Lettura orante
del Vangelo secondo Matteo
Claudio Doglio

1. Introduzione: lo scriba “addiscepolato”(13,51-52)

La nostra attenzione, in questo momento spirituale di esercizi, è orientata alla Parola del Signore; vogliamo ascoltare con tutte le forze, con tutte le nostre capacità, quello che il Signore vuole dirci. Vogliamo ascoltare quello che già sappiamo, vogliamo ascoltarlo di nuovo, ancora, vogliamo che scenda in profondità nella nostra vita, perché la nostra esistenza sia trasformata da questa parola, perché la nostra mentalità diventi quella di Gesù Cristo.

Ascoltiamo per diventare, non per sapere, ma per cambiare e la grazia del Signore passa attraverso questa Parola; è una parola ispirata, viene dallo Spirito e comunica lo Spirito. A colui che legge con disponibilità questa Parola, la Parola trasmette lo Spirito Santo, cioè l’amore di Dio, la sua forza, la sua intelligenza.

Ascoltare la parola con attenzione e con disponibilità cambia, senza sforzo; l’impegno che dobbiamo mettere è nell’ascoltare. Se si ascolta veramente, poi la parola opera:

Is 55,10: Come infatti la pioggia e la neve / scendono dal cielo e non vi ritornano / senza avere irrigato la terra, / senza averla fecondata e fatta germogliare, / perché dia il seme al seminatore / e pane da mangiare, / 11così sarà della parola / uscita dalla mia bocca: / non ritornerà a me senza effetto, / senza aver operato ciò che desidero / e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata.

La parola di Dio, se può penetrare, rende feconda la vita; se trova invece un terreno secco, arido e chiuso c’è il rischio che scorra via e non serva a niente. Non è però colpa della Parola, è colpa dell’ascoltatore che in modo superficiale ha percepito quei suoni, ma non ha aperto il cuore, non s’è lasciato toccare. Le cose le sappiamo già e quindi non abbiamo bisogno di nuovi studi, ma quel che sappiamo deve ancora diventare vita. Abbiamo bisogno della assimilazione, è necessario per noi diventare discepoli.

Discepolo è colui che impara, lo dice la parola stessa in quanto derivata dal verbo latino discere che vuol dire imparare. Il discepolo è colui che impara. A Napoli dicono che “nessuno nasce imparato”, ma tutti possono imparare e noi, anche se non “siamo imparati” vogliamo imparare. Da chi? Dal Signore Gesù! Riconosciamo la sua autorità, lo consideriamo il nostro maestro.

Mt 23,10: E non fatevi chiamare “maestri”, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo.

Partiamo proprio da questa idea, principio e fondamento delle nostre meditazioni: “Uno solo è il nostro maestro: il Cristo”. Noi siamo tutti discepoli; dal papa all’ultimo sacrestano siamo tutti discepoli, tutte persone che desiderano imparare, apprendere, prendere per essere.

Riconoscere che il Cristo è maestro significa riconoscere che è il formatore della nostra vita e che può formare la nostra esistenza. Maestro di che cosa è Gesù? Che cosa ha da insegnaci? Né la matematica, né la scienza, né le lettere, ma è maestro di vita che è la scienza più importante e più difficile: l’arte di sapere vivere. Questa è infatti la vera sapienza secondo l’antica cultura biblica, un sapere importantissimo, primario, fondamentale. Se uno non sa vivere, tutto il resto è inutile. E dove si impara a vivere? Chi è che ci può insegnare questa arte suprema?

Nella storia tanti si sono presentati come maestri di pensiero, maestri di vita, ma noi riconosciamo che ce n’è uno solo che vale. Non è questione semplicemente di lasciar perdere le altre tradizioni religiose o filosofiche, si tratta proprio di lasciar perdere anche tutto il resto della nostra tradizione cristiana, perché ogni personaggio che è ritenuto importante e significativo – quelli che noi chiamiamo i santi – sono modellati su Cristo; sono santi perché hanno imparato da Cristo. Non sono loro che ci insegnano, ma loro ci dicono: imparate da Cristo come abbiamo fatto noi. Il termine di paragone, sempre e continuo, è quindi il maestro unico: Gesù Cristo. Se noi siamo discepoli, lui è il docente, lui insegna.

Al verbo latino díscere: “imparare” corrisponde il verbo docère: “insegnare” e la qualità del discepolo che accetta l’insegnamento noi la indichiamo con un bellissimo aggettivo: “docile”. Docile è colui che accetta il docente, che accetta che un altro gli insegni, che accetta di imparare. Ancora una volta ci vengono in aiuto i napoletani dicendo che “il docile è colui che si lascia imparare”.

Vogliamo essere discepoli docili. Di fronte all’unico maestro noi deponiamo le armi, non facciamo più resistenza, vogliamo abbandonarci e fidarci, sederci ai suoi piedi e ascoltare. Non abbiamo niente altro da fare, abbiamo tutto il tempo a nostra disposizione; non riempitelo in pratiche varie, ma ascoltate. Quel silenzio tipico degli esercizi non sia semplicemente una copertura per un parlare in altro modo, per dire delle formule, ma sia un silenzio che permette a un altro di parlare. Usate tanto le orecchie e il cuore; è un silenzio attivo, molto attivo, è una preghiera grandiosa quella che non parla, se apre le orecchie – che naturalmente sono le orecchie del cuore – che devono essere aperte perché la parola tocchi la vita. In questo cammino di ascolto ci facciamo aiutare dall’evangelista Matteo che ha ascoltato la parola del Signore e la sua vita è cambiata.

Scelto dalla misericordia di Dio, docilmente Levi è diventato Matteo. Probabilmente il nome Matteo glielo ha dato Gesù, cambiandogli il nome di partenza. Matteo è un nome legato alla radice ebraica del verbo “dare” e contiene anche il nome proprio di “Yahweh”; è una delle tante deformazioni di nomi del tipo, Mattatia, Mattania, Mattia, Natania; vuol dire “Dio ha dato”, “dono di Dio”. Egli è stato un autentico dono di Dio, anzitutto per se stesso: si è scoperto come dono. Mentre in partenza era uno che contava soldi ed era tutto impegnato nel prendere, ha scoperto di essere un dono e si è impegnato nel dare; accogliendo la parola del Signore nella sua vita ha dato la sua vita, la sua testimonianza, prima orale e poi scritta.

È probabile che quel pubblicano, che Gesù chiamò perché diventasse apostolo, sapesse scrivere meglio degli altri; aveva infatti delle capacità tecniche, pratiche, che lo resero adatto alla prima stesura della predicazione apostolica. È infatti probabile che proprio Matteo sia stato il primo estensore materiale della predicazione apostolica. Ma attenzione, non sto parlando dell’attuale Vangelo secondo Matteo, cioè del testo canonico che abbiamo fra le mani, ma di una prima redazione, di un primo testo che, dopo qualche anno, gli apostoli a Gerusalemme misero per iscritto.

Dopo alcuni anni di predicazione orale si avvertì infatti l’esigenza di mettere per iscritto quello che gli apostoli stavano dicendo ed è probabile che proprio Matteo abbia raccolto – in lingua semitica: ebraico o aramaico – le parole del Signore trasmesse dagli apostoli e abbia steso il primo testo, il primo resoconto. Tanto è vero che il suo nome è rimasto legato a questo testo che fu poi portato in giro per il mondo e venne molto presto tradotto in greco; il greco era infatti la lingua universalmente parlata in tutto l’impero romano, da Israele alla Spagna, della odierna Germania al nord dell’Africa. Era la lingua parlata da tutti, la koiné, cioè la lingua “comune”, che superava la frammentazione di tutte le lingue locali e permetteva la comprensione fra tutti.

Anzitutto ad Antiochia in Siria, negli anni 40, quando la predicazione cristiana raggiunse quella città, Barnaba portò in Siria il testo di Matteo, ma ad Antiochia tutti parlavano greco, l’ebraico non si capiva. Fu quindi necessario tradurre quel primo testo e, mentre veniva tradotto, fu ampliato perché nel frattempo erano state predicate altre cose, si erano presentati altri problemi. Venne così elaborata un’altra redazione e questo testo rimase ad animare la comunità di Antiochia; per oltre 40 anni questo testo crebbe insieme alla comunità raccogliendo la predicazione e la meditazione della comunità apostolica. Continuavano a chiamarlo il Vangelo di Matteo anche se stava crescendo, anche se non era Matteo in persona, lì ad Antiochia, a scrivere il testo. Gli studiosi ritengono che l’opera definitiva – quella canonica che consideriamo ispirata e che leggiamo nella Bibbia – sia il lavoro di una scuola di scribi cristiani che vivevano ad Antiochia verso gli anni 80, quindi 50 anni dopo la pasqua di Gesù Cristo. Questi cinquant’anni non sono passati invano, sono anni vissuti nella fedeltà alla predicazione apostolica e nell’approfondimento; lo Spirito ha guidato alla comprensione piena del messaggio di Gesù.

Dietro a queste pagine del vangelo secondo Matteo noi riconosciamo l’opera dell’apostolo, degli apostoli, della comunità e degli scribi cristiani che hanno elaborato questo testo così ricco.

Come spesso succede nelle opere letterarie, l’autore ha lasciato una traccia di sé. Vi propongo quindi di iniziare le nostre meditazioni da due versetti che si trovano al centro del vangelo secondo Matteo: capitolo 13 versetti 51-52.

Questi versetti segnano la fine del discorso parabolico, il terzo, quello centrale di tutto il vangelo. Gesù chiude questa serie di sette parabole domandando:

13,51: Avete capito tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». 52 Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».

Il nostro primo esercizio di ascolto è incentrato su queste poche parole, perché in questo versetto 52 viene dato l’identikit dell’autore. È un autoritratto: «Uno scriba divenuto discepolo del regno dei cieli»; sembra proprio fatto apposta per noi che ci eravamo riproposti il tema del discepolo. Colui che ha raccolto la predicazione apostolica e ha organizzato letterariamente questo testo è uno scriba divenuto discepolo. Uno scriba, «grammateu,j» (grammatéus), un grammatico, cioè uno esperto di «gra,mma» (grámma) cioè di lettere. Grámma significa infatti semplicemente “segno”; noi lo adoperiamo nella parola “grammatica” o nella parola “pentagramma”, perché sono cinque segni, cinque linee. Il grammatèus non è un grammatico, ma un letterato, un uomo di lettere, un uomo che sa leggere e scrivere, che legge e scrive.

Se adesso praticamente sono capaci tutti a leggere e a scrivere, nell’antichità era un fatto abbastanza eccezionale; pochi erano capaci di leggere e di scrivere, anche perché il materiale necessario era molto raro e pertanto costoso. Non tutti potevano disporre di libri e di materiale per scrivere, quindi c’era qualcuno che faceva questo servizio per gli altri. I libri non venivano letti dalla gente, ma c’era qualcuno che leggeva i testi alle persone e questo fino a pochi anni fa.

Matteo è un letterato divenuto discepolo. Letteralmente, però, in greco non c’è la parola “discepolo” ma, al contrario, c’è la radice del “maestro” nella forma passiva che in italiano potremmo rendere con “ammaestrato”.

Anche questa espressione contiene per noi la radice di “maestro” e dice la condizione di chi ha accettato che un altro gli sia maestro. Nella nostra pratica linguistica il verbo ammaestrare non è però un verbo molto nobile, si adopera soprattutto per gli animali e quindi non conviene utilizzarlo. Nel nostro brano abbiamo però accolto l’importanza e il significato di questo termine: è un letterato che ha accettato di non fare il maestro. Non è cosa da poco perché, quando uno si considera ignorante, allora lascia che un altro gli spieghi le cose, ma quando uno invece è istruito – e per natura sua è capace di insegnare ad altri, come uno scriba – lasciarsi ammaestrare da un altro è arduo; ci vuole proprio una frantumazione del proprio orgoglio.

Se non ci riflettiamo sopra, non ci accorgiamo della difficoltà che comporta l’espressione autobiografica usata da Matteo: “Uno scriba divenuto discepolo”. Vi sembra forse così normale?

Non è normale! Uno scriba è maestro e uno scriba che diviene discepolo implica qualche cosa di particolare, perché il maestro per natura sua insegna. Un maestro che diventa scolaro non è normale; il maestro fa il maestro e una volta che le cose le sa… le sa.

Nel Vangelo secondo Giovanni, c’è una frase molto illuminante a questo proposito: è la risposta delle autorità del sinedrio a quell’uomo che era nato cieco.

Gv 9,34: Gli replicarono: “Sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi?”. E lo cacciarono fuori.

Ma certo, loro avevano imparato, le sapevano le cose. Rispondono infatti al cieco con estrema arroganza:

Gv 9,29: Noi sappiamo… […] 31 noi sappiamo

Chi era mai quello lì che pretendeva di insegnare a loro? Ma chi c’è che può insegnare qualcosa a degli scribi che “sanno” già?

Matteo confessa di essere un esperto, uno studioso, un letterato che è tornato a scuola, che si è fatto piccolo per imparare e che ha accettato di cambiare la propria prospettiva. È abbastanza facile assimilare delle nozioni nuove, perché nessuno di noi sa tutto; ci sono infatti nuove ricerche e allora possiamo anche, da sapienti, accettare che qualcuno ci spieghi delle nuove regole del computer o qualche nuova espressione di letteratura. Però la mentalità, il modo di vedere la vita e le persone, quella difficilmente cambia.

Non c’è nessuno infatti che possa insegnarci un’altra mentalità rispetto a quella che abbiamo, perché siamo convinti che quella che abbiamo sia quella giusta ed è giusta perché è la nostra. In qualche modo anche noi siamo scribi arroganti, arroccati sulle nostre posizioni, perché noi “sappiamo” e accettare una prospettiva di vita diversa dalla nostra è difficilissimo. Quando ci viene proposta una mentalità diversa per prima cosa infatti la giudichiamo, la valutiamo, la discutiamo, la contestiamo, la critichiamo: “Sì, va bene, però…”. Per accettare un modo di pensare diverso dal nostro bisogna avere una stima immensa in chi lo propone.

Non si accetta una impostazione nuova se non viene da un maestro molto stimato, ma ci vuole di più della stima, bisogna essere innamorati di quel maestro. Se non si è innamorati di quel maestro non si accetta la sua mentalità; invece, per amore, si cambia.

Amare il maestro vuol dire assimilarne la mentalità e questo cambiamento avviene facilmente perché colui che ama diviene naturalmente simile all’amato, tende a riprodurre la persona amata. L’amico assomiglia all’amico, gli diventa simile, ne impara i modi, i gesti, i toni, le parole, gli atteggiamenti. Attraverso la via dell’amore noi diventiamo discepoli.

Allora io mi permetterei di inventare una espressione e parlerei dello scriba “addiscepolato”.

Non è una bella parola, non è nemmeno corretta in italiano, ma invece di “ammaestrato” direi “addiscepolato”; è lo scriba che diventa discepolo, che accetta di farsi discepolo del regno dei cieli, perché il regno dei cieli non è una cosa, non è un idea, ma è una persona: Gesù Cristo.

Quello scriba ha scoperto che Gesù è il regno dei cieli, ne è diventato discepolo e

Per questo ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa

È un uomo padrone di casa, uno che amministra la casa, ma il concetto di casa va al di là delle mura domestiche, intendendo soprattutto coloro che vi abitano. Quindi la casa è la famiglia, è l’insieme delle persone; il padrone di casa è il capo famiglia, è il responsabile della comunità, è colui che guida, che cura, che serve una famiglia.

L’autore sta facendo il proprio autoritratto come responsabile della comunità cristiana che viveva nella sua città, probabilmente Antiochia di Siria. Letterato, divenuto discepolo del vangelo, è come un capo famiglia che si prende cura dei suoi e…

che estrae dal suo tesoro

Tira fuori quello che ha. Soffermiamoci su questo verbo “estrarre”, “tirare fuori”. C’è un tesoro, è il suo tesoro. Questo capofamiglia ha un tesoro, è il suo patrimonio, è il suo, ma da questo tesoro tira fuori per dare; sarebbe il contrario dire che tiene ben chiuso il suo tesoro. Questo capofamiglia ha una fonte a cui attingere; qual è il suo tesoro? Non sta parlando concretamente di ricchezze, è un paragone; il capofamiglia ha un suo patrimonio, ha un conto in banca e di lì preleva quello che gli serve per le spese, per il mantenimento, per le varie iniziative. Questo è il paragone, ma il riferimento è a qualcos’altro.

Qual è il tesoro di questo scriba addiscepolato? Il suo essere, la sua persona, è lui stesso il suo tesoro; non direi neanche il vangelo, la dottrina, la rivelazione. Il suo tesoro, quello che gli appartiene proprio, è la sua personalità, il suo essere; da se stesso tira fuori…

cose nuove e cose antiche.

Una prima spiegazione, semplice, evidente, mette insieme Antico e Nuovo Testamento. Questo scriba che ha studiato bene la Legge, i Profeti e gli Scritti conosce la tradizione giudaica, le considera cose antiche, valide, ma aggiunge le cose nuove insegnate da Gesù e dagli apostoli.

È valida come spiegazione: dal tesoro del proprio cuore estrae la tradizione degli antichi giudei e la novità di Gesù Cristo.

Notiamo però che ha messo per primo l’aggettivo “nuovo” mentre nella logica ci verrebbe da invertire: “cose antiche e cose nuove”; dà invece più importanza alle cose nuove.

Penso che si possa andare anche più a fondo e riconoscere nelle cose antiche quel patrimonio umano che ci appartiene: il nostro carattere, la nostra ricchezza naturale, quello che siamo, i nostri doni di affettività, di intelligenza, quello che abbiamo da sempre e che è antico perché è sempre stato nostro. Ma quel tesoro che coincide con il nostro cuore ha un’altra ricchezza che è la novità di Gesù Cristo ed è la grazia di Dio che trasforma ciò che era antico in noi.

Mt 6,21: Là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore.

Tesoro e cuore si identificano e il cuore – nel linguaggio biblico – è la persona nella sua interezza, nella sua ricchezza di interiorità, di intelligenza, di volontà, di affetto. È la persona rinnovata dalla grazia; sei proprio quello che sei, ma sei nuovo per grazia di Dio.

In greco quella forma verbale che ho tradotto con addiscepolato suona: «maqhteuqei.j» (matheteuthèis) foneticamente molto simile al nome di Matteo; è un gioco linguistico con cui un greco interpreta un nome ebraico alla greca e, nel nome Matteo, legge proprio la parola ammaestrato, addiscepolato. Matteo è colui che accetta di essere discepolo, è il portatore del tesoro, è un capofamiglia che tira fuori dal proprio cuore – trasformato dall’incontro con l’unico maestro – quello che è diventato e quello che era. È la nostra prospettiva di meditazione e, attraverso le pagine del vangelo secondo Matteo, vogliamo riscoprire il tesoro che abbiamo, vogliamo crescere nell’atteggiamento del discepolo, perché esca fuori quello che siamo e quello che abbiamo ricevuto, per non tenere chiuso il tesoro, ma per estrarne la ricchezza che ci è stata donata e che ci è chiesto di comunicare.

http://www.symbolon.net
http://www.symbolon.net/Nuovo%20Testamento/Vangeli/Matteo/Lectio%20divina/Matteo-01-scriba_addiscepolato.pdf