Lettura orante
del Vangelo secondo Matteo
Claudio Doglio
2. La missione universale dei discepoli (28,16-20)
Il finale di un’opera letteraria spesso è molto significativo per comprendere il valore complessivo dello scritto. Così capita anche per il vangelo secondo Matteo. Per questo motivo, dopo aver analizzato un versetto centrale – dove l’autore si presenta con le caratteristiche fondamentali del discepolo – anziché iniziare dalla prima pagina, leggiamo l’ultima, proprio gli ultimi versetti del capitolo 28 che costituiscono la conclusione aperta di questo vangelo.
“Conclusione aperta” perché propriamente il racconto non finisce. Le ultime parole sono infatti un discorso diretto di Gesù a cui non segue il racconto della reazione degli apostoli, non viene detto che cosa hanno fatto gli apostoli.
L’ultimo capitolo, nei vangeli sinottici, è sempre dedicato alle apparizioni pasquali, anzitutto la visita al sepolcro vuoto e poi alcuni incontri con il Cristo risorto. Matteo, dopo la visita al sepolcro, narra solo l’incontro con le pie donne e poi si dilunga nella questione delle guardie messe al sepolcro che vanno a riferire, e poi mentono, perché corrotte. Quindi conclude le varie apparizioni pasquali con questa scena.
Mt 28,16: Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. 17Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano. 18E Gesù, avvicinatosi, disse loro: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. 19Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, 20insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
Poi, che cos’è successo? Finito questo discorso, Gesù dov’è andato? E gli apostoli?
Il racconto si è fermato, quello che viene dopo è l’esperienza della Chiesa. Noi sappiamo di più perché abbiamo letto anche gli altri racconti, ma è importante, quando leggiamo Matteo, rimanere in Matteo e non fare le contaminazioni. È una pessima abitudine quella di prendere un po’ di qua, un po’ di là e fare un minestrone di vangelo con quello che abbiamo in testa noi, creandoci così qualcosa di alternativo. Quando leggiamo Matteo dobbiamo essere fedeli a Matteo, al suo testo e il suo racconto finisce aperto, cioè senza terminare la storia; questo vuol dire che la storia non finisce lì, ma continua oltre il testo.
Noi siamo abituati piuttosto a finire un racconto mettendo tutte le cose a posto: “… e vissero tutti felici e contenti”. Qui, invece, ci troviamo di fronte a un racconto che lascia a bocca aperta, senza dirci come è andata a finire la storia. È importante che sia così, non è una questione di curiosità, è proprio un modo corretto di ascoltare la parola accorgendosi di come è fatto il racconto, di come terminano queste narrazioni.
Il messaggio primo che vogliamo ricavare è che la storia di Gesù e dei suoi discepoli continua oltre questo testo. La storia non è finita, infatti continua, continua nella vita di Matteo, nella vita della comunità e della scuola di Matteo. In quell’ambiente di Antiochia – dove il piccolo gruppo di ebrei si è aperto a un gran numero di greci, stranieri, lontani – la comunità che crede in Gesù Cristo è diventata molto numerosa, perché molti stranieri sono entrati nel popolo di Dio.
Una delle esperienze fondamentali della comunità cristiana delle origini è proprio questa accoglienza dei lontani, dei diversi, di quelli che non sono come noi, che non appartengono alle nostre abitudini, alle nostre culture, alla nostra tradizione religiosa. In una parola, fu esperienza fondamentale l’apertura, l’accoglienza, la capacità di superare le proprie abitudini: “l’antico si apre al nuovo”.
Se lo scriba diventa discepolo del regno dei cieli sa estrarre dal proprio tesoro cose nuove, non tiene solo le antiche, sa scoprire il nuovo, sa trovare dentro di sé la novità. Il popolo di Dio scopre dentro di sé una grande novità; non è chiuso nella propria razza, nell’ambiente primitivo, ma si apre a tante nuove culture e possibilità.
Lungo tutta la storia bi–millenaria della Chiesa noi abbiamo continuamente assistito a questo meraviglioso fenomeno di apertura, con l’accoglienza di tanti popoli, di tante culture, di tante lingue. Sempre è presente la tentazione di chiudersi, di conservare gelosamente le proprie identità e di opporsi agli estranei, ai forestieri, a quelli diversi da noi; eppure la Parola continuamente ci invita ad aprirci, ad andare oltre ogni schema e ogni barriera.
Questa scena finale del primo vangelo vuole proprio indicare questa grande apertura, mentre invece, contemporaneamente, la comunità giudaica si chiudeva sempre di più.
Lo scontro forte fra la chiesa e la sinagoga avvenne dopo l’anno 70 perché, con la distruzione di Gerusalemme e del tempio, finirono i punti di riferimento oggettivi della tradizione di Israele: finì il tempio, finì il sacerdozio e la religione ebraica dovette riorganizzarsi. Furono i farisei gli unici eredi di tutto il giudaismo e proprio i farisei diedero forma nuova alla struttura religiosa; diedero una forma chiusa, rigorosamente chiusa all’interno della razza, con degli obblighi di osservanza estremamente rigorosi. Proprio in questa chiusura le autorità giudaiche scomunicarono i cristiani, cioè mandarono via quei giudei che riconoscevano in Gesù il messia. Ci fu un momento di forte attrito, anche con dura polemica; i giudei, che avevano una posizione di privilegio e di rilievo, scacciarono i cristiani.
Nella comunità di Antiochia si sperimenta questo forte attrito fra la comunità giudaica che si sta chiudendo e la comunità cristiana che si apre verso tutti. Mentre gli uni si chiudono a riccio su se stessi per difendere le proprie tradizioni a tutti costi, gli altri si aprono, accolgono tutti e si sciolgono nell’universo.
La comunità di Matteo è in forte polemica con la chiusura farisaica; noteremo infatti come, proprio il primo vangelo, sia il più duro contro scribi e farisei, ed è Matteo che, più degli altri, riporta discorsi di Gesù molto duri contro i maestri della tradizione ebraica. Egli infatti viveva in prima persona, nella sua comunità, questi scontri ideologici; il problema è proprio di mentalità di fondo, è uno scontro fra chiusura e apertura. Queste due mentalità ricompaiono sempre.
Anche nei nostri ambienti e nelle nostre realtà compaiono, con forme religiose, le due possibilità: ci chiudiamo in noi stessi in una difesa esasperata delle nostre caratteristiche o ci apriamo al mondo, agli altri, con il rischio di perdere qualcosa? Potete facilmente attualizzare; vi accorgerete che state vivendo queste due possibilità: aprirsi o chiudersi.
Matteo sceglie di terminare il suo racconto con questa apparizione pasquale di grande e totale apertura e l’ultima parola che lascia è proprio lo stile della apertura.
In questi ultimi versetti del suo libro notiamo l’insistenza sulla totalità; in pochi versetti si ripete con una eccessiva insistenza l’aggettivo “tutto”.
Mt 28, 18: «Mi è stato dato tutto il potere […]19 fate discepoli tutti i popoli, […] 20 insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni…
Questa insistenza sul “tutto” serve per escludere la parzialità; la chiusura è infatti inevitabilmente parziale. Quando io mi chiudo prendo qualcosa e lascio perdere il resto; la chiusura è limitazione particolare. Per poter controllare la situazione bisogna chiudere gli ambienti e chiudere anche le persone; facendo il recinto si controlla; senza recinti, senza confini cessa la possibilità di controllo della situazione. Anche noi, come Chiesa, siamo caduti in questo schema parziale, inevitabilmente, ed infatti, per poter controllare la realtà, abbiamo diviso il territorio in diocesi, in parrocchie, stabilito dei confini: fin qui arrivo io, di lì in poi comandi tu.
Il limite è una divisione, ci siamo divisi in varie congregazioni e ordini e così via, con il rischio di essere sempre particolari e parziali; io sto con il mio gruppo, con la mia parte, con il mio pezzo, io sono di questa diocesi e non di quella: tanti piccoli orticelli spesso improduttivi, asfittici. La seconda fase è quella di fare la lotta alla diocesi vicina, alla congregazione simile, vista come una concorrente. Tremendo e tragico perché è vero. Sono molte le parrocchie in lite fra di loro o perlomeno che non si possono vedere; in genere sono le parrocchie confinanti perché quelle lontane non interessano, non danno fastidio. Questa è una mentalità piccola, parziale, chiusa, negativa; la difesa di un particolarismo è sempre negativa, proprio perché siamo cattolici.
La parola “cattolico” vuole infatti dire “che abbraccia il tutto”; sono due parole: «kaq» (kath) – che è una preposizione greca che corrisponde al nostro “secondo” – l’apostrofo e «o`liko,j» (holikós) che vuol dire “universale”, totale, completo, quindi: “secondo l’universale”. Un pensiero cattolico, una chiesa cattolica, comprende l’universalità, non è mai particolare.
“Parte” in greco si dice «ai[resij» (háiresis) che noi pronunciamo “eresia”; la parzialità è eretica per definizione; l’eresia è una parte di verità. La cattolicità è tutta la verità.
Il finale di Matteo è un respiro meraviglioso di cattolicità e serve come correzione alle ripetute tentazioni di eresia, di chiusura eretica nei particolari. Diventare di una parte significa essere partigiani, parziali, incompleti. È l’esperienza che la comunità cristiana primitiva ha fatto accorgendosi di come il Signore aveva aperto gli orizzonti e proiettando il suo messaggio e il suo invito alla sequela al di là della terra promessa, al di là di tutte le terre, al di là di quegli anni fortunati in cui avevano incontrato Gesù, al di là tutti gli anni e di tutti i giorni, al di là di quelle singole parole, al di là di tutto quello che Gesù ha insegnato, al di là di tutto quel che sembra. “Suo” – di Gesù – è “tutto” il potere in cielo e in terra. L’evangelista termina la sua opera all’insegna di questo “tutto”.
Una espressione attribuita dalla tradizione a San Francesco d’Assisi è questa preghiera in latino: “Deus meus et omnia” tradotto con “Mio Dio, mio tutto”. Deus et omnia: non una parte, un pezzetto, qualcosa, bensì tutto; voglio essere tutto. A Gesù è stato dato tutto ed egli con la sua vita terrena mi ha detto tutto, mi ha dato tutto se stesso, non solo qualcosa, perciò io voglio offrirgli tutto me stesso. Non siamo rivolti a Cristo con un pezzo di cuore, ma con tutto il cuore.
Proviamo a pensare alle frasi che adoperiamo con “tutto” e proviamo a ridurle, a mettere qualcosa di più limitato: apparirà subito evidente di come queste frasi suonano stonate e sbagliate. Quindi, in teoria, siamo aperti alla totalità, in pratica poi, invece, ci chiudiamo nelle piccinerie particolari. Meditiamo su questo racconto di Matteo.
16 Gli undici discepoli
I Dodici sono rimasti undici, un numero che segna un limite, una perdita, un problema, non ci sono tutti. Undici è un numero strano, dodici è la pienezza di Israele, ma i Dodici ora sono undici e dire undici vuole ricordare che uno non c’è più. Sarà peggio per lui, ma i Dodici sono rimasti undici e c’è una ferita.
andarono in Galilea,
La Galilea e sì quella regione ben precisa che possiamo ricostruire su una cartina geografica, ma è il termine che indica il “distretto dei pagani”, è quell’ambiente dove il mondo giudaico era già mescolato con altri popoli e difatti la chiamavano “Galilea delle genti”. “Galilea” vuol dire semplicemente “distretto”, “regione”, “provincia”, non è un nome proprio, ma un nome comune come la Provenza, che da nome comune “provincia” è poi diventato nome proprio di regione. Così Galilea è il distretto dei pagani. È già importante questa sottolineatura: che il Cristo mandi i suoi in Galilea non è semplicemente un tornare dove erano già stati, ma è un iniziare la missione alle genti.
andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato.
L’ultima scena è ambientata su una montagna. A Matteo, persona di forte formazione biblica, la montagna piace come simbolo della teofania, cioè della apparizione di Dio; la montagna richiama anzitutto il Sinai e così, nel vangelo secondo Matteo, si trovano parecchie montagne.
Pensate anzitutto a quella delle beatitudini, tanto è vero che il primo discorso di Matteo lo conosciamo come “il discorso della montagna”. Non è una questione geografica, è una questione teologica: Gesù sale sulla montagna per dare la nuova legge, assume il ruolo di Dio stesso che, dall’alto del monte, dà la nuova legge che è il dono dello Spirito. Adesso il racconto finisce sulla montagna, ma non importa stabilire quale, non è un racconto di tipo storico–geografico da ricostruire nei dettagli curiosi, è un racconto sintetico di forte teologia. Quella montagna in Galilea è il luogo dell’incontro con Dio, di un Dio che apre all’universale.
17 Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi;
La prostrazione è segno di adorazione, significa proprio mettere le ginocchia per terra e con la testa toccare il suolo. È quindi il gesto più profondo di abbassamento e di adorazione, è un gesto che si fa di fronte alla divinità. Si prostrarono riconoscendolo Dio.
alcuni però dubitavano.
Degli undici ce ne sono ancora alcuni che non sono convinti, che sono incerti, che dubitano, dubitano del gesto di adorare Gesù come Dio, non ne sono del tutto convinti. La comunità stessa ha bisogno di un cambiamento, di una maturazione, di una maggiore convinzione; ci sono alcuni che hanno l’appuntamento con il Signore, lo vedono, gli si inginocchiano davanti, ma dubitano: “Sei mica tu?”. Il problema del dubbio non è mai di tipo teorico: ho dei dubbi di fede, mi vengono in mente delle strane idee. No! Quelle sono semplicemente occasioni in cui uno pensa un po’ di più o cerca di ragionare.
I dubbi pericolosi sono sempre quelli di azione, sono quelli nelle scelte concrete della vita, quando io metto in dubbio che il Signore agisca, che il Signore mi chieda qualcosa e io faccio quel che mi fa comodo, dubitando del suo aiuto, della sua forza, della sua divinità, non fidandomi della sua divinità.
18 E Gesù, avvicinatosi,
Gesù si avvicina a loro, non sono tanto loro che si avvicinano a lui. Sul monte delle beatitudini si dice che i discepoli si avvicinarono a Gesù, qui invece, sul monte finale, avviene il contrario: è Gesù che si avvicina a loro. Nella loro esperienza storica gli apostoli andavano vicino a Gesù per sentirlo meglio, per essergli più vicini; adesso Gesù è in una dimensione nuova, loro non possono più fare niente per accostarlo, è lui che si rende vicino a loro e si rende vicino al punto da entrare dentro di loro.
Luca dice una cosa del genere quando, a proposito dei discepoli di Emmaus, afferma che «entrò per rimanere con loro» (Lc 24,29). Matteo racconta un altro episodio e dice che Gesù «si avvicinò vicino a loro», andò verso di loro per attaccarsi a loro.
disse loro: «Mi è stato dato tutto il potere in cielo e in terra. 19Andate dunque
Notiamo come sia importantissimo quel «dunque» perché l’elemento principale è il primo, cioè il fatto che a Gesù sia stato dato il potere universale in cielo e in terra. Questa è l’affermazione di base: sono stato costituito sovrano unico su tutto, tutto il potere è stato dato a me.
Notiamo il verbo al passivo, gli studiosi lo chiamano “passivo divino”; è un modo abituale con cui i semiti evitavano di pronunciare il nome di Dio. Sarebbe come dire: Dio mi ha dato tutto il potere. Gesù fa riferimento a Dio Padre che lo ha glorificato: nella risurrezione non solo gli ha dato la vita, ma gli ha dato il potere. Ogni «evxousi,a» (exousía) è stata data a me e l’exousía in greco dice proprio la potenza, la capacità di fare le cose, la possibilità di fare; è l’autorità cosmica: “Ho in mano tutto io” e quindi, di conseguenza, voi…
In greco “andate” non è un imperativo, ma un participio, quindi è giusto tradurre: “andando”.
19 Andando fate discepoli e
“Fate discepoli” in greco è «maqhteu,sate» (mathetéusate), lo stesso verbo che abbiamo trovato in 13,52: lo scriba «maqhteuqei.j» (matheteuthèis) “addiscepolato”. Qui diventa l’imperativo importante: “addiscepolate”. La vecchia traduzione CEI diceva “ammaestrate”, fortunatamente la nuova edizione ha corretto con “fate discepoli”. Dove stava l’elemento scorretto? Anzitutto nel fatto che ammaestrare, come già dicevo, nel linguaggio corrente è usato soprattutto per gli animali, ma in particolare perché contiene l’idea del maestro.
Dicendo “ammaestrate” sembra che Gesù dia agli apostoli il compito di fare i maestri, invece agli apostoli è dato il compito di essere discepoli che addiscepolano. Gli apostoli imparano da Gesù e insegnano ad imparare da Gesù, non si sostituiscono a Gesù. Il loro insegnamento sta nel dire: “Fate quello che Gesù ha detto”, vi insegniamo quello che Gesù ci ha detto, il maestro è lui, fate come noi, imparate da lui.
È molto importante questa idea, l’ho messa all’inizio del nostro cammino perché è il principio di ogni nostra meditazione. Primo passo: “siamo discepoli”; secondo passo: “nella relazione con gli altri siamo chiamati a far sì che anche altri diventino discepoli come noi”.
L’imperativo, dunque, non è nell’andare, ma nel far discepoli; andare è la condizione.
Non rimanete fermi qui, mentre andate lungo la strada, lungo la vita, cammin facendo, là dove siete…
fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli
Anche gli altri verbi in greco sono participi e in italiano gerundi: battezzando, insegnando. L’imperativo è uno solo: “addiscepolate” andando, battezzando, insegnando; ma il mandato finale del Cristo risorto riguarda l’essere discepoli.
Come fanno gli apostoli a far sì che tutti i popoli – non qualcuno, ma indistintamente tutti – diventino discepoli? Due strade, la prima liturgica, la seconda educativa: battezzando, immergendo le persone nell’esperienza trinitaria, non semplicemente come rito, ma come autentica realtà del sacramento che fa fare l’esperienza dell’amore di Dio.
battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo,
Inserite le persone nella relazione del Padre, del Figlio e dello Spirito, immergetele in questa vita, nella relazione con queste persone.
Il «nome» è la persona, “battezzare nel nome del Padre” vuol dire inserire nella relazione con il Padre, con il Figlio e con lo Spirito e questa iniziazione mistica è accompagnata dalla iniziazione dottrinale, morale, pedagogica; è l’accompagnamento formativo delle persone.
20 insegnando loro a custodire tutto ciò che vi ho comandato.
Più che “osservare” (come da traduzione CEI) io direi: insegnate loro a custodire, a conservare tutto quello che io vi ho proposto. Anche la traduzione “vi ho comandato”, non proprio sbagliata, non mi sembra pienamente soddisfacente e forse è preferibile attenersi ad una traduzione più letterale. Il greco usa il verbo «evneteila,mhn» (eneteilámen) che ha in sé il termine «evntolh,» (entolé), parola che è meglio resa con “proposta”; Gesù infatti non costringe, non obbliga nessuno. Gesù ha proposto la sua vita, non semplicemente delle regole; ha dato la sua vita e il suo Spirito.
Si tratta di custodire questa ricchezza, non di osservare delle norme pratiche, altrimenti cadiamo in un settarismo farisaico. La conservazione di quel che Gesù ha dato non è la chiusura conservatrice abitudinaria, ma è la custodia fedele perché non si perda quello Spirito di Gesù, perché non si contamini, perché non venga soffocato.
Il discepolo deve continuamente rifarsi al maestro, perché se io copio un disegno da un originale e poi passo la mia copia ad un altro che a sua volta passa la sua copia ad altri ancora, e così via, dopo una ventina di copiature il confronto con l’originale riserverà parecchie sorprese: è molto, ma molto diverso. Infatti, anche senza volere, ognuno ha riprodotto qualche particolare un po’ diverso. Se dobbiamo ritagliare degli oggetti e non teniamo sempre lo stesso modello, alla fine l’ultimo è molto più grosso o più piccolo del primo. È quindi necessario rifarsi sempre al campione originale, perché, copiando dalle copie, si commettono errori su errori. Il senso è quello conservare quello che ha detto Gesù, questo significa partire sempre da lui, non dalla copia della copia della copia, ma sempre dall’originale.
Ma è possibile, visto che l’originale è perso, Gesù non c’è più, è andato in cielo? Come facciamo? Così inizia l’ultima frase di Matteo che ci risolve il problema:
Ecco,
Ciò che è tradotto con “Ecco” in greco non è un avverbio vero e proprio, ma un imperativo del verbo «oì̀ra,w» (oráo) che indica il vedere in profondità, con gli occhi della fede, della piena disponibilità e intelligenza. Non è tanto “guarda”, ma piuttosto “vedi”, “fai bene attenzione”. La traduzione italiana con “ecco” è valida, anche se non esprime pienamente la forza del verbo. Anche il nostro «Ecco» ha infatti in sé una forte espressività che richiama l’attenzione su qualcosa di importante che subito segue: l’annuncio fondamentale che ogni cristiano desidera e forse non oserebbe nemmeno sperare. È la massima consolazione in ogni momento della vita: la compagnia di Gesù accanto a me.
io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine consumazione di questo mondo
«Io sono» è il nome proprio di Dio nella tradizione dell’Antico Testamento, “Yahweh”. «Io sono con voi» è una forma dell’Emmanuele.
Emmanuele = ‘Immanû – El = Con noi Dio (‘Im = con; nû = noi; El = Dio; ma è una congiunzione fonetica che lega ‘Im a nû)
Ecco l’Emmanuele di cui si parla all’inizio del vangelo secondo Matteo; là era solo annunciato, qui si rivela veramente come Dio–con–noi. Gesù è il Dio con noi, il Risorto è Dio ed è con noi, si è avvicinato per rimanere con noi tutti i giorni, cioè ininterrottamente. Non ogni tanto, in qualche occasione, ma continuamente, per tutti i secoli; è proprio questa sua presenza che rende possibile al discepolo imparare da lui. Lui è sempre lì, è sempre possibile incontrarlo e imparare da lui, fino al compimento finale della storia, del mondo.
L’ultima parola del vangelo secondo Matteo è “fine del mondo” e la prima parola è genesi, “Libro della genesi”. Sembra che Matteo voglia proprio fare una grande inquadratura dall’inizio alla fine del mondo: c’è tutto. Questa presenza continua, meravigliosa, del Cristo “con noi” è la possibilità che ci è data di essere autentici discepoli che totalmente accolgono lui, si aprono alla totalità, non si chiudono nella loro particolarità limitata, ma si aprono all’immenso e al tutto. È la possibilità di essere veramente cattolici nel cuore.
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http://www.symbolon.net/Nuovo%20Testamento/Vangeli/Matteo/Lectio%20divina/Matteo-02-missione_universale.pdf