Partenza da Emmaus
Missione e catechesi nella Chiesa
Lettera pastorale
Anno pastorale 1983/84
Carlo Maria Martini
Il cardinale Martini, utilizzando il brano evangelico dei discepoli di Emmaus, invita in questa lettera la diocesi a riflettere sulla dimensione missionaria che è parte dell’essenza stessa della Chiesa. La Chiesa, infatti, esiste per la o è missione, esiste per testimoniare al mondo il disegno salvifico di Dio, che in Cristo morto e risorto è offerto agli uomini e alle donne di tutti i tempi. E’ una lettera rivolta in particolare agli operatori pastorali e a coloro che si preoccupano dell’annuncio della Parola all’interno della comunità cristiana. Frutto di questo piano pastorale è stato il convegno “Catechisti e testimoni” che si è celebrato a Busto Arsizio nell’autunno del 1994 con l’intento preciso di rilanciare la catechesi, degli adulti in particolare, all’interno della comunità cristiana.

[0] Questa lettera ho cominciato a scriverla a Lourdes, nello scorso mese di giugno. Era l’ultimo giorno del Pellegrinaggio diocesano in ringraziamento per il Congresso Eucaristico e la visita del Papa. Alle migliaia di pellegrini raccolti sulla spianata per il saluto finale ho detto che la Madonna ci lasciava una consegna: siate testimoni del Risorto!
La lettera nasce da questa consegna. Essa è dunque sotto la tua protezione, o Maria. A te la offro anche ora che la sto stendendo. A te l’affido perché tu la porti all’indirizzo vero di ciascuno: non semplicemente quello anagrafico, ma quello del cuore.
Scrivendo questa lettera ho in vista principalmente gli operatori pastorali della diocesi, che durante questa estate intendono prepararsi e aiutare altri a vivere il tema del prossimo anno pastorale “Testimoni del Risorto”. Ho in progetto, per il tempo dopo l’estate, una ripresa di questo tema missionario con una lettera che avrà per titolo “Testimoni del Risorto” e che riprenderà sostanzialmente, con un discorso per tutti, quanto viene qui anticipato per gli operatori. Ad essi rivolgo anche l’invito a tener presente per il loro lavoro alcuni documenti recenti; come la Lumen Gentium (n. 26) e la Ad Gentes (n. 6), i documenti CEI su Comunione e Comunità (1982), Eucaristia, Comunione e Comunità (1983), La formazione dei catechisti nella comunità cristiana (1981) e L’impegno missionario della Chiesa italiana (1983).
[1] Signore Gesù, grazie perché ti sei fatto riconoscere nello spezzare il pane. Mentre stiamo correndo verso Gerusalemme, e il fiato quasi ci manca per l’ansia di arrivare presto, il cuore ci batte forte per un motivo ben più profondo.
Dovremmo essere tristi, perché non sei più con noi. Eppure ci sentiamo felici. La nostra gioia e il nostro ritorno frettoloso a Gerusalemme, lasciando il pranzo a metà sulla tavola, esprimono la certezza che tu ormai sei con noi. Ci hai incrociati poche ore fa su questa stessa strada, stanchi e delusi. Non ci hai abbandonati a noi stessi e alla nostra disperazione. Ci hai inquietati con i tuoi rimproveri. Ma soprattutto sei entrato dentro di noi. Ci hai svelato il segreto di Dio su di te, nascosto nelle pagine della Scrittura. Hai camminato con noi, come un amico paziente. Hai suggellato l’amicizia spezzando con noi il pane, hai acceso il nostro cuore perché riconoscessimo in te il Messia, il Salvatore di tutti. Così facendo, sei entrato dentro di noi.
Quando, sul far della sera, tu avevi accennato a proseguire il tuo cammino oltre Emmaus, noi ti pregammo di restare.
Ti rivolgeremo questa preghiera, spontanea e appassionata, infinite altre volte nella sera del nostro smarrimento, del nostro dolore, del nostro immenso desiderio di te. Ma ora comprendiamo che essa non raggiunge la verità ultima del nostro rapporto con te. Infatti tu sei sempre con noi. Siamo noi, invece, che non sempre restiamo con te, non dimoriamo in te. Per questo non sappiamo diventare la tua presenza accanto ai fratelli.
Per questo, o Signore Gesù, ora ti chiediamo di aiutarci a restare sempre con te, ad aderire alla tua persona con tutto l’ardore del nostro cuore, ad assumerci con gioia la missione che tu ci affidi: continuare la tua presenza, essere vangelo della tua risurrezione.
Signore, Gerusalemme è ormai vicina. Abbiamo capito che essa non è più la città delle speranze fallite, della tomba desolata. Essa è la città della Cena, della Pasqua, della suprema fedeltà dell’amore di Dio per l’uomo, della nuova fraternità. Da essa muoveremo lungo le strade di tutto il mondo per essere testimoni della tua risurrezione.
[2] Cari sacerdoti e fedeli, e soprattutto voi, carissimi operatori pastorali: ho voluto iniziare questa lettera collegandomi idealmente ancora una volta alla vicenda dei discepoli di Emmaus, perché vedo in essa una immagine suggestiva, come una “icona” del cammino che la nostra Chiesa ha compiuto e deve ancora compiere.
Ho messo sulle labbra dei due discepoli una preghiera, che fosse come il prolungamento della loro invocazione “resta con noi, Signore!”. Ma le parole di questa preghiera, pur ispirandosi al racconto evangelico, contengono anche le aspirazioni più urgenti della nostra Chiesa: fa che restiamo con te, fa che sappiamo essere la tua presenza!
Abbiamo bisogno di scoprire l’esito missionario del cammino di contemplazione, di ascolto, di eucaristia fin qui percorso.
In questi tre anni di preparazione al Congresso Eucaristico abbiamo contemplato il mistero di Dio che avvolge e oltrepassa la nostra esistenza: abbiamo cercato di renderci sensibili alla dimensione contemplativa della vita.
Il silenzio adorante dinanzi al mistero ci ha preparati a meditare sul “principio” della nostra vita: essa non si trova in noi stessi, ma nella Parola, detta definitivamente a noi da Dio in Gesù, testimoniata nelle Sacre Scritture, riattualizzata nella nostra vita quotidiana attraverso la preghiera e la proclamazione liturgica della Chiesa: in principio, la Parola.
Ci siamo allora lasciati attrarre da Gesù: attirerò tutti a me.
Unendoci, attraverso l’Eucaristia, alla sua Pasqua, ci siamo impegnati a condividere il suo atteggiamento di obbedienza alla volontà amorosa con cui il Padre guarda e salva ogni uomo.
Dobbiamo ora approfondire le conseguenze di tutto questo.
Per riferirci ancora all’episodio di Emmaus, dobbiamo tentare di capire che cosa è avvenuto nel cuore dei discepoli dopo lo spezzare del pane. Che cosa li ha spinti a correre verso Gerusalemme? Quale forza interiore li ha mossi a lasciare tutti gli altri progetti e a farsi testimoni del Risorto? Come possiamo anche noi rivivere qui e ora, nelle nostre comunità, lo stesso movimento generoso verso la missione e la testimonianza?
Alcune circostanze significative, passate e future, sollecitano e inquadrano lo studio e l’impegno della “missione”. Ricordo in particolare il Congresso Eucaristico e la visita del Papa, il centenario di S. Carlo e l’Anno Santo col Giubileo della Redenzione.
[3] Si è conclusa la fase della preparazione e della celebrazione del Congresso. Siano rese grazie a Dio per i doni che da esso ci sono venuti.
Ma rimane aperta la fase della verifica e della attuazione. Il Congresso continua a camminare con noi come un evento da interpretare e sviluppare nelle sue implicazioni di fondo, da approfondire nelle indicazioni positive, da precisare negli aspetti rimasti oscuri o incompleti.
Le giornate conclusive, riassumendo un lavoro pluriennale, ci hanno educati a tre atteggiamenti: celebrare, adorare, comunicare.
Abbiamo gustato la celebrazione, non come momento staccato dalla vita, ma come spazio spirituale in cui Cristo si rende presente, anche nello spazio fisico della città (si pensi a piazza del Duomo o al quartiere Gallaratese), per dare senso e dinamismo a tutti gli altri momenti della nostra esistenza.
Abbiamo sperimentato che è importante, è ancora possibile adorare, non solo privatamente, nel silenzio di una chiesa, ma anche coralmente, dentro il clima convulso di una città moderna come Milano. E’ possibile una preghiera di massa, che diviene preghiera di popolo.
Abbiamo imparato a comunicarci le nostre esperienze di fede sui problemi gravi della vita contemporanea, che chiedono di essere illuminati dalla Eucaristia. Ma in particolare su questo punto abbiamo capito che il cammino da percorrere è ancora lungo. Dobbiamo creare nuove forme e abitudini di comunicazione nella Chiesa, per essere all’altezza della missione che Gesù ci affida.
Ci ha aiutati moltissimo in questo il magistero del Papa, che ancora una volta ringraziamo per essere venuto ad adorare con noi l’Eucaristia, a visitare la città e la diocesi, a raccogliere dalla celebrazione congressuale alcune conclusioni autorevoli. Egli ci ha detto che dalla presenza di Gesù nella Eucaristia, sotto l’azione potente dello Spirito, nasce un uomo nuovo, che rende grazie, si affida a Dio, diventa disponibile al servizio dei fratelli. Negli incontri con le diverse categorie di persone il Papa ha descritto alcuni aspetti di questo uomo nuovo, dell’uomo “eucaristico”, che “rende grazie”, mettendolo a confronto e a contatto con i problemi presenti nei diversi settori della realtà sociale e culturale d’oggi.
Dal Congresso Eucaristico, autorevolmente interpretato dal Papa, deriva la spinta verso la missione. Deriva anche una preziosa indicazione su una caratteristica della missione. La missione “agli uomini”, sia a quelli che vivono accanto a noi senza condividere, o condividendo solo parzialmente, la vita della comunità cristiana, o che vivono in altri Paesi non ancora raggiunti dal messaggio evangelico, si fonda nella missione “all’uomo”, cioè nell’atto di fede con cui la Chiesa scopre, vive, proclama il rapporto intrinseco e fondamentale che intercorre tra il mistero di Gesù e l’enigma dell’uomo: l’uomo “via della Chiesa”, l’uomo quindi anche “via della missione”. Questa grande parola di Giovanni Paolo II ci aiuta a definire e a valutare la “missionarietà” dell’assemblea dei credenti.
[4] La seconda ricorrenza è il centenario carolino, per il quale sono in programma molte iniziative. Esse ci aiuteranno a riscoprire e ad aggiornare non poche intuizioni geniali inserite da S. Carlo nella tradizione spirituale e pastorale della nostra diocesi. Penso in particolare a tre aspetti della figura di S. Carlo, che sono ricorrenti nella iconografia carolina e soprattutto sono stampati nella memoria del nostro popolo: il lungo sostare, pregare, piangere davanti al Crocifisso; la riforma coraggiosa e capillare di tutti gli aspetti organizzativi e amministrativi della vita della Chiesa a partire da una fede coltivata mediante la catechesi; l’esercizio infaticabile delle opere di carità.
a) Sotto la guida di questi atteggiamenti di S. Carlo, arriviamo a intuire anzitutto che la missione nasce da un profondo amore a Gesù Cristo, dalla contemplazione del Crocifisso. Contemplandolo vediamo nella croce il gesto supremo dell’amore di Dio per l’uomo. Partecipiamo all’agonia mortale di Gesù, ci sentiamo anche noi come “lacerati” tra la fedeltà assoluta al Padre e la fedeltà senza pentimento all’uomo che rifiuta Gesù e il Padre. Partecipiamo alla sua “compassione” (cfr. Mt 9,35) per gli uomini che non sanno fino a che punto Dio li ha amati o, pur sapendo tutto questo, non corrispondono a tanto amore.
b) Tale compassione diventa “missionaria”. Essa spinge il credente a ripensare la propria vita, a lasciarsi “convertire”, perché ogni gesto, ogni rapporto con gli altri uomini diventino un annuncio di questo amore di Dio. In un uomo di Chiesa, come S. Carlo, l’istanza evangelizzatrice, nata dalla contemplazione del Crocifisso, sotto la spinta della riforma tridentina si è estesa allo stile pastorale e alle istituzioni della comunità, a partire dalle iniziative finalizzate alla predicazione e all’insegnamento della dottrina cristiana. S. Carlo è stato un grande riorganizzatore della sua Chiesa, ma tutto ciò è stato fatto a partire dalla missione e a misura della missione.
c) Il suggello, poi, del rinnovamento ecclesiastico si ha in una realtà che oltrepassa ogni riforma istituzionale e dà la misura definitiva dell’obbedienza della Chiesa di S. Carlo alla missione di Gesù: sono le opere della carità, che incarnano l’amore incondizionato di Cristo per ogni uomo, specialmente per chi è meno fortunato e meno amato.
Ritorneremo in seguito su queste caratteristiche della missione. Per ora notiamo che esse, pur essendoci suggerite dai due avvenimenti del Congresso Eucaristico e dell’anno carolino, sono più grandi degli avvenimenti stessi e richiamano alcuni fatti più generali sui quali è utile sostare un poco, per comprendere meglio l’importanza e l’attualità del tema della missione. In particolare la riforma missionaria della Chiesa, proposta dall’anno carolino, e la missione all’uomo, dischiusa dal Congresso Eucaristico, ci invitano a esaminare alcuni aspetti attuali della vita ecclesiale e della vita sociale, che possono dare maggiore concretezza storica alla riflessione sulla missione.
[5] Per quanto riguarda l’Anno Santo che stiamo vivendo, mi limito a richiamare per ora quanto ha scritto il Santo Padre sul rapporto tra Anno Santo e Giornata Missionaria. Dice il Papa: “Richiamando pertanto a ogni cristiano le ricchezze recate al mondo dalla Redenzione, il Giubileo acquista perciò stesso un rilevante significato missionario. Diventa un rinnovato appello alla evangelizzazione di quei milioni di persone che, dopo ben 1950 anni dal Sacrificio redentivo del Calvario, non sono ancora cristiane e non possono, nella sofferenza e nella gioia, invocare il nome del Salvatore, perché ancora non lo conoscono.
“Entrare, dunque, nello spirito dell’Anno Giubilare equivale ad immergersi nello spirito missionario, a rivolgere il cuore non solo alla profondità della propria coscienza, ma anche a tutti coloro che sono nostri fratelli e hanno il diritto di conoscere Cristo e di godere delle ricchezze del suo Cuore “dives in misericordia” .
“Auspico sinceramente che tutte le forze della Chiesa, del Popolo di Dio, in quest’ora difficile che l’umanità sta vivendo, densa, si, di minacce, ma anche foriera di speranze, si mobilitino attingendo una rinnovata carica spirituale da questo Anno Santo della Redenzione affinché l’annuncio del Vangelo raggiunga in modo sempre più ampio e profondo le Genti e i Popoli della terra” (Messaggio di Giovanni Paolo II per la Giornata Mondiale Missionaria 1983 ) .
[6] Nel seno di Rebecca si combattevano tra loro i due figli: Esaù e Giacobbe.
Qualche volta si ha l’impressione che nel seno della nostra Chiesa si affrontino due mentalità, entrambe mosse dal legittimo desiderio di vivere e di espandersi. Anzi è nell’intimo stesso di ciascuno di noi che questa tensione si manifesta.
Esaù rappresenta la cura delle cose domestiche, l’attenzione ai vicini. E’ l’uomo che lavora sodo e non si prende mai un giorno di ferie. Di fronte a lui sta Giacobbe, a cui piace viaggiare, fare esperienze all’estero.
Fuor di metafora, noi sperimentiamo da una parte il bisogno di un lavoro paziente e tenace in casa nostra, cioè a vantaggio di tutti quelli che ci seguono e sono aperti alle nostre iniziative pastorali. Ma viviamo insieme il rimorso e il desiderio di fare qualcosa anche per gli altri, per quelli che restano fuori. Qualche volta ci domandiamo con trepidazione se non sia venuto il tempo di abbandonare le novantanove pecore del gregge al sicuro nell’ovile e correre fuori a cercare quella smarrita: con la constatazione amara che sono più le pecore fuori che non quelle che, con tanta fatica, seguiamo nella pastorale ordinaria. Mi ha fatto molta impressione ciò che mi disse un prete zelante e attivo, in una delle mie prime visite a una grande parrocchia di periferia. “Vede–mi diceva–io ho ventimila anime in Parrocchia. Ma le tremila che frequentano assiduamente mi danno talmente da fare, riempiono talmente il tempo di noi preti, che ce ne resta ben poco per pensare seriamente alle altre”.
Questo ragionamento fatto da un buon prete di periferia lo faccio anch’io per l’intera diocesi. Quante volte ho pensato con sofferenza che, malgrado tutto il mio affannarmi e correre, malgrado abbia l’impressione di incontrare centinaia e migliaia di persone nelle visite pastorali, il numero di coloro con cui non mi sarà mai possibile avere alcun contatto come Vescovo è immensamente più grande della somma di tutte le persone che potrò incontrare.
Si scatena allora nell’intimo del cuore la lotta tra Esaù e Giacobbe.
Giacobbe vorrebbe che si andasse ai lontani, che si cancellassero tutti gli impegni che sembrano finalizzati alla conservazione dell’esistente, che si buttasse a mare la cosiddetta “ordinaria amministrazione” per dare tutto il tempo a iniziative nuove, di avvicinamento dei lontani, di penetrazione missionaria.
Il senso di sofferenza e quasi di sgomento cresce quando si paragonano le cifre di coloro che tra noi hanno bisogno di essere evangelizzati con le innumerevoli masse di coloro che in altri Paesi sono infinitamente più svantaggiati rispetto alle possibilità che ci sono da noi di ascoltare la Parola di Dio. E queste masse forse ne avrebbero più desiderio e disponibilità.
Ricordo d’aver letto una volta una lettera di San Francesco Saverio dall’India in cui esortava gli orgogliosi maestri universitari di Parigi ad abbandonare le loro cattedre e a correre verso quei Paesi lontani dove infinitamente più grandi e urgenti erano i bisogni e la disposizione ad apprendere la vera dottrina. Non potremmo forse oggi ripetere le stesse parole a tanti nostri operatori culturali e pastorali?
Queste considerazioni un po’ personali su quell’Esaù e quel Giacobbe che ci portiamo dentro ci introducono a una riflessione più ampia sulle tensioni interne che possiamo notare in mezzo a noi quando ci confrontiamo col tema della missione.
Infatti, se guardiamo alla nostra Chiesa diocesana dal punto di vista della sensibilità e della attività missionarie, vi troviamo una grande ricchezza di fermenti.
La nostra diocesi ha dato e continua a dare alle Missioni un numero considerevole di vocazioni sacerdotali, religiose, laicali.
Fioriscono molte opere di generosità missionaria e di volontariato internazionale, che trovano nell’Ufficio Missionario Diocesano un valido punto di riferimento: esso valorizza, sostiene, coordina queste opere e insieme diffonde capillarmente la loro carica profetica come un benefico contagio in tutte le comunità parrocchiali.
La nostra missione diocesana in Africa non ha certamente monopolizzato il nostro impegno missionario, ma serve da modello e da sprone per altre forme di gemellaggio, di sostegno, di cooperazione tra la nostra comunità e le Chiese missionarie.
La tensione missionaria intesa più largamente come ansia evangelizzatrice e apertura ai lontani appare anche chiaramente in molti aspetti della vita delle nostre comunità. Movimenti di ambiente, gruppi di promozione culturale, di formazione cristiana fondamentale, di animazione familiare, di servizio caritativo, imprimono un ritmo dinamico e aperto alla vita pastorale.
La stessa comunità istituzionale si interroga spesso sui modi per passare da uno stile di ordinaria amministrazione, di gestione dell’esistente, a uno stile di mobilitazione delle forze, di ricerca delle persone che non vengono spontaneamente, di sperimentazione e di innovazione.
Il passaggio però non si attua senza lentezze e remore. Dobbiamo effettivamente riconoscere che, nella gran parte dei casi, le nostre comunità parrocchiali sono così ricche di attività organizzative e amministrative, di iniziative tradizionali, di movimento di persone che ruotano attorno al prete, da poter vivere, se lo volessero, quasi di autoconservazione, al riparo da forti provocazioni missionarie.
Di tanto in tanto il pensiero dei lontani, di coloro che non sono raggiunti dalle iniziative parrocchiali, di coloro che non conoscono il Vangelo, ci attraversa la mente, ci dà una stretta al cuore, ci ispira desideri apostolici; ma poi viene rapidamente cancellato dalle mille incombenze quotidiane.
Il rischio per la vita parrocchiale è di venire privata a poco a poco di forti e drammatiche stimolazioni e di adagiarsi nella ripetizione dei gesti e dei riti.
In questa atmosfera la missione fuori della patria finisce per essere considerata un’aggiunta, un momento episodico, un compito per alcuni, non un impegno fondamentale e costante di tutta la comunità. L’azione dei movimenti e dei gruppi, non trovando il modo di sintonizzarsi con lo stile generale della comunità, può correre il rischio di stemperare la propria carica dirompente e profetica in atteggiamenti di risentimento e di contrapposizione.
Occorre creare un’osmosi benefica tra la tensione missionaria, profeticamente alimentata da alcune iniziative e da alcune persone, e lo stile missionario di tutta la comunità.
Esaù e Giacobbe devono riconciliarsi nel seno della nostra Chiesa.
[7] Da quanto si è detto segue l’articolazione della lettera che ora propongo. Essa consta delle parti seguenti:
1. Il messaggio: cogliere i suggerimenti di alcuni testi biblici sulla comunità cristiana “missionaria”.
2. La distanza: cercare le espressioni e le ragioni della distanza tra i comportamenti delle nostre comunità e l’ideale missionario annunciato dalla Bibbia.
3. La dimora: approfondire il messaggio biblico, delineando i nessi profondi che intercorrono tra Eucaristia-Chiesa-Missione, con particolare attenzione a quegli aspetti della missione che sono disattesi nei nostri comportamenti attuali insufficientemente evangelici.
4. Lo stile: ricavare dai punti precedenti alcune conseguenze circa lo stile missionario delle nostre comunità.
5. L’azione: proporre un esempio di intervento concreto relativamente alla catechesi, con particolare attenzione alla figura spirituale e pastorale dei catechisti.
L’andamento della lettera può rievocare le tappe di una “lectio divina”, nelle tre articolazioni tradizionali: lectio (l’annuncio), meditatio (la distanza), contemplatio (la dimora, lo stile, l’azione).
Questo significa che le indicazioni pastorali vengono collocate in un contesto di “comunicazione della fede” per la promozione di un consenso di fede sull’immagine che la Chiesa milanese vuole offrire all’uomo d’oggi, in obbedienza alla missione che il Signore le affida.