Per Kierkegaard la nostra esistenza è irriducibile ad ogni possibile datità, anche concettuale, che pretenda di de-finirla. Se ne è parlato al Meeting di Rimini 2026

Ritratto di Soren Kierkegaard (1813-1855)
Ingrid Basso, Ettore Rocca
Pubblicato 21 Agosto 2026
https://www.ilsussidiario.net
Il titolo che è stato scelto per l’incontro Kierkegaard oggi. Riscoprire l’esistenza in programma oggi al Meeting di Rimini dice in breve già molte cose. Pone innanzitutto una domanda tacita, ovvero che cosa Kierkegaard – un pensatore del XIX secolo – sia in grado di dire a noi in questo momento storico.
È una domanda retorica naturalmente, poiché in realtà Kierkegaard ha molto da dire all’uomo di oggi, e non soltanto perché, come tutti i più grandi autori classici, parla all’uomo dell’uomo in modo universale, ma ha qualcosa da dire proprio all’uomo particolare della nostra epoca, alle prese con quelle res novae – per dirla con le parole dell’Enciclica papale Magnifica humanitas – frutto del rapidissimo sviluppo tecnologico del nostro tempo, come la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale, la robotica ecc.
Tutte tecnologie potentissime, queste, in grado di modificare i nostri processi decisionali e quindi la nostra vita e il nostro destino.
Diventa dunque fondamentale l’appello alla responsabilità, una responsabilità senz’altro collettiva, che tuttavia non ha alcun significato se non ha alla base quella solida radice che è l’individuo singolo. Ed è senz’altro qui che Kierkegaard ha più da dire, con l’accento che pone sulla responsabilità del singolo.
Anche l’inizio dell’Ottocento, peraltro, aveva conosciuto sviluppi tecnologici molto importanti, come la nascita e la diffusione della stampa industriale e dunque la possibilità di formare per la prima volta un’opinione pubblica da parte di chi scrive o di chi detiene la proprietà di un mezzo stampa, con tutti i rischi che questo comporta.
La reazione di Kierkegaard dinanzi alla conseguenza certamente positiva della democratizzazione della politica e della comunicazione fu però quella di mettere in guardia contro il rischio dell’omologazione e della manipolazione, contro il potere livellante di una massa capace di deresponsabilizzare l’individuo, “levigato come il ciotolo di un fiume”, “courant come moneta in corso”, e la storia purtroppo ha saputo mostrarci gli esiti più nefasti in questo senso, il male nella sua banalità.
E qui veniamo alla seconda parte del titolo, ovvero la riscoperta dell’esistenza, perché l’esistenza è, è sotto gli occhi di tutti, tutti siamo, ma forse non sempre ci rendiamo conto di che cosa questo significhi, e per questo si parla di “ri-scoperta”.
Non è stato però certamente Kierkegaard a portare la nozione di esistenza all’interno della filosofia; quel che Kierkegaard ha fatto è stato far capire che l’esistenza è sempre un passo avanti rispetto a qualsivoglia tentativo di concettualizzarla, di comprenderla, finanche di “dirla”. Per questo esistono la letteratura, la poesia, l’arte, la filosofia, tentativi inesausti di vedere pienamente qualcosa che in realtà vedere non si può, perché è occhio piuttosto che campo visivo.
Ma che cos’è che non può mai essere davvero “visto”? È la possibilità, inafferrabile, che contraddistingue l’esistente nel suo divenire e nel sui farsi. Ma la possibilità è, per Kierkegaard, perché la libertà è, e questo è il cuore dell’antropologia kierkegaardiana: un Sé che è sintesi di finito e infinito, temporalità ed eternità, possibilità e necessità, laddove infinito, possibilità, eternità sono apertura, eccedenza mai pienamente racchiudibile, comprensibile.
Ciascun Sé è tutto questo, ciascun individuo è tutto questo e non può ignorare di esserlo, perché “avere un sé, essere un sé è la massima, l’infinita concessione che è fatta all’uomo, ma insieme la richiesta che l’eternità gli fa”. Questo è il modo in cui Kierkegaard parla di responsabilità, una responsabilità che è dunque inscindibile dal Sé, dall’individualità.
“Riscoprire l’esistenza” significa in fondo rendersi conto di questo, capire che vi è qualcosa che non può essere compreso (= racchiuso) e come tale non può essere manipolato, omologato.
L’umano è allora questa irriducibile eccedenza che come tale dev’essere appunto “custodita”, per tornare alle parole dell’Enciclica. Ora, custodire l’umano nel contesto della trasformazione tecnologica odierna significa riconoscere all’uomo in sé stesso un valore che non dipende esclusivamente da ciò che lo riconosce (e, anche in questo caso, lo omologa) quantitativamente come puro dato, pura informazione “utile” per fini economici o politici, e operativamente sulla base di una performance.
Ecco, questi sono gli aspetti che fanno sì che si possa parlare di disumanizzazione, ovvero di una negazione di quell’eccedenza non funzionale – cioè non propriamente “utile” – che è l’uomo.
L’ultimo aspetto che è importante sottolineare, nella prospettiva kierkegaardiana, è che tutto ciò che si è detto sulla custodia del valore dell’umano non avrebbe alcun senso nei termini di una dottrina teorica: la parola non ha senso se resta parola, così come il Cristianesimo, per Kierkegaard, non avrebbe alcun senso se non nei termini di “vita cristiana”.
Diversi decenni più tardi, un suo appassionato lettore – Ludwig Wittgenstein –, dopo aver appreso della conversione religiosa di un ex allievo, lo avrebbe parafrasato così: “Se qualcuno mi dice di essersi comprato l’attrezzatura da equilibrista non mi lascio molto impressionare sinché non vedo come la usa”.