Un uomo e non un eroe, preso dal senso di colpa e di responsabilità, sotto un cielo senza dei, dove la religione può essere strumento di potere, e dove la pace è un sogno: la rilettura del poema omerico al cinema (#recensioniestive)

di Sergio Di Benedetto
27 Luglio 2026
Per gentile concessione di
https://www.vinonuovo.it

Premesso che, a mio avviso, non ha molto senso vedere un film tratto da un libro ampio e complesso con lo scopo di misurarne la fedeltà filologica e letteraria (o meglio: è un gioco che può appassionare, e può avere una sua utilità per comprendere almeno se il cuore del discorso è stato mantenuto, ma senza inutili rigidità); e premesso anche che non sono un sostenitore dell’attualizzazione forzata dei classici, del tipo: Dante è uno di noi, Manzoni parla dei giovani d’oggi, etc, nel senso che indubbiamente i grandi classici hanno un quid che può dire qualcosa anche oggi, può stimolare e ci si può sentire rappresentati, ma tenendo presente anche la distanza che ogni testo ha con il suo futuro (e passato). Ora, fatte queste due premesse, devo dire che Odissea di Nolan merita sicuramente la visione, e provo a spiegarne brevemente i motivi (sebbene una recensione vera e completa richiederebbe ben altri spazi).

In primo luogo, l’Odisseo che ci restituisce Nolan (il protagonista è interpretato da Matt Damon) è un uomo, non un eroe né un supereroe; è un uomo scaltro, ambiguo, fragile, animato da pulsioni umanissime, preso da affetti e sentimenti, ma soprattutto schiacciato da un senso di colpa di cui si rende conto progressivamente. Il cuore del discorso è questo: egli ha ideato lo stratagemma del cavallo, ha violato la legge di Zeus (ci torno dopo), ha causato la distruzione di Troia e la morte della sua gente. Infine, non ha salvato i suoi compagni. È un uomo che passo passo prende coscienza di quanto le sue azioni abbiano provocato conseguenze nefaste per molti (spoiler: il dialogo finale con Penelope lo palesa senza ombra di dubbio) e mostra segni di pentimento. C’è questo nell’originale omerico? No, o meglio non in modo così netto; perché Omero, o chi per lui, fin dall’incipit ci parla di un uomo che «molto dolori patì» (traduzione di Calzecchi Onesti), cosa di cui peraltro si ricorderà Virgilio nell’Eneide facendo di Enea un homo patiens, ma nel poema manca il tema del pentimento. Questo filo, tuttavia, viene comunque sviluppato da Nolan, facendo di Odisseo un uomo sofferente, un uomo che porta con sé grandi dolori intimi, strappi interiori, soprattutto per ciò che ha provocato.

Ciò introduce il tema della responsabilità, che avvicina Odisseo a Enea, e regge uno dei livelli di narrazione, molto più del tradizionale desiderio di conoscenza dell’eroe. Qui sta la vera formazione di Odisseo, il quale è chiamato a fare un viaggio dentro di sé, soprattutto, imparando a prendersi le responsabilità di ciò che ha fatto, ma anche lasciando andare il controllo su ciò che non è rimandabile a lui. È il discorso di Circe, che semplicemente dichiara di aver trasformato i suoi uomini in maiali perché già erano intimamente così, animali dediti agli istinti, e il re di Itaca non può cambiarli. È l’interpretazione che Nolan dà del naufragio finale che (omettendo il bell’episodio dei Feaci) fa approdare Odisseo in patria.

E a questo si lega un altro nucleo centrale del film, ossia il suo divenire un canto di pace: perché, qui sì in modo attuale, il protagonista del viaggio ha visto e ricorda le macerie di Troia e di una civiltà, soprattutto dichiara la violazione di quella che insistentemente viene chiamata «la legge di Zeus», che è legge di ospitalità, di accoglienza, di rispetto del sacro, per cui un dono per una divinità (il cavallo) non potrebbe divenire strumento di morte; invece la legge di Zeus è calpestata e, da lì, tutto l’illecito si trasforma in lecito, fino a dire (ancora uno spoiler) che la civiltà cadrà e si perderà la scrittura: della guerra di Troia rimarranno solo i canti, più o meno fedeli, più o meno retorici.

In questo, l’Odissea di Nolan svuota il cielo di dei: la responsabilità delle azioni è dell’essere umano, che spesso strumentalizza la religione per i propri interessi meschini: così è Agamennone (personaggio oscuro che già nei costumi richiama il batman dello stesso regista) che sacrifica la figlia Ifigenia per partire verso Troia, che nasconde dietro il rapimento di Elena (ma Penelope insinua il dubbio: rapimento o fuga volontaria?) le sue ambizioni imperialiste, ossia la conquista delle rotte di commercio. In questo, Atena consigliera di Odisseo è più un’ascoltatrice che una presenza attiva, fino a rivelare, nel finale, (terzo spoiler) che ella nella mente del protagonista è Cassandra, ammazzata di fronte a Odisseo in una violenza gratuita e blasfema, che va a colpire anche il Palladio troiano (avrà letto Nolan i testi di Girard?).

Il finale è aperto, in omaggio a Dante e in omaggio a Nikos Kazantzakis, per cui Odisseo riprende il mare, in un volontario esilio e in un atto di rinuncia al trono verso il figlio Telemaco: fare un passo indietro, partendo con Penelope, verso l’Occidente: egli ha imparato a lasciar andare, dopo aver trovato ciò che cercava (Penelope — la quale, peraltro, a un certo momento esplicita che in assenza del re anche lei sarebbe benissimo in grado di governare, se solo alle donne fosse concesso ­— Telemaco, la casa), dopo aver portato vendetta contro i pretendenti, azione che, comunque, produce l’esilio.

Molte altre sottolineature sarebbero da fare, nel bene (il personaggio di Eumeo, ad esempio) e nel male (l’episodio del viaggio nell’oltretomba pare un po’ sprecato, senza il commovente incontro con la madre Anticlea: ma qui sto cadendo nell’errore filologico).

In conclusione, il film merita molto, fa riflettere e discutere, ci spinge alla riflessione, ci ricorda quanto il continuo spostare il limite del lecito distrugga tutti (anche Agamennone, il re, che alla fine troverà la morte per mano della moglie: nessuno si salva quando è preda solo di se stesso, senza riconoscere il volto dell’altro direbbe Levinas: non a caso i troiani non sono mai visti in viso e Agamennone toglie l’elmo solo nel momento del suo omicidio).

E, infine, fa venire voglia di riprendere in mano l’Odissea omerica (che io lessi, con grande fortuna, proprio alle Cicladi: perché ci sono luci, colori e atmosfere che solo la Grecia può donare), cosa che non è per niente scontata (in sala, comunque, c’erano parecchi giovani: altra cosa non scontata).