
Gabriele Segre
27 Agosto 2026
https://www.lastampa.it
Basta scorrere la cronaca geopolitica per accorgersi che la potenza sta cambiando anatomia: ora, al posto dei muscoli, conta saper tenere il mondo per la gola. Mentre Trump rivendica il “controllo totale” su Hormuz, a Ferragosto attraverso lo Stretto non è passata neanche una nave. Nelle stesse ore, il Marocco serrava il varco di Ceuta con la stessa facilità con cui lo aveva spalancato a fine luglio. Cambiano i flussi e i rubinetti, non la lezione di fondo: nel nuovo disordine mondiale conta sempre meno quanta forza si possiede e sempre più quale strettoia — geografica, tecnologica, finanziaria o migratoria — si riesce a controllare.
E pensare che per buona parte della storia moderna è stata la potenza bruta a risolvere le sfide a braccio di ferro: vinceva chi accumulava più forza e ne sosteneva più a lungo il peso. Più cannoni, più portaerei, più acciaio, più denaro. La Guerra fredda portò quella logica all’estremo: Mosca gonfiava il bicipite nucleare, Washington pareggiava lo sforzo, finché nessuno ha più osato mollare la presa. Le guerre commerciali frequentano la stessa palestra: io alzo i dazi, tu li alzi di più e vediamo chi cede per primo. Una concezione muscolare della potenza, costosissima e riservata ai pesi massimi: per sapere chi comandava bastava contare divisioni, navi, testate e PIL.
Oggi il braccio di ferro non serve più: è sufficiente sapere come togliere l’ossigeno all’avversario. Dollaro, semiconduttori, terre rare, servizi cloud, principi attivi dei farmaci: basta dipendere da un solo Paese per qualcosa di cui non si può fare a meno, e persino una mascherina da pochi centesimi acquista d’un tratto la dignità strategica di una portaerei. La globalizzazione prometteva efficienza e ha finito per distribuire anche ricatti.
Asfissiare il prossimo non è certo una tecnica nuova: da Troia in poi, assedi, blocchi navali e canali chiusi hanno spesso fatto più danni delle armi. La differenza è che oggi è cambiato il corpo sul quale si esercita la pressione. In un ordine dominato da poche superpotenze, un attore minore poteva strappare concessioni grazie a una risorsa indispensabile; difficilmente però riscriveva la gerarchia mondiale. Nel disordine multipolare di oggi gli equilibri sono così sottili che basta stringere nel punto giusto per far crollare l’intero sistema.
Così l’Iran non ha bisogno di diventare militarmente più forte degli Stati Uniti per fare di Hormuz un problema globale. Il Marocco non deve essere più potente dell’Unione europea per pesare su Bruxelles. Alla Corea del Nord non serve competere con l’arsenale atomico americano per costringere Washington a ridisegnare la propria strategia regionale. A Taiwan basta fabbricare i chip più avanzati del pianeta perché la sua sicurezza diventi una questione di interesse mondiale.
La tecnologia rende questa anatomia ancora più esposta. Le terre rare erano roba da geologi; oggi entrano nelle riunioni sulla sicurezza nazionale. I chip erano semplici componenti; l’intelligenza artificiale li ha promossi a questione di Stato. Starlink di Elon Musk doveva portare Internet veloce dallo spazio; oggi decide una battaglia più di una divisione corazzata.
Al ritmo con cui l’innovazione trasforma dettagli tecnici in asset geopolitici, il prossimo punto sensibile passa probabilmente inosservato tra le pagine delle riviste scientifiche: un nuovo superconduttore, un enzima sintetico, una batteria allo stato solido. Lunedì nessuno ne conosce il nome, martedì arriva il brevetto, mercoledì scopriamo che lo produce un solo Paese, giovedì convocazione urgente del G7.
Il fatto è che, con altrettanta rapidità, scadono anche questi primati. Ogni strozzatura costringe la vittima ad aggirarla: Pechino usa le terre rare come leva e Washington investe per sostituirle; l’Iran chiude Hormuz e nuovi oleodotti spuntano come funghi nei deserti del Medio Oriente; Mosca chiude il gas e l’Europa smette di litigare sui rigassificatori. Il ricatto funziona così bene da finanziare ogni volta la propria obsolescenza.
La nuova potenza è dunque molto più difficile da misurare, e ancora di più da governare. Se il braccio di ferro produceva gerarchie relativamente stabili, le strettoie le ribaltano di continuo, cambiando ogni volta chi tiene chi per la gola.
Hormuz e Ceuta sono la fotografia di queste settimane, ma tra sei mesi l’inquadratura sarà già diversa, con protagonisti che oggi non figurano nemmeno sullo sfondo. È questa la parte più inquietante del nuovo disordine: non solo non sappiamo chi conterà di più domani, ma neppure quale anatomia avrà il potere. L’unica certezza è che, continuando a contare portaerei e caccia di sesta generazione, rischiamo di vincere un braccio di ferro diventato ormai perfettamente inutile.