
(Foto Laura Caffagnini per il Sae)
31 Luglio 2026
Per gentile concessione di
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“La secolarizzazione ci ha consegnato società in cui gli dèi – gli assoluti – hanno cambiato nome. Efficienza, sicurezza, prestazione, ricchezza, identità nazionale, tecnologia possono diventare criteri capaci di reclamare una fedeltà pressoché totale. Anche una tradizione religiosa può diventarlo, quando finisce per identificare il Vangelo con la particolare forma storica attraverso la quale lo ha ricevuto”. Lo ha detto Emanuela Buccioni, docente dell’Istituto superiore di Scienze religiose della Toscana e socia del Coordinamento teologhe italiane, in una meditazione nella sessione di formazione del Sae in corso a Camaldoli.
Facendo riferimento alla risposta di Gesù “Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”, ha osservato: “Cesare non è Dio. Il potere politico non ha bisogno di essere sacralizzato per essere legittimo, così la ricerca scientifica non deve trovare nella Scrittura le proprie conclusioni, il diritto civile non coincide con la disciplina ecclesiale, l’organizzazione dello Stato non deve ricevere una consacrazione religiosa per svolgere le proprie funzioni”. Per la teologa, la secolarizzazione ha comportato anche il venir meno di una lunga sovrapposizione fra cristianesimo, cultura e organizzazione sociale, la cui perdita può generare disorientamento, ma “non tutto ciò che viene perduto è necessariamente Vangelo. Può trattarsi di un privilegio, di una consuetudine, di una forma storica di presenza. E, viceversa, non tutto ciò che è secolare è per questo contrario a Dio. Cesare può essere Cesare. Il problema inizia quando pretende di essere Dio”.
Il significato della risposta di Gesù ai suoi interlocutori non è l’assegnazione a Dio di un territorio spirituale e a Cesare quello della politica, ma, ha spiegato Buccioni, “stabilisce piuttosto un limite radicale a qualsiasi potere umano: nessuno può reclamare interamente la persona” creata a immagine di Dio. L’affermazione “A Dio quello che è di Dio”, “non è dunque la rivendicazione religiosa di tutto ciò che Cesare dovrebbe restituire alla Chiesa. È anche un giudizio sulla religione, perché Dio rimane Dio e nessuna istituzione può identificarsi semplicemente con lui”.
Da qui discende, secondo Buccioni, che la secolarizzazione può costituire anche un’occasione spirituale perché “costringe le Chiese a distinguere ciò che appartiene realmente all’annuncio evangelico da ciò che era garantito da una determinata configurazione sociale”. Riconoscere la pluralità della società odierna, secondo la teologa, è anche questo un modo cristiano di abitare la secolarizzazione.
“Attraverso culti diversi e tempi diversi, nella preghiera di uomini e donne ebrei, cristiani e musulmani, Dio abita i luoghi della storia”, ha affermato pastora e teologa valdese Letizia Tomassone, nel culto di Santa Cena. “Per questo Dio che vuole abitare le nostre città, dobbiamo costruire spazi non di cemento o marmo, ma spazi interiori nei quali sia possibile incontrare il Signore dell’universo, e spazi sociali nei quali anche la voce dello straniero, della donna marginale, dell’omosessuale nascosto, siano ascoltate. E non solo da Dio ma da una società in cui il senso delle differenze e della convivenza siano definite da un limite preciso alla sopraffazione e alla prepotenza. Buttati fuori dallo spazio sacro occupato dalla nube divina, impariamo che non abitiamo noi tutto lo spazio, ma siamo partecipi di un mondo variegato e complesso, in cui la presenza di Dio è un dono e una domanda di bene e di giustizia”, ha concluso.