Un testo che intreccia teologia mistica, filosofia e pratica contemplativa per interrogarsi su che cosa significhi davvero “vedere” la realtà. Paolo Gamberini, a partire da una conferenza di padre Giuseppe Barzaghi e dalla tradizione apofatica dello Pseudo-Dionigi, propone la contemplazione come esperienza di immersione nel Mistero: non possesso intellettuale, ma apertura a una totalità che si lascia intravedere anche nel più piccolo frammento.
Al centro della riflessione c’è così uno sguardo capace di ricomporre ciò che l’esperienza ordinaria tende a separare: silenzio e semplicità, fragilità e valore, finito e infinito. Fino alla tesi più radicale del testo: che proprio nel frammento, anche quello apparentemente insignificante, possa rivelarsi la presenza del tutto.

Contemplare
Paolo Gamberini
23 settembre 2026
https://paologamberinisj.home.blog/
Per gentile concessione dell’autore
(Ri-)velare il tutto nel frammento
Le riflessioni che seguono nascono dall’ascolto di una conferenza di Padre Giuseppe Barzaghi (https://youtu.be/9U1v7szAMTc?si=CXry6nd0vLs43Nng). Le sue parole, dense di rigore teologico e finezza filosofica, mi hanno offerto lo spunto per approfondire alcuni temi che riprendo e sviluppati in forma personale, secondo gli impliciti riferimenti al Monismo Relativo.
L’anima, quando entra veramente nell’esperienza spirituale, non rimane semplicemente davanti al Mistero (coram deo), come un soggetto davanti a un oggetto, ma scopre di essere dentro il Mistero (in deo). Contemplare significa anzitutto entrare in rapporto con il mistero fino a “capire di non capire”. Per questo si può assumere come riferimento la tradizione apofatica dello Pseudo-Dionigi Areopagita: Dio non diventa oggetto posseduto dalla conoscenza, ma Mistero nel quale il soggetto si trova coinvolto.
Trinità sovraessenziale oltremodo divina ed oltremodo buona, custode della sapienza dei Cristiani relativa a Dio, guidaci verso la cima oltremodo sconosciuta, oltremodo risplendente ed altissima dei mistici oracoli, dove i misteri semplici, assoluti ed immutabili della teologia vengono svelati nella tenebra luminosissima del silenzio che inizia all’arcano: là dove c’è più buio essa fa brillare ciò che è oltremodo risplendente, e nella sede del tutto intoccabile ed invisibile ricolma le intelligenze prive di vista di stupendi splendori. Questa sia la mia preghiera. Ma tu, o mio caro Timoteo, applicati intensamente alle mistiche visioni, metti da parte le sensazioni, le attività intellettuali, tutte le cose sensibili ed intellegibili, tutto ciò che non esiste e che esiste e per quanto puoi abbandonati senza più conoscere all’unione con ciò che è al di sopra di ogni essere e di ogni conoscenza: nel tuo abbandono incondizionato, assoluto e puro al raggio sovraessenziale della tenebra divina elimina tutto, e una volta staccatoti da tutto lasciati portare verso l’alto[1].
Da qui deriva la distinzione tra capire e intendere. Capire rischia di significare afferrare e possedere qualcosa (capire da capio); intendere significa invece tendere verso, dimorare presso ciò che non può essere posseduto. La contemplazione non domina il mistero: si lascia coinvolgere da esso.
Questa disposizione richiede semplicità e silenzio. La semplicità rinvia all’essere “senza pieghe” (sine plica). I vari metodi contemplativi offrono mezzi per “distendere” le pieghe della mente, del cuore e del corpo. Per esempio: il respiro, focalizzarsi su un’icona, su una sensazione corporea (vipassana), su una parola o frase ripetuta, il mantra (Amen, Om, Maranathà, Eccomi). Il silenzio non coincide semplicemente con l’assenza esteriore di rumore: indica una condizione di tranquillità interiore, nella quale viene meno la complicazione dell’io. Semplicità e silenzio costituiscono così l’ “ambiente” della contemplazione.
Non sono le cose straordinarie a essere degne di contemplazione. È piuttosto lo sguardo contemplativo che rende possibile riconoscere lo straordinario nell’ordinario. La contemplazione non seleziona ciò che è nobile eliminando ciò che appare insignificante; possiede invece uno sguardo capace di raccogliere tutto. Infatti, è il “tutto” lo stra-ordinario. Non appartiene all’ordinario (extra creatum), benché sia “dentro” ogni creatura e com-prende ogni ente finito.
Da qui nasce la potente immagine del frammento. Un fazzoletto apparentemente insignificante e destinato alla spazzatura cambia completamente significato quando si scopre che contiene le lacrime di una madre per il figlio morto: ciò che sembrava rifiuto diventa reliquia. Il contemplativo è precisamente colui che, guardando il frammento, riesce a intravedervi l’intero.
La contemplazione è dunque un movimento opposto alla frammentazione. Nella contemplazione è coinvolto l’emisfero di destro che è preposto alla sin-tesi, all’ “intus-legere”. La contemplazione raccoglie invece di scartare. La contemplazione non divide il buono dal cattivo, ma li vede “entrambi”. In “entrambi” vede appunto l’intero che è la sottesa connessione. La relazione assoluta. Non occorre possedere tutti i dettagli di una questione; può bastare un frammento perché in esso si manifesti la totalità, e vedendo la totalità (= ὅλον, hólon, che significa “tutto”, “intero” o “totalità”) si è salvi (salus discende dalla radice proto-indoeuropea *solh₂- (o *sol-), che significa “intero”, “non guasto”, “solido”). Wholeness is Holiness, dicono gli inglesi: l’integrità è santità.
Il valore della vita
La contemplazione approccia la vita altrimenti, poiché ci permette di sopportare il paradosso della vita. Il valore della vita diventa, infatti, più evidente proprio là dove essa manifesta la propria fragilità: nel neonato, nel malato, nel morente. Quando la vita non può più essere dominata, emerge il suo carattere prezioso.
Lo sguardo contemplativo raggiunge qui la sua forma più radicale: vedere nel frammento fragile non qualcosa da eliminare, ma una presenza dell’intero. Per questo la contemplazione non è evasione dalla realtà, bensì una diversa maniera di guardarla.
L’immagine geometrica che rappresenta la contemplazione – piuttosto che il discorso – è il cerchio, il movimento circolare. Diversamente dal movimento rettilineo, che procede (corre, discursus) da un punto verso un altro, il cerchio non possiede un inizio e una fine assoluti. Il contemplativo, analogamente, scopre una realtà nella quale ogni frammento rinvia alla totalità.
La formula “Dio tutto in tutti”: non in senso panteistico, ma pan-en-teistico, nel senso per cui il superiore è presente nell’inferiore per partecipazione e l’inferiore nel superiore eminentemente. Ancor meglio, l’incondizionato è presente in ogni condizionato, come il 10 è presente nel 5×2, 30:3, 12-2, 8+2. Il frammento testimonia la pienezza. “È in lui che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità, e voi partecipate della pienezza di lui” (Col 2,9)
[1] Dionigi Areopagita, La Teologia Mistica, capitolo I, paragrafo primo
