L’intelligenza artificiale come nuova “forza della natura” impone una governance globale: servono regole condivise, istituzioni internazionali e un’etica comune per stabilire limiti e responsabilità di una tecnologia che può trasformare il futuro dell’umanità

Vito Mancuso
27 Agosto 2026
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Per gentile concessione dell’autore
Qualcuno ancora ricorda la memorabile scena dell’Apprendista stregone nel film “Fantasia” di Walt Disney? È stata la prima immagine affacciatasi alla mia mente dopo aver letto le dichiarazioni di Bill Gates secondo cui l’IA va oggi trattata non più come uno strumento tecnologico ma come «una forza della natura che l’uomo ha scatenato». Ho subito rivisto Topolino apprendista stregone che, a seguito delle misteriose forze evocate, era caduto nel panico di fronte alla foresta impazzita di scope che, da pacifici strumenti, si erano trasformate in minacciosi guerrieri. Ora Topolino siamo noi.
Dopo aver delineato la vera natura dell’IA e chiarito che da come la gestiremo (o ne saremo gestiti) dipende il nostro futuro, Bill Gates ha poi sostenuto che occorre procedere sostanzialmente su tre fronti: 1) creare un’agenzia internazionale di governo dell’IA, così come già avviene con l’energia atomica; 2) tassare le imprese che licenziano lavoratori a causa dell’IA, così da creare con queste tasse una specie di cassa integrazione o reddito di cittadinanza per chi rimane senza lavoro; 3) riservare agli esseri umani almeno il 40 percento dei posti di lavoro, una sorta cioè di obbligatoria “quota rosa”, salvo stabilire quale colore possa essere il più adatto per contrassegnare la quota umana.
Mi soffermo sul primo punto. Per Bill Gates è necessaria una «gestione politica» dell’IA, ma in cosa concretamente può consistere tale gestione politica? Anzitutto nella stipulazione di leggi da parte del potere legislativo, poi nella loro effettiva applicazione da parte del potere esecutivo, infine nella possibilità di sanzionare le infrazioni da parte del potere giudiziario. Tutti e tre i poteri fondamentali che costituiscono l’autorità di uno stato moderno devono entrare necessariamente in gioco se si vuole istituire una governance davvero efficace della nuova forza della natura che abbiamo scatenato. Ma allora da qui rinasce nel modo più cristallino la necessità imprescindibile del diritto internazionale. E quindi dell’Onu. Bill Gates infatti potrà anche andare in Cina per incontrare il Presidente Xi Jinping (come io spero che presto avvenga), potrà inoltre incontrare un presidente Usa finalmente di nuovo degno di questo nome al termine del mandato dell’attuale, ma nessun accordo tra Usa e Cina da lui promosso potrà mai avere un’effettiva applicazione a livello mondiale senza il diretto coinvolgimento dell’Onu. Ne viene che il diritto internazionale e la sua principale istituzione oggi così marginalizzati, riacquistano necessariamente il centro della scena politica.
Ma occorre procedere oltre e chiedersi su quale base si potrà fondare la necessaria legislazione sull’IA. E qui appare chiaro come il diritto nel suo farsi rimandi all’etica, vale a dire a una precisa visione dell’uomo e dei valori irrinunciabili per tutelarne la dignità. La governance mondiale dell’IA, in altri termini, non potrà essere attuata senza un’etica mondiale, la quale rimanda organicamente a quel progetto di “Word Ethos” coraggiosamente portato avanti dal teologo svizzero Hans Küng. La situazione quindi è riassumibile nei seguenti passaggi: 1) la tecnologia ha creato una forza di natura dalle potenzialità immense, in senso sia positivo sia negativo per l’umanità, ma essa non la sa governare; 2) noi abbiamo bisogno di un’istituzione politica internazionale che la governi; 3) perché questa istituzione possa effettivamente legiferare c’è bisogno di un accordo universale sui principi etici irrinunciabili.
La situazione è tale che forse si può avverare oggi quanto avveniva anticamente nell’isola di Creta, i cui abitanti, sempre fortemente divisi tra loro in fazioni rivali, si coalizzavano sistematicamente tra loro all’apparire di un nemico esterno così che riuscivano a respingerlo. Noi abbiamo bisogno di questa rinnovata “sincreticità”, cioè di un’energia intellettuale che unisca le forze fondamentali degli esseri umani al fine di salvare l’umanità dalla tecnica da essa stessa evocata. La scena dell’apprendista stregone del film di Walt Disney si chiude con l’arrivo del maestro stregone che ferma con un cenno le scope impazzite, ma da noi non arriverà nessun Superuomo a porre rimedio, ci dobbiamo pensare da noi. E forse da questo rinnovato pensare a noi stessi, a cosa sia davvero importante per la nostra vita, potrà sorgere una via di uscita. Ha scritto Hölderlin: «Ma dov’è il pericolo, cresce anche ciò che dà salvezza».