Partenza da Emmaus
Missione e catechesi nella Chiesa
Lettera pastorale
Anno pastorale 1983/84
Carlo Maria Martini

[8] Il nostro cammino tra le pagine bibliche sulla missione può partire ancora una volta da Emmaus. In questo episodio S. Luca riesce a farci percepire con particolare evidenza un aspetto che è presente in tutti i racconti evangelici delle apparizioni del Risorto ai discepoli, cioè la progressiva consistenza che la libertà dell’uomo assume dentro il mistero di Cristo, la liberazione della libertà.

La risurrezione è presentata dalla Bibbia come un evento che discende direttamente dall’amore e dalla potenza del Padre e supera le leggi della nostra esistenza storica. Però questo evento deve essere annunciato nella storia umana e deve essere accolto da ogni uomo, perché dice qual è il senso della storia, il destino dell’umanità. L’uomo quindi entra in causa sia come destinatario sia come protagonista dell’annuncio della risurrezione. Anzi si può dire che la libertà dell’uomo esiste appunto per questo: per partecipare alla vita risorta di Gesù, per accoglierla pienamente dentro di sé e per comunicarla agli altri.

La libertà nasce in un contesto contrassegnato dall’evento di Gesù. Pertanto non è una libertà senza radici, senza riferimenti e senza norme, come talora ci si immagina quando si parla della libertà oggi. Essa nasce da una chiamata, riceve un compito e una missione, cresce nella sequela generosa di Cristo, lungo la via da lui tracciata.

Possiamo quasi toccare con mano questo progressivo consolidarsi della libertà umana dentro il mistero di Cristo cogliendo la successione di alcune tappe nell’episodio dei discepoli di Emmaus.

a) L’iniziativa dell’incontro è presa da Gesù. I discepoli non solo non fanno nulla perché l’incontro possa accadere, ma addirittura oppongono l’ostacolo della delusione, della rinuncia a credere e a sperare. Gesù, però, dà rilievo alla libertà dei discepoli, che dapprima scoraggiata e rinunciataria, viene via via rigenerata e aperta alla speranza, alla fiducia nel disegno di Dio sulla storia umana.

b) Dopo essersi reso presente con l’amicizia, con la parola, con il convito, Gesù scompare. La sua assenza però non è pura e semplice assenza. Essa apre lo spazio e crea le premesse per una nuova forma di presenza, che non è più esterna ai discepoli, ma viene, per così dire, interiorizzata. La libertà dei discepoli, rigenerata dall’amicizia, dalla parola, dal convito, diventa essa stessa una forma di presenza di Gesù: è una libertà divenuta ardente e desiderosa di testimoniare l’amore di Gesù per ogni uomo.

c) La nuova realtà, creata da Gesù nei discepoli, comincia a esprimersi in un nuovo stile di vita, nel quale la libertà sprigiona le sue energie più belle: i discepoli si staccano dalle loro speranze ambigue, dai loro progetti, dalle stanchezze e dalle pigrizie; un ardore nuovo invade il loro cuore e lo riempie di gioia; a sera inoltrata, deponendo ogni preoccupazione per se stessi e per il proprio riposo, corrono verso Gerusalemme, tutti presi ormai da un compito che li sollecita e li affascina.

d) Anche le relazioni libere tra uomo e uomo vengono coinvolte nella novità della vita. I discepoli non restano soli. Sentono il bisogno di parlarsi l’un l’altro, non più per comunicarsi, come poche ore prima, le amarezze e le delusioni, ma per spronarsi a vicenda col ricordo del cuore ardente, che l’incontro con Gesù ha suscitato in loro. Sentono soprattutto il bisogno di correre a Gerusalemme per raccontare quanto hanno vissuto, per riaggregarsi alla comunità dei discepoli e per prepararsi a un compito che li vedrà testimoni del Risorto presso ogni popolo e ogni uomo fino agli estremi confini della terra.

Questi aspetti della missione, colti sinteticamente nell’episodio di Emmaus, vengono sviluppati e approfonditi in molti testi missionari del Nuovo Testamento.

Ci soffermeremo in particolare sui testi seguenti:

– il discorso di Gesù per la prima missione dei discepoli;

– i discorsi dell’ultima cena;

– i discorsi missionari del Risorto;

– l’esperienza missionaria delle comunità apostoliche.

Propongo le semplici riflessioni che seguono su questi testi perché nei prossimi mesi essi possano essere fatti oggetto di studio e di preghiera in particolare nei campiscuola, nei ritiri, negli incontri dei consigli pastorali e dei gruppi.

[9] L’invio dei discepoli in missione durante il ministero messianico di Gesù in Galilea è un dato presente in tutti e tre i vangeli sinottici: Mc 3,13-19; 6,7-13; Lc 6,12-16; 9,1-6; 10,1-20; Mt 10,1-42. Mentre riferiscono le parole di Gesù, gli evangelisti hanno davanti agli occhi l’azione missionaria delle comunità cristiane a cui appartengono. Sono quindi portati a vedere in questa prima missione dei discepoli nei villaggi della Galilea il fondamento e il paradigma di ogni successiva missione della Chiesa. Soprattutto Matteo, che ha un testo molto più ampio degli altri due evangelisti, sente il bisogno di ordinare le parole rivolte da Gesù ai primi discepoli in una specie di “manuale” per ogni discepolo mandato in missione: perciò raccoglie in questo contesto parole che Marco e Luca collocano in contesti diversi.

Cogliamo alcuni elementi essenziali, particolarmente significativi per la nostra situazione.

a) Gesù rivela la chiara volontà di associare gli uomini alla missione ricevuta dal Padre. Gesù quindi ha stima e fiducia per la libertà umana che è chiamata a collaborare all’annuncio del Vangelo.

Ma si tratta appunto di chiamata, di associazione, di collaborazione. Il discepolo interviene come discepolo, cioè con una libertà che è interiormente animata e normata dalla volontà del Maestro. I discepoli devono fare le stesse cose che ha fatto Gesù. E’ lui che liberamente li sceglie e li invia. Per meglio sottolineare questo fatto Matteo presenta come introduzione al discorso missionario la chiamata dei dodici (10,1-4): la missione della Chiesa deriva da Gesù e si compie sotto la guida dei dodici designati da Gesù.

b) I vangeli sono molto sobri nel riferire le cose che i discepoli devono dire. Si accenna al Regno che si è fatto vicino: con la venuta di Gesù la volontà amorosa e misericordiosa di Dio è qui, in mezzo agli uomini, per guarire, perdonare, portare pace. L’insistenza maggiore è posta però sul come i discepoli devono comportarsi: i contenuti profondi del Regno vengono rispecchiati nel nuovo stile di vita dei suoi annunciatori. Il nuovo stile comporta alcuni atteggiamenti nitidi e irrinunciabili.

Viene raccomandata una attenzione preferenziale, una tenerezza operosa per i malati, i poveri, i lebbrosi, gli indemoniati.

I poteri miracolosi di Gesù vengono estesi ai discepoli, ma soprattutto va estesa a loro la compassione di Gesù per la gente povera e sofferente: è ancora Matteo che sottolinea questo aspetto, collegando direttamente la chiamata e la missione dei dodici con la compassione di Gesù per la folla (9,35-38).

Il comportamento dei discepoli deve ispirarsi a sobrietà, essenzialità, povertà nel cibo, nel vestito, nelle esigenze quotidiane e nelle relazioni interpersonali. Il Regno è un fatto così importante e prioritario, che tutte le altre cose passano in secondo piano. Questa volta è Luca, solitamente molto sensibile al tema della povertà, a fare le sottolineature più vigorose (9,3).

La missione deve svolgersi in un clima di gratuità e di disponibilità. I discepoli devono essere pronti a dare tutto senza badare al contraccambio. Devono quindi essere pronti a tutto. Il Regno, infatti, consiste nell’amore gratuito con cui Dio si mette liberamente a disposizione dell’uomo, senza riserve e senza condizioni.

c) La misura estrema della povertà e della disponibilità si ha nella capacità di sopportare contrasti e rifiuti. Tutti i vangeli preannunciano la possibile ottusità a cui i discepoli vanno incontro. Ma è ancora Matteo che, ispirandosi alle persecuzioni incontrate dalla Chiesa primitiva, sottolinea con forza questo aspetto e riporta alcune parole di Gesù riferite da Marco e Luca in altri contesti: i discepoli devono aspettarsi dolori e persecuzioni, seguendo la sorte del loro Maestro (10,16-25); ma non devono avere paura: lo Spirito parlerà in loro (10,19-20) e il Padre li custodirà (10,24-31); essi devono solo preoccuparsi di essere fedeli pubblicamente e coraggiosamente alle esigenze radicali del Vangelo e alla croce di Gesù (10,32-39).

[10] Un importante approfondimento della missione della Chiesa è offerto dai discorsi dell’ultima cena, contenuti nei capitoli 13-17 del vangelo di Giovanni.

a) Il tema centrale è la preparazione dei discepoli alla morte imminente. Per Gesù la morte non vuol dire finire nel nulla, bensì andare al Padre, fare pienamente la volontà del Padre, manifestare definitivamente l’unità che c’è tra il Figlio e il Padre nello Spirito Santo. Gesù ritornando al Padre, approfondisce, mediante lo Spirito, la sua dimora in mezzo ai suoi. I discorsi dell’ultima cena illustrano lo stretto rapporto che c’è tra l’assenza e la presenza di Gesù. Annunciano l’imminente assenza del Maestro: per questo sono discorsi di congedo. Ma l’assenza è la premessa per una nuova forma di presenza attraverso i discepoli stessi, guidati interiormente dallo Spirito: per questo sono discorsi di missione.

b) Lo sfondo della missione è costituito dal mondo, visto come realtà posta sotto il dominio del male, ma suscettibile anche di essere chiamata alla fede. La vita dei discepoli, resa conforme a Gesù mediante l’azione dello Spirito, diventa giudizio di condanna per il mondo che si chiude in se stesso e strada verso la fede per il mondo che ha il coraggio di aprirsi.

c) L’accento, quindi, cade sulla vita dei discepoli, che devono attuare nel mondo una vita diversa dal mondo e resa conforme a Gesù dallo Spirito. Il Vangelo cerca di descrivere la conformità dei credenti a Gesù.

– Essa comporta anzitutto obbedienza al comando di Gesù. Giacche l’antica alleanza comportava una legge, cosi la nuova alleanza, sancita dal sangue di Cristo, comporta una nuova legge. Giovanni non ricorda l’istituzione dell’Eucaristia, mistero della nuova alleanza, già nota attraverso il racconto dei vangeli sinottici, ma ci tiene a ricordare il comandamento nuovo dell’amore fraterno sull’esempio e con la forza di Gesù, che ha lavato i piedi ai discepoli ed è pronto a dare la vita per gli amici.

– L’obbedienza deve diventare conformità interiore. Il discepolo deve essere unito a Gesù come il tralcio alla vite. Deve dimorare in Gesù, cioè deve vivere nel mondo spirituale di Gesù, deve fare proprie le motivazioni e le origini profonde dell’amore di Gesù. Per questo deve dimorare insieme con Gesù, nel Padre, nell’amore che unisce il Padre e il Figlio. Dimorando nel Padre e nel Figlio in forza dello Spirito, il discepolo diventa lui stesso dimora, tempio, abitazione del Padre e del Figlio.

– Questa dimora nell’amore diventa comunitaria e missionaria. La dimora di tutti i credenti nell’unico mistero dell’amore di Dio rivelato da Gesù diventa il fondamento di una comunione profondissima dei credenti tra di loro. La comunione, poi, si esprime in una vita comunitaria contrassegnata dalla ricerca dell’unità. E l’unità tra i credenti diventa una testimonianza cosi viva dell’amore che c’è tra il Padre e il Figlio, da attrarre il mondo alla fede nella missione che Gesù ha ricevuto dal Padre.

[11] La missione che Gesù ha affidato ai discepoli durante la sua vita terrena e nella imminenza della morte, viene confermata e precisata dopo la risurrezione. Colui che parla è ormai il vincitore della morte, il Signore glorificato, il Figlio pienamente associato alla potenza misericordiosa del Padre. Il quarto vangelo pone un discorso missionario sulle labbra di Gesù la sera stessa del giorno di Pasqua (Gv 20,19-23), mentre i tre vangeli sinottici collegano l’invio in missione con il definitivo commiato del Risorto dai suoi discepoli (Mc 16, 15-20; Mt 28, 16-20; Lc 24, 44-53; At 1,8-9). Vanno tenuti presenti anche i primi messaggi alle donne presso il sepolcro (Mt 28,7-10; Lc 24, 1-10; Gv 20, 11-18): una riflessione sul ruolo della donna nella Chiesa dovrà sempre riferirsi a questi testi.

a) L’aspetto più evidente di questi discorsi è la dimensione universale della missione. I discepoli devono annunciare il Vangelo in tutto il mondo, a ogni popolo, a ogni uomo. Occorre però cogliere il fondamento della universalità. L’andare presso tutti gli uomini potrebbe essere inteso in senso proselitistico, come un guadagnare adepti alla comunità cristiana per aumentarne la potenza e il prestigio. Inversamente potrebbe essere inteso come un adattare superficialmente il Vangelo alle diverse situazioni umane ed etniche, svigorendone l’interiore energia. Invece il Nuovo Testamento fonda l’universalità della missione nello speciale rapporto che Gesù Risorto ha con ogni uomo.

b) Il Vangelo dev’essere annunciato a ogni uomo, perché Gesù è la verità dell’uomo, ha ricevuto dal Padre ogni potere in cielo e in terra (Mt 28,18), perché ha fatto la volontà del Padre fino alla morte e così ha aperto per ogni uomo la via verso la pienezza della vita. In modo molto suggestivo Giovanni presenta Gesù Risorto nell’atto di alitare lo Spirito sui discepoli. E’ un’allusione al cap. 2 del Genesi, che presenta Dio nell’atto di formare l’uomo infondendogli lo spirito vitale. Gesù è l’uomo nuovo e vero, associato all’opera creatrice del Padre, fonte di vita nuova per ogni uomo. Egli ha condiviso la vicenda umana, l’ha vissuta dal di dentro, e l’ha aperta pienamente al disegno di Dio, Creatore e Padre. Ogni uomo deve sapere tutto questo, per potere unire la propria vita alla vita di Gesù, trovandovi la verità e la salvezza.

c) Di qui le caratteristiche della missione.

-La forza che la anima è lo Spirito Santo che da Gesù Risorto viene promesso e trasmesso ai discepoli, come principio della vita nuova, che deve essere annunciata e comunicata a ogni uomo.

-Il contenuto della missione è la sequela del Cristo, l’obbedienza al Vangelo, l’osservanza dei comandi di Gesù, l’adesione battesimale alla vita del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, il distacco dalla vita incredula, implorando e accogliendo la remissione dei peccati.

-La speranza che sostiene i missionari nelle fatiche e nelle difficoltà, è la certezza che Gesù è sempre con loro sino alla fine del mondo.

[12] Dal libro degli Atti e dalle Lettere di S. Paolo è possibile raccogliere una vastissima documentazione su come le primitive comunità apostoliche hanno inteso e attuato concretamente la missione ricevuta dal Signore. Mi limito a qualche cenno sulla coscienza, la vita, l’azione e la predicazione missionaria.

a) E’ impressionante lo sforzo missionario dispiegato dalla prima generazione cristiana. Nell’arco di pochi decenni la predicazione evangelica raggiunse tutto il mondo allora conosciuto. Per spiegare questo fatto non possiamo chiamare in causa entusiasmi proselitistici o strategie espansionistiche. Alla base di tutto sta una precisa coscienza missionaria: le comunità cristiane si sentivano totalmente relative alla forza del Vangelo che, per la sua intrinseca portata, è destinato a ogni uomo.

Sono famose alcune espressioni di Paolo. “Io non mi vergogno del Vangelo, perché è potenza di Dio per salvare chiunque ha fede” (Rom 1,16). “Non posso vantarmi di annunciare la parola del Signore. Non posso farne a meno e guai a me se non annuncio Cristo” (1 Cor 9,16). “Non possiamo non dire quello che abbiamo visto e ascoltato” (At 4,20). “L’amore di Cristo ci spinge, perché siamo sicuri che uno morì per tutti, e quindi che tutti partecipano alla sua morte. Cristo è morto per tutti, perché quelli che vivono, non vivano più per se stessi, ma per lui che è morto ed è risuscitato per loro” (2 Cor 5, 14-15).

La forza interiore del Vangelo deriva da colui che nel Vangelo è annunciato, cioè Gesù Cristo, che è la salvezza di ogni uomo. Nei primi discorsi di S. Pietro, ricordati negli Atti degli Apostoli, ritorna continuamente l’affermazione che proprio quel Gesù, che è stato crocifisso, è costituito da Dio Signore e Salvatore. “Gesù Cristo, e nessun altro può darci la salvezza: infatti non esiste altro uomo al mondo al quale Dio abbia dato il potere di salvarci” (At 4,12).

Questa affermazione perentoria è illustrata da Paolo, sia quando mostra che né la legge ebraica né la religione pagana sono in grado di offrire la salvezza (cfr. Rom 1-3), sia quando svolge le sue sublimi meditazioni su Gesù Cristo, modello, principio, capo dell’umanità e centro della storia (cfr. i cosiddetti inni cristologici di Ef 1,3-14; Col 1, 15-20; Fil 2, 5-11), sia quando tratteggia la nuova coscienza morale derivante dalla fede in Cristo, il nuovo stile di vita pratica, i nuovi comportamenti nel campo familiare e sociale (cfr. le cosiddette parti morali delle Lettere paoline).

b) Dalla coscienza missionaria nasce la vita missionaria: il nuovo stile di vita personale e comunitaria, prodotto dalla piena appartenenza a Cristo, è la prima e fondamentale forma di testimonianza missionaria.

Una delle pagine in cui Paolo esprime più intensamente il desiderio di spendere la vita per l’annuncio del Vangelo ai fratelli è quella in cui esprime più intensamente la sua relazione con Cristo: il desiderio di essere pienamente con Gesù suscita sia il desiderio di morire, per incontrare definitivamente il Signore, sia il desiderio di vivere per vedere crescere la vita di Gesù nei credenti (Fil 1, 21 -25) .

Negli Atti degli Apostoli la vita concreta dei credenti (cfr. i cosiddetti “sommari” di At 2, 42-47 e 4, 32-3i) è presentata come motivo di stupore e di ammirazione per la gente e come incitamento ad aggregarsi alla comunità.

Bisognerebbe poi meditare sul posto rilevante che viene concesso alla narrazione del martirio di Stefano. Quando un cristiano raggiunge la piena conformità a Cristo attraverso la passione e la morte, prende vigore la testimonianza missionaria: proprio il martirio di Stefano e la persecuzione scatenata contro la comunità di Gerusalemme segnano l’inizio della prima espansione missionaria (At 8,1-4); e anche Paolo, il futuro grande missionario, è significativamente coinvolto nel martirio di Stefano (At 7,58;8,1).

c) Le comunità apostoliche conoscono anche una esplicita azione missionaria. Essa comporta anzitutto un andare presso altri popoli: basti pensare ai viaggi di Paolo e degli altri apostoli. Ma è importante anche la diffusione capillare attraverso il contatto quotidiano con le persone: anche quando è immobilizzato in carcere, Paolo suscita l’interesse per Gesù e trova le occasioni per annunciare il Vangelo (Fil 1, 12-19). Soprattutto è importante che l’andare comporti un dedicarsi veramente agli altri, un entrare nella loro mentalità, un farsi tutto a tutti, come dice ancora Paolo, nel brano autobiografico di 1 Cor 9, 19-23.

d) Un cenno può essere fatto anche al contenuto della predicazione missionaria. Essa è rigorosamente cristocentrica. La Chiesa apostolica non è tentata di parlare di se stessa e dei propri problemi: risolve i propri gravissimi problemi predicando Gesù Cristo, la sua vita tra la gente, la sua morte e la sua risurrezione. Talvolta questa centralità di Cristo è sostenuta con passione polemica di fronte alla opacità, al rifiuto, alle pretese autosalvifiche dei giudei e dei pagani (cfr. per esempio 1 Cor 1; Rom 1-3). Talvolta invece viene fatta emergere e viene luminosamente proclamata sullo sfondo delle attese umane, che vengono analizzate, purificate dalle deviazioni idolatriche, aperte a una più sincera disponibilità al disegno di Dio: pensiamo ai discorsi missionari di At 14, 14-17 e 17, 22-31, che tengono conto della inquieta ricerca di Dio, che muove il cuore di ogni uomo.