore generale, arrivò a presentare il nuovo istituto come un’istituzione «orfana» di padre [8].

La circostanza è ricordata da padre Tarcisio Agostoni, che sottolinea come, nelle prime circolari dei superiori generali, il nome di Comboni non comparisse con il titolo di fondatore. Persino nelle prime formulazioni delle Regole, quel ruolo veniva attribuito a monsignor Francesco Sogaro, successore di Comboni alla guida del Vicariato apostolico dell’Africa centrale.

Il paradosso è evidente: l’uomo che aveva fondato a Verona l’Istituto per le Missioni Africane nel 1867 e le Pie Madri della Nigrizia nel 1872, consacrando tutte le proprie energie all’evangelizzazione dell’Africa centrale, rischiava di essere dimenticato proprio da coloro che ne raccoglievano l’eredità.

Comboni e Teresa, il fondatore e una delle sue prime figlie spirituali, conobbero dunque, pur in forme diverse, un destino per certi versi simile: l’incomprensione, l’emarginazione e il progressivo oscuramento della memoria. E per entrambi il riconoscimento sarebbe arrivato soltanto attraverso un lungo e travagliato percorso di riscoperta.

Per Teresa un primo gesto concreto di riabilitazione giunge nel 1995, sessantaquattro anni dopo la morte, quando le sue spoglie vengono finalmente accolte nella tomba delle Missionarie Comboniane, dalla quale erano rimaste escluse. Un gesto silenzioso, ma di enorme significato: la donna che non aveva potuto ritrovare il proprio posto nella congregazione da viva viene simbolicamente riaccolta nella comunità delle sorelle dopo la morte.

A questo gesto di riconciliazione si accompagna progressivamente una rilettura storica e spirituale della sua vicenda. Gli studi, la valorizzazione delle testimonianze delle compagne di prigionia e soprattutto la riscoperta delle memorie autobiografiche permettono di comprendere sotto una luce diversa il suo comportamento. Non più quello di una religiosa che aveva abbandonato la vocazione, ma di una donna che, privata della libertà, aveva accettato un sacrificio estremo per salvare altre persone.

Particolarmente significativo è stato il contributo della storica Lucetta Scaraffia, che ha richiamato l’attenzione sul martirio delle donne consacrate vittime di violenza e sulla necessità di riconoscere forme di testimonianza cristiana che non si concludono necessariamente con la morte violenta.

Anche per Teresa comincia così una lenta risurrezione della memoria.

Il passo successivo arriva nel 2012, quando vengono avviate le prime iniziative per promuovere la causa di beatificazione di Teresa Grigolini Cocorempas. Nel 2013 il suo nome risulta già associato al titolo di Serva di Dio, mentre nel 2015 alcune pubblicazioni ecclesiali parlano esplicitamente del cammino intrapreso per il riconoscimento della sua santità [9]. A distanza di oltre ottant’anni dalla morte, la sua vicenda comincia finalmente a essere considerata non più soltanto una pagina dolorosa della storia missionaria, ma una possibile testimonianza di santità.

Ben più avanzato è il percorso di riconoscimento ecclesiale di Daniele Comboni, proclamato beato il 17 marzo 1996 e santo il 5 ottobre 2003 da Giovanni Paolo II. La Chiesa riconosce oggi ufficialmente come fondatore dei Missionari Comboniani e delle Suore Missionarie Comboniane colui che, per una stagione della storia del suo istituto, non aveva visto pienamente riconosciuta questa paternità.

Le due vicende non sono identiche, ma il loro accostamento è eloquente. Daniele Comboni aveva scritto che le opere di Dio nascono e crescono ai piedi della croce. La sua stessa vita sembrò confermare drammaticamente questa convinzione. E altrettanto si può dire di Teresa, la religiosa nella quale egli aveva riconosciuto l’ideale della missionaria della Nigrizia, e che avrebbe conosciuto una croce tanto lunga quanto difficile da comprendere.

A novantacinque anni dalla morte, la riscoperta di Teresa Grigolini non cancella la sofferenza subita né le responsabilità storiche di quanti non seppero comprenderla. Ma permette finalmente di riconoscere il valore della sua testimonianza e di restituirle il posto che le compete nella memoria comboniana.

È questa, forse, la risurrezione più significativa della sua storia: non la cancellazione delle ferite, ma il riconoscimento di una fedeltà rimasta viva anche quando tutto sembrava perduto. Una donna a lungo dimenticata torna così a parlare alla Chiesa e al mondo, ricordando che la santità non segue sempre percorsi lineari e che la croce, talvolta, assume il volto doloroso dell’incomprensione di coloro dai quali si attendeva amore.

Conclusione: l’attualità della testimonianza di Teresa Grigolini

La vicenda di Teresa Grigolini illumina una dimensione essenziale della missione cristiana, quella del martirio vissuto come testimonianza, che non sempre si esprime attraverso la morte violenta, ma può assumere il volto di una sofferenza prolungata, di una fedeltà vissuta nell’oscurità, di un’esistenza apparentemente fallita. Teresa non morì per mano dei persecutori, ma attraversò un lungo martirio esistenziale: quasi sedici anni di prigionia, le violenze, il matrimonio imposto, la rinuncia alla vita consacrata e, dopo la liberazione, l’incomprensione e l’esclusione dalla famiglia religiosa alla quale aveva donato la giovinezza. Una testimonianza tanto più significativa perché vissuta non senza dubbi, momenti di sconforto e interrogativi dolorosi sul silenzio di Dio.

Le pietre nascoste della missione: il misterioso disegno della Provvidenza

La sua storia sembra dare corpo a una delle intuizioni più profonde di Daniele Comboni. Nelle Regole del 1871, parlando dei missionari della Nigrizia, il fondatore scriveva che ciascuno doveva essere disposto a diventare «una pietra nascosta sotterra, che forse non verrà mai alla luce, e che entra a far parte del fondamento di un nuovo e colossale edificio, che solo i posteri vedranno spuntare dal suolo» (Scritti, 2701). Un’immagine che esprime la logica evangelica della missione: seminare senza necessariamente raccogliere, donarsi senza pretendere riconoscimenti, accettare che la fecondità della propria vita possa rimanere invisibile agli occhi degli uomini.

Teresa fu davvero una di quelle pietre nascoste. Lei, che Comboni aveva indicato come modello della missionaria della Nigrizia, finì per essere dimenticata proprio dalla famiglia religiosa alla cui nascita aveva contribuito. Mentre l’opera comboniana cresceva e si diffondeva nel mondo, la sua vicenda rimaneva sepolta sotto il peso di una tragedia difficile da comprendere. E tuttavia, proprio nel misterioso disegno della Provvidenza, accade talvolta che le pietre destinate a restare per sempre nascoste vengano riportate alla luce. La progressiva riscoperta di Teresa, la sua riabilitazione nella memoria della congregazione e l’avvio delle iniziative per la beatificazione sembrano suggerire che nessuna vita donata per amore è destinata a perdersi nell’oblio.

Non si tratta di attribuire alla volontà di Dio le violenze e le ingiustizie che Teresa subì, né di cercare una giustificazione spirituale alle responsabilità di quanti non seppero comprenderla. Il mistero della Provvidenza si manifesta piuttosto nella possibilità che anche una vicenda segnata dalla sofferenza e dall’apparente sconfitta possa rivelare, a distanza di tempo, una fecondità inattesa. È la logica pasquale della croce e della risurrezione, così profondamente radicata nella spiritualità di Comboni: la vita può germogliare proprio dove tutto sembrava definitivamente perduto.

Attualità della testimonianza di Teresa

In questa prospettiva emerge tutta l’attualità della testimonianza di Teresa. La sua storia parla alle donne che ancora oggi, nei territori di guerra e nei contesti di persecuzione, subiscono violenze, matrimoni forzati, privazioni della libertà e umiliazioni. Ricorda che la dignità di una persona non viene intaccata dalla violenza subita e che nessuna vittima dovrebbe essere giudicata o emarginata per le conseguenze di una costrizione. Interpella la Chiesa stessa, invitandola a riconoscere le sofferenze spesso rimaste nascoste nella propria storia, ad ascoltare le vittime e a non aggiungere al peso delle ferite quello dell’incomprensione.

Ma Teresa ha qualcosa da dire anche alla missione di oggi, chiamata a confrontarsi con guerre, persecuzioni, povertà e apparenti insuccessi. La sua esistenza ricorda che la fecondità missionaria non si misura soltanto dalle opere realizzate o dai risultati visibili. Esiste una fecondità silenziosa, che nasce dalla fedeltà, dalla condivisione della sorte degli ultimi e dalla capacità di rimanere accanto a chi soffre, anche quando ogni speranza sembra svanire. Teresa non scelse le condizioni drammatiche nelle quali fu costretta a vivere, ma cercò di non abbandonare le persone affidate alla sua responsabilità. È soprattutto in questa solidarietà, pagata a caro prezzo, che la sua vicenda conserva una forza evangelica capace di attraversare il tempo.

A novantacinque anni dalla morte, la riscoperta di Teresa Grigolini assume così un significato che va oltre la doverosa riparazione di una memoria ingiustamente oscurata. Invita a riconoscere, nelle fondamenta della missione, le esistenze di tanti uomini e donne il cui sacrificio è rimasto sconosciuto, e a comprendere che la storia dell’evangelizzazione non è fatta soltanto di grandi protagonisti e imprese straordinarie, ma anche di fedeltà nascoste, di lacrime e di speranze custodite nel silenzio.

Teresa, la pietra che sembrava destinata a rimanere per sempre sepolta, torna oggi alla luce. E la sua vicenda ricorda che, nel misterioso disegno della Provvidenza, ciò che gli uomini considerano perduto può diventare fondamento di una storia nuova. Forse è proprio questa la sua ultima missione: testimoniare che, anche nelle esistenze più ferite, la croce non è necessariamente l’ultima parola.

Note

[1] Data di nascita. Le fonti consultate non concordano sulla data di nascita di Teresa Grigolini. Il sito delle Missionarie Comboniane indica il 18 gennaio 1853, mentre Santi e Beati riporta il 14 maggio 1853 (dato da verificare).

[2] Il primo martirio. L’espressione è utilizzata in senso spirituale e testimoniale, per descrivere le condizioni di sacrificio e sofferenza vissute durante i primi anni africani. Non rappresenta un riconoscimento canonico del martirio.

[3] Identità delle religiose prigioniere. Le ricostruzioni storiche non sono del tutto concordi sull’elenco delle suore catturate a El Obeid. Una testimonianza riportata da Combonifem include Fortunata Quascè, mentre una pubblicazione delle Missionarie Comboniane del 2026 cita Maria Caspi.

[4] Le dichiarazioni di conversione all’Islam. Alcuni missionari e religiose pronunciarono formule di adesione all’Islam sotto minaccia di morte o di violenze. Tali dichiarazioni, estorte in condizioni di coercizione, non possono essere equiparate a una libera e consapevole adesione religiosa. La distinzione è fondamentale per una corretta interpretazione storica e morale degli avvenimenti.

[5] Numero dei prigionieri. I dati citati provengono dal documento parlamentare britannico The Khartoum Prisoners, del 2 giugno 1899. Le cifre riguardano le persone liberate alla conclusione del regime mahdista e non rappresentano necessariamente il numero complessivo di coloro che furono imprigionati nei sedici anni precedenti. Non esiste, nelle fonti utilizzate, un censimento esaustivo degli europei detenuti durante l’intero periodo.

[6] La vicenda di Concetta Corsi e Isidoro Locatelli. L’episodio della violenza sessuale è riportato dalle ricostruzioni delle testimonianze relative alla prigionia mahdista. Trattandosi di un fatto particolarmente delicato, è opportuno conservarne l’attribuzione alle fonti, evitando formulazioni che presuppongano accertamenti diversi da quelli storicamente disponibili.

[7] Durata della prigionia. Teresa Grigolini rimase sotto il dominio mahdista dal 19 gennaio 1883 al 3 settembre 1898, per circa quindici anni e otto mesi. Durante questo lungo periodo la sua condizione personale cambiò più volte: dalla custodia imposta dai vincitori alla convivenza forzata con il marito, sempre all’interno di un regime che limitava la sua libertà.

[8] L’istituto comboniano «orfano» del fondatore. Il riferimento alla circolare del 7 giugno 1903 di padre Francesco Saverio Colombaroli è riportato dagli studi storici sull’istituto comboniano, in particolare da Tarcisio Agostoni. L’espressione «orfana» riassume il contenuto della testimonianza. La vicenda riguarda il riconoscimento istituzionale della paternità di Daniele Comboni dopo la trasformazione dell’istituto missionario in congregazione religiosa.

[9] Causa di beatificazione. Alcune pubblicazioni biografiche indicano nel 2012 l’avvio delle iniziative per la causa di beatificazione di Teresa Grigolini. Non è stato tuttavia possibile verificare con certezza, attraverso gli atti canonici ufficiali, la data dell’eventuale apertura formale dell’inchiesta diocesana, il nome del postulatore e lo stato attuale della procedura. Inoltre, il titolo di Serva di Dio non equivale al riconoscimento delle virtù eroiche, del martirio o alla beatificazione.

Fonti storiche, biografiche, documentarie e istituzionali

1. Fonti primarie: scritti e testimonianze dell’epoca

1. Daniele Comboni, Scritti, raccolta delle lettere e dei documenti del fondatore. Archivio dei Missionari Comboniani.

2. Teresa Grigolini Cocorempas, Tutti sapevano che ero stata suora, a cura di Daniela Maccari, Verona, Pie Madri della Nigrizia, 1988; successiva edizione Bologna, EMI, 1996. Testimonianza autobiografica fondamentale sulla prigionia, il matrimonio e il ritorno in Italia.

3. Teresa Grigolini, Memorie della prigionia mahdista, a cura di Aldina Martini, Archivio Madri Nigrizia, anno I, n. 1, 2000, pp. 17–65. Fonte fondamentale sulla prigionia e sulle condizioni delle religiose.

4. Teresa Grigolini, Scritti (1877–1931), a cura di Maria Vidale, Archivio Madri Nigrizia, anno VII, n. 12, ottobre 2006, pp. 15–346. Raccolta indispensabile per la corrispondenza, il viaggio in Africa e gli ultimi anni.

5. Josef Ohrwalder, Ten Years’ Captivity in the Mahdi’s Camp, 1882–1892, Londra, Sampson Low, Marston & Company, 1892. Testimonianza di un missionario catturato dai mahdisti, utile per ricostruire le condizioni della prigionia e le fughe. Testo digitalizzato.

6. Vittoria Paganini, scritti e diario del viaggio missionario del 1877–1878, richiamati nelle ricostruzioni storiche comboniane e nell’opera di Maria Vidale. Utilizzati indirettamente per le tappe del viaggio lungo il Nilo.

7. Parlamento britannico, The Khartoum Prisoners, Hansard, House of Commons, 2 giugno 1899. Fonte parlamentare per i dati sui prigionieri liberati dopo la caduta del regime mahdista. Documento originale.

2. Studi storici e biografie su Teresa Grigolini

8. Pietro Chiocchetta, La «notte pasquale» di Teresa Grigolini Cocorempas, Archivio Madri Nigrizia, anno IX, n. 14, aprile 2008, pp. 7–94. Studio particolarmente rilevante per l’interpretazione spirituale della sua esperienza.

9. Paola Azzolini, «… dal vel del cor giammai disciolta». Storia di Teresa Grigolini Cocorempas e delle sue compagne di prigionia, in Donne a Verona: una storia della città dal medioevo ad oggi, a cura di Paola Lanaro e Alison Smith, Cierre Edizioni, 2012, pp. 267–282.

10. Francesco Vecchiato, Grigolini Teresa, in Dizionario biografico dei Veronesi (secolo XX), Verona, 2006, pp. 449–450. Scheda bibliografica dell’Università di Verona.

11. Giancarlo Volpato, Grigolini Teresa, Il Condominio News. Ricostruzione della vita, delle vicende familiari e della presenza di Teresa a Mambrotta, corredata da un’ampia bibliografia. Leggi l’articolo.

12. Gianpiero Pettiti, Serva di Dio Teresa Grigolini. Suora comboniana, sposa e madre, Santi e Beati. Fonte utilizzata per la cronologia generale, il matrimonio, il rientro in Italia e le prime iniziative per la beatificazione dal 2012. Scheda biografica.

13. Lucetta Scaraffia, Teresa Grigolini: suora comboniana, sposa e madre, tre volte martire, sito dei Missionari Comboniani, 17 ottobre 2020. Fondamentale per la lettura della vicenda alla luce del martirio femminile, della violenza sessuale e dell’esclusione dalla vita religiosa. Leggi lo studio.

3. Pubblicazioni delle Suore Missionarie Comboniane

14. Suore Missionarie Comboniane, Teresa Grigolini: una vita di missione, speranza e sofferenza, 18 ottobre 2023. Ricostruzione istituzionale del percorso vocazionale e missionario. Articolo.

15. Inma Cuesta, Sopravvissute, Suore Missionarie Comboniane, 15 luglio 2026. Approfondimento sulle conversioni imposte, sulle torture, sui matrimoni di protezione e sulla memoria di Teresa. Articolo.

16. Maria Teresa Ratti, In memoria delle nostre Sorelle e Confratelli, Suore Missionarie Comboniane, 7 novembre 2021. Riflessione sulla dimensione martiriale delle missionarie durante la Mahdia. Articolo.

17. Suore Missionarie Comboniane, Mahdia: il racconto delle testimoni, Combonifem, 2022. Ricostruzione dettagliata della sorte delle religiose e delle testimonianze della prigionia. Approfondimento storico.

18. Suore Missionarie Comboniane, 1872: i primi passi, Combonifem. Ricostruzione dei primi anni dell’istituto e del contesto della partenza delle missionarie. Articolo.

19. Suore Missionarie Comboniane, Percorso storico: le origini, Centro Comunicazione Comboniane. Mostra storica sulla fondazione e sui primi viaggi in Africa. Percorso storico.

20. Suore Missionarie Comboniane, Fedeltà nella prova, percorso storico dedicato alla Mahdia, alle testimonianze delle suore e al recupero della memoria delle sopravvissute. Percorso storico.

4. Studi sulla storia di Comboni e del suo istituto

21. Tarcisio Agostoni, The Comboni Missionaries. An Outline History 1867–1997. Studio storico sull’evoluzione dell’istituto, sui rapporti con il fondatore e sulle trasformazioni successive alla sua morte. Alcuni capitoli sono disponibili in traduzione italiana su Comboni2000. Capitolo sulla storia dell’istituto.

22. Fidel González Fernández, L’evoluzione storica dell’Istituto dei Missionari Comboniani, sito dei Missionari Comboniani. Utilizzato per il problema del riconoscimento di Daniele Comboni come fondatore dell’istituto. Studio storico.

23. Missionari Comboniani, Supreme Witness, pubblicazione storica del 2020. Richiamata per i nomi e la cronologia dei religiosi coinvolti nella prigionia mahdista. Pubblicazione.

24. Giancarlo Volpato, Antonio Maria Roveggio: instancabile erede di Comboni (1858–1902), Verona, Casa Editrice Mazziana, 2015. Opera emersa nella bibliografia di riferimento per il periodo successivo alla morte di Comboni.

P. Manuel João Pereira Correia, MCCJ
Castel d’Azzano, 21 ottobre 2026

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