L’errore delle neuroscienze:
Quando il fisicalismo è velenoso
Paolo Gamberini
https://paologamberinisj.home.blog
Per gentile concessione dell’autore

Il saggio di Riccardo Manzotti, “L’errore delle neuroscienze” (in Giornale critico di storia delle idee, 1(2023), 33-45), sostiene una tesi volutamente radicale: le neuroscienze non riescono a spiegare la coscienza non perché il problema sia troppo difficile, ma perché il problema è formulato male fin dall’inizio. La coscienza, intesa come realtà soggettiva interna distinta dal mondo fisico, sarebbe uno pseudo-problema, generato dalla separazione moderna tra soggetto e oggetto, esperienza e realtà, interno ed esterno.

1. L’errore fondamentale: separare soggetto e oggetto

Secondo Manzotti, le neuroscienze hanno ereditato, senza rendersene pienamente conto, un presupposto cartesiano e kantiano: il soggetto sarebbe separato dal mondo e avrebbe accesso al mondo attraverso rappresentazioni interne. Il cervello diventerebbe allora il luogo nel quale il mondo esterno viene in qualche modo riprodotto e trasformato in esperienza.

Ma qui nasce il problema: se il cervello appartiene interamente al mondo fisico, esso è semplicemente un altro oggetto fisico. I neuroni sono eventi elettrochimici e non si vede perché o come possano trasformarsi in colori, suoni, odori, immagini o esperienze soggettive. Il cervello rimane «ostinatamente fatto di neuroni e non di coscienza». La difficoltà nasce quindi dalla premessa:

soggetto ≠ oggetto

oppure:

esperienza ≠ realtà

Una volta posta questa separazione, bisogna spiegare come l’una possa raggiungere l’altra. Ed è proprio questo, per Manzotti, il vicolo cieco.

2. La coscienza come «invenzione»

Manzotti radicalizza ulteriormente la critica sostenendo che la nozione moderna di coscienza è stata costruita proprio per colmare la distanza precedentemente creata tra soggetto e mondo. Se la mela reale è fuori di me, bisogna supporre che dentro di me esista qualcosa come «l’esperienza della mela». Avremmo quindi:

mela reale → rappresentazione cerebrale → esperienza soggettiva della mela

Ma in questo modo, osserva Manzotti, si finisce per duplicare inutilmente la realtà. Lo stesso accade con il colore: si suppone un rosso fisico della mela e un secondo «rosso fenomenico» nell’esperienza. Manzotti parla provocatoriamente di una «isteria ontologica» che pone due rossi dove ce n’è soltanto uno.

La coscienza, a differenza per esempio della materia oscura, non nasce come ipotesi richiesta dai dati scientifici. La materia oscura è stata postulata perché le osservazioni astronomiche presentavano fenomeni che le teorie disponibili non riuscivano a spiegare. Nei dati neuroscientifici, invece, non esisterebbe qualcosa di analogo: non ci sono neuroni che si comportano in maniera inspiegabile e che richiedono l’introduzione della «coscienza» come nuova causa. Il cervello appare causalmente completo. Per questo la ricerca neuroscientifica della coscienza sarebbe paragonabile alla ricerca di qualcosa che le premesse teoriche hanno inventato prima ancora dell’indagine empirica.

3. La svolta: dalla relazione all’identità

La proposta positiva di Manzotti compare nell’ultima parte ed è il punto filosoficamente più importante del saggio. Bisogna abbandonare la domanda: Come fa il soggetto ad avere esperienza dell’oggetto? Questa domanda presuppone già che soggetto e oggetto siano due realtà differenti. Occorre invece prendere sul serio una possibilità radicalmente diversa: “siamo la cosa che c’è”. Non sappiamo infatti, sostiene Manzotti, che l’esperienza sia qualcosa di diverso dall’esistenza. È la tradizione filosofica moderna ad averci abituati a pensare in termini di osservatore/osservato, interno/esterno, soggetto/oggetto.

Alla base dell’alternativa proposta da Manzotti c’è quindi il principio di identità (A = A). Ogni cosa è ciò che è. La realtà è costituita da esistenti concreti che producono effetti su altri esistenti. Non occorre postulare dietro o dentro l’esistente un secondo livello fenomenico. Manzotti propone quindi di sostituire l’ontologia della rappresentazione con quella dell’identità. Da qui deriva la sua teoria della MOI — Mind-Object Identity, identità mente-oggetto. La formula si può così schematizzare: Io [A] non conosco una cosa [B] attraverso una relazione [C]. La cosa sono io [B = A]. Non c’è rapporto ontologicamente più intimo dell’identità [B = A = C]. Se vedo una mela, dunque, non occorrerebbe postulare qualcosa oltre alla mela. La realtà di cui sono cosciente è costitutiva della mia mente. La mente non sarebbe quindi confinata dentro il cranio.

Il problema della coscienza scompare perché viene eliminata la separazione ontologica che lo aveva prodotto. A mio avviso, questo è anche il punto del saggio che potrebbe risultare particolarmente interessante in rapporto al monismo relativo: Manzotti non propone semplicemente un materialismo riduzionista; mette in questione la struttura dualistica secondo cui la relazione dovrebbe necessariamente collegare due termini già costituiti e separati.

Manzotti riconosce la priorità dell’identità di soggetto-oggetto a quella della loro originaria separazione. Nel modello del monismo relativo, invece, l’identità di “oggetto” e “soggetto”, “mente” e “realtà materiale”, non è prioritaria ma essa stessa è data in quanto identità a partire dalla relazione che non sopraggiunge tra realtà originariamente separate, ma è costitutiva dei termini stessi. Manzotti tende a ricondurre la relazione all’identità, mentre nel monismo relativo identità e/o differenza coesistono senza ricadere nel dualismo, se ricondotti alla relazione intesa questa come assoluta e quindi prioritaria.