Assunta in “anima e corpo” oggi può essere letto come “totalità” della propria esistenza personale.

di Gilberto Borghi
20 Agosto 2026
Per gentile concessione di
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Alcune mail e commenti arrivati dopo il mio post sulla festa dell’Assunta, mi hanno spinto a scrivere di nuovo. La questione è quella di come si può intendere oggi il dettato del dogma del 1950: “l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo”.
La formula ha tre aspetti interessanti. Primo: non precisa volutamente se Maria sia morta o no, prima dell’assunzione; secondo: non parla di un “privilegio singolare”, come invece fa la definizione dell’Immacolata Concezione del 1854; non accenna alla questione del “tempo”, in rapporto all’assunzione, come invece appare nel dogma dell’Immacolata, tale fin dal “primo istante della sua concezione”. Il nucleo essenziale della definizione è solo che Maria è stata introdotta nella gloria celeste nella totalità della propria persona.
Alla luce dell’antropologia scolastica, di derivazione aristotelica, dentro a cui il testo è costruito, l’assunzione sarebbe l’esito di una sequenza precisa: alla morte l’anima di Maria viene separata dal corpo; l’anima entra nella gloria, ma il corpo, a differenza della altre persone, non conosce la normale corruzione del sepolcro e viene anch’esso glorificato immediatamente; infine, anima e corpo vengono nuovamente considerati nella loro unità in cielo.
Questa interpretazione trova spazio, storicamente, dentro la teologia dei “privilegi mariani” che dall’inizio del 1800 fino al vaticano II ha dominato la scena della mariologia. Tuttavia, proprio qui emerge una differenza significativa tra il dogma dell’Immacolata Concezione e quello dell’Assunzione, per le tre caratteristiche mostrate all’inizio. L’Assunzione tende infatti a voler essere compresa come compimento escatologico, più che semplicemente come privilegio che deroga alla condizione umana.
Il concilio afferma che Maria, “come in cielo, glorificata ormai nel corpo e nell’anima”, è “l’immagine e l’inizio della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell’età futura” (LG 68). Maria non è soltanto una persona privilegiata accanto alla Chiesa: è icona e inizio della Chiesa stessa. La sua assunzione è quindi un evento che rivela il destino della comunità ecclesiale e, attraverso di essa, il destino dell’umanità redenta.
Questa prospettiva è precisata quando il Catechismo afferma che: “la Chiesa non entrerà nella gloria del Regno se non attraverso quest’ultima Pasqua, nella quale seguirà il suo Signore nella sua morte e Risurrezione” (CCC 677). L’affermazione è decisiva. La Chiesa, in quanto Corpo di Cristo, non raggiungerà il proprio compimento semplicemente attraverso un processo storico di progressiva affermazione. Essa dovrà attraversare una Pasqua. La sua strada verso la gloria passa, come per Cristo, attraverso la morte.
Se Maria è realmente icona e inizio della Chiesa, allora l’Assunzione può essere letta come la realizzazione piena, nella sua persona, della Pasqua. Perciò sarebbe più sensata la tradizione orientale della Dormizione, al contrario di quella occidentale, che ha sempre conservato in modo molto forte la convinzione che Maria sia passata attraverso la morte. Maria non sarebbe stata sottratta alla Pasqua, ma sarebbe la prima a parteciparvi pienamente. Maria si colloca, dunque, tra Cristo e la Chiesa: riceve da Cristo il compimento della Pasqua e lo vive, affinché la Chiesa lo veda e si ricordi chi è.
Questa impostazione consente di ripensare il significato antropologico dell’espressione “in anima e corpo”. Le neuroscienze mostrano la profonda interdipendenza tra coscienza, memoria, identità personale, cervello e corporeità. La fisica, inoltre, ci pone davanti conoscenze (ad es. entanglement e non-località) che ci obbligano a mettere in discussione rappresentazioni troppo semplicistiche della materia.
Ciò rende inevitabile che la teologia provi ad elaborare una concezione più integrale dell’essere umano che recuperi una dimensione maggiormente biblica dell’antropologia. La persona, non appare mai come un soggetto spirituale semplicemente collocato dentro un organismo biologico, ma come una realtà incarnata, relazionale, storica e corporea.
In “anima e corpo” significa perciò che Maria è stata assunta nella totalità della propria esistenza personale. La morte, di conseguenza, può essere pensata non come la separazione di anima e corpo, ma come il passaggio radicale della persona a una modalità nuova di esistenza: “da questo mondo al padre”. L’Assunzione di Maria può così essere reinterpretata come la manifestazione di questo compimento, in modo tale che la pasqua di Cristo sia resa visibile nei suoi effetti, non solo su Cristo stesso (resurrezione e ascensione), ma anche nell’umanità che Cristo ha redento.
Resta aperta la questione del tempo. Mentre le persone risorgeranno alla fine del tempo, Maria è già risorta e glorificata, come Cristo. Ma qui si apre un secondo capitolo.