La singolarità di Maria non consiste nell’aver sperimentato un “tempo intermedio” diverso dal nostro, con una differente struttura temporale dell’esistenza dopo la morte.

di Gilberto  Borghi
24 Agosto 2026
Per gentile concessione di
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L’Assunzione di Maria porta in campo il modo con cui ci rappresentiamo concettualmente gli eventi del post mortem. L’interpretazione classica del dogma lascia pensare che lei non abbia attraversato quello che si chiama “stato intermedio” tra morte e resurrezione e quindi questa sarebbe una eccezione, che ne qualificherebbe un “privilegio personale”.

Ma sul concetto di stato intermedio, nel XX secolo la teologia ha elaborato due proposte alternative alla concezione tradizionale. Una prima posizione è quella della “morte totale”: con la morte cesserebbe ogni forma di sussistenza personale e Dio ricreerebbe l’uomo nella risurrezione finale. In questo senso il privilegio personale di Maria sarebbe anche maggiore della posizione tradizionale, perché, a differenza degli uomini, sarebbe stata preservata persino dalla morte totale. Una seconda soluzione è quella della “risurrezione nella morte”. Se la persona muore ed esce dal tempo, si può pensare che la risurrezione coincida, come evento, con la morte stessa. In questo modo viene eliminato per tutti lo stato intermedio e la condizione di Maria sarebbe quella di ciascun salvato, di qualsiasi altro santo.

Il magistero cattolico, soprattutto in tre testi, è intervenuto, non accettando queste due prospettive. Nella Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede “Recentiores episcoporum Synodi”, del 17 maggio 1979; nel Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC 1021-23); nella lettera del Dicastero per la Dottrina della Fede del 25 luglio 2025. In questi testi si afferma che la Chiesa sostiene la teoria delle due fasi: la sopravvivenza, dopo la morte, di un elemento spirituale dotato di coscienza e volontà, cioè l’anima, ma che tale stato non è quello definitivo che ci sarà nella parusia.

In questi documenti, però, non viene definita una particolare ontologia temporale del post mortem. Essi si limitano solo a salvaguardare la continuità personale e la distinzione con la parusia. Anzi, in verità, il Catechismo stesso afferma che il mistero della condizione celeste “supera ogni possibilità di comprensione e di descrizione” e che la Scrittura ne parla mediante immagini. E nella lettera del 2025, si chiarisce anche che l’anima non è una “parte” della persona e che neppure il corpo è una “porzione” della persona.

Queste notazioni sottolineano una tensione concettuale inevitabile nella teoria delle due fasi. Ciò perché i documenti non tematizzano mai sufficientemente in modo esplicito, da quale punto di osservazione essi affermano ciò che dicono: dal punto di vista di chi è nel tempo storico o da quello del defunto che è fuori dal tempo? Nella prospettiva di chi è nel tempo gli eventi possono essere rappresentati secondo una successione temporale. Quindi, da questo punto di vista è giusto parlare di una distanza temporale tra la morte individuale e la risurrezione finale.

Ma nella prospettiva della persona morta la situazione è radicalmente diversa. Anche se non sappiamo positivamente come sia la condizione della persona oltre la morte, non possiamo trasferire automaticamente alla sua condizione il nostro modo di misurare il tempo, perché lei è oltre il tempo. Alla luce di questa distinzione emerge una terza possibilità che evita i due estremi che il magistero non accoglie.

Partendo dalla questa stessa distinzione, si può dire che per noi che siamo vivi nella storia la morte e la risurrezione sono collocate in una successione temporale: moriamo, la storia continua e attendiamo il compimento finale. Per il defunto, invece, non è necessario postulare una distanza temporale esperibile tra la morte e la risurrezione. La morte introduce nella dimensione escatologica, senza che ciò implichi necessariamente che morte e risurrezione siano lo stesso evento.

Applicata all’Assunzione, questa prospettiva permette di mostrare come, per noi che viviamo nella storia, esiste una vera anticipazione temporale: Maria è già nella condizione glorificata, mentre la Chiesa terrestre è ancora pellegrina e attende il compimento finale. Dal punto di vista di Maria, invece, non è necessario introdurre una diversa esperienza cronologica della morte e della risurrezione. La singolarità di Maria non consiste quindi nell’aver sperimentato un “tempo intermedio” più breve, diverso o nullo, con una diversa struttura temporale dell’esistenza dopo la morte. Consiste, invece, nell’essere posta in una relazione speciale con Cristo e con la sua redenzione, che solo lei ha, in cui la sua glorificazione rende presente e manifesta nella storia, la destinazione finale di tutti. Essa è un’anticipazione iconica in cui la Chiesa può già contemplare ciò che essa stessa è chiamata a diventare: la piena partecipazione alla vita di Cristo, la glorificazione della persona nella sua integralità e la comunione definitiva con Dio.