Le parole della fede
Un itinerario biblico-antropologico per l’oggi giovanile

7. «Io pongo il mio arco fra le nubi»
Genesi 9,13
Il racconto.
Il diluvio è terminato, le acque si sono ritirate, e Noè con la sua famiglia e con ogni specie vivente è uscito dall’arca su una terra rinnovata. È a questo punto, non prima, che Dio pronuncia una promessa rivolta non a un singolo, ma a tutta la creazione: «Questo è il segno dell’alleanza, che io pongo tra me e voi e ogni essere vivente che è con voi, per tutte le generazioni future. Pongo il mio arco sulle nubi, perché sia il segno dell’alleanza tra me e la terra» (Genesi 9,12-13). Non è più richiesto un rito, un sacrificio, un gesto umano che rinnovi il patto: basta che il cielo, dopo la pioggia, si colori di quell’arco, perché la promessa torni visibile a chiunque alzi lo sguardo, credente o no, colto o incolto, vicino o lontano dal santuario.
Ripresa teologico-filosofica.
È significativo che la speranza biblica nasca qui non da una parola soltanto udita in un momento irripetibile, come accade ad Abramo o a Mosè, ma da un segno che resta visibile nel tempo, offerto non a un singolo interlocutore ma a tutta la creazione indistintamente: la promessa, in altre parole, si deposita nel mondo stesso, diventa parte del paesaggio, e può essere ritrovata ogni volta che il cielo, dopo la tempesta, si colora. Questo tratto distingue la speranza dalla mera aspettativa: mentre l’aspettativa attende un evento puntuale e poi si esaurisce, la speranza fondata su un segno permanente accompagna l’intera esistenza come una possibilità sempre di nuovo accessibile. A questo si affianca, in altro momento della narrazione patriarcale, la promessa fatta ad Abramo di una discendenza numerosa come le stelle del cielo, pronunciata quando ogni evidenza empirica la smentiva: anche in quel caso la speranza biblica non è ottimismo psicologico né proiezione di un desiderio, ma struttura fondamentale dell’esistenza umana in quanto orientata verso un compimento non ancora posseduto e tuttavia già in qualche modo garantito dalla fedeltà di chi promette, non dalla forza di volontà di chi spera.
Rilevanza giovanile.
Gli adolescenti di oggi abitano spesso un presente dilatato e un futuro percepito più come minaccia che come promessa, eredi come sono di crisi ambientali, economiche e relazionali di cui non hanno scelto i termini, e che talora sembrano rendere ragionevole solo la rassegnazione o, all’opposto, un’illusione di controllo totale da esercitare fin da subito, senza margine per l’attesa. La speranza biblica, radicata non nell’ottimismo delle circostanze – che dopo un diluvio avrebbero ogni ragione per apparire disperate – ma nella fedeltà di un Altro che pone un segno visibile nel cielo, offre una via diversa sia dalla rassegnazione sia dall’illusione di poter garantire da soli il proprio futuro. E offre soprattutto un’immagine bella, concreta, non astratta: non un concetto di speranza da spiegare, ma un arcobaleno che chiunque, credente o no, ha già visto almeno una volta nella vita, e che può diventare, per chi impara a guardarlo così, il segno di una promessa più grande di ogni tempesta.
Traccia educativa.
Educare alla speranza significa mostrare concretamente, attraverso storie e testimonianze verificabili nella vita reale e non solo enunciate a parole, che si può camminare verso una terra non ancora vista senza che questo sia ingenuità, ma anzi la forma più matura del coraggio: quella di chi accetta di non controllare tutto il cammino, fidandosi di un segno che resta anche quando la tempesta ritorna. Significa anche restituire ai giovani la capacità di leggere nei segni ordinari del mondo – non solo in eventi eccezionali – le tracce di una fedeltà che li precede e li sostiene, così come Noè impara a leggere nell’arcobaleno, fenomeno naturale fra i tanti, il segno di un’alleanza che nessuna tempesta futura potrà cancellare.
1. Approfondimento esegetico
Il contesto narrativo
Il racconto del diluvio, che occupa i capitoli sei-nove della Genesi, narra come la violenza dilagata sulla terra spinga Dio a un giudizio che sembra annientare ogni cosa, salvando solo Noè, la sua famiglia e una coppia di ogni specie vivente, imbarcati nell’arca. È una narrazione dura, che l’educatore non deve edulcorare né minimizzare: il testo biblico non nasconde la portata distruttiva dell’evento. Ma proprio al termine di questo racconto si trova uno dei passaggi più delicati e spesso trascurati dell’intera vicenda: dopo che le acque si sono ritirate, Noè costruisce un altare e offre un sacrificio, e il testo registra una decisione interiore di Dio, espressa con un’intensità quasi inattesa: «Il Signore ne odorò la soave fragranza e disse in cuor suo: “Non maledirò più il suolo a causa dell’uomo, perché ogni intento del cuore umano è incline al male fin dalla adolescenza; né più colpirò ogni essere vivente come ho fatto”» (Genesi 8,21). È un Dio che sceglie di legarsi a un’umanità di cui conosce già, senza illusioni, la fragilità.
Il segno posto fra le nubi
È in questo contesto che si colloca la promessa che chiude il racconto: «Questo è il segno dell’alleanza, che io pongo tra me e voi e ogni essere vivente che è con voi, per tutte le generazioni future. Pongo il mio arco sulle nubi, perché sia il segno dell’alleanza tra me e la terra» (Genesi 9,12-13). Un dettaglio filologico, prezioso per l’educatore da condividere con i ragazzi più grandi: il termine ebraico qesheth, che qui indica l’arco nel cielo, è lo stesso usato altrove nella Bibbia per indicare l’arco da guerra, l’arma del combattente. Molti commentatori hanno colto in questa scelta lessicale un’immagine potente: Dio “appende” il proprio arco di guerra fra le nubi, come un guerriero che depone l’arma e la rivolge verso il cielo anziché verso la terra, in segno che la stagione del giudizio violento è ormai alle spalle.
Un’alleanza senza precedenti per ampiezza
Ciò che distingue questa alleanza da tutte le altre incontrate nel nostro itinerario è la sua destinazione universale: non è rivolta a un singolo patriarca, né a un solo popolo, ma «tra me e voi e ogni essere vivente» (Genesi 9,12), esplicitamente estesa «per tutte le generazioni future». Non è richiesto, inoltre, alcun gesto umano che la rinnovi o la mantenga in vita: a differenza della circoncisione richiesta ad Abramo, qui il segno appartiene interamente all’iniziativa divina, e continuerà a comparire nel cielo indipendentemente dalla fedeltà o dall’infedeltà degli uomini. È un’alleanza, in altre parole, che non dipende dalla tenuta della parte umana per restare valida.
Un richiamo neotestamentario
La seconda Lettera di Pietro riprende l’immagine del diluvio per parlare del giudizio finale e del cielo nuovo e della terra nuova, mostrando come la memoria di Noè continui ad alimentare, fino agli ultimi testi del Nuovo Testamento, la riflessione cristiana sul rapporto fra giudizio e promessa, fra la fragilità del creato e la fedeltà che lo sostiene.
2. Ripresa teologico-filosofica ampliata
Il principio speranza: Ernst Bloch
Il filosofo Ernst Bloch ha dedicato la propria opera maggiore a una vasta ricognizione filosofica della speranza umana, indagata attraverso i sogni a occhi aperti, le utopie, le grandi narrazioni religiose e politiche dell’umanità, per mostrare come l’uomo sia strutturalmente orientato verso un “non-ancora” che nessuna condizione presente riesce a esaurire. Bloch, va segnalato con onestà all’educatore, sviluppa questa riflessione in una prospettiva filosofica non religiosa e per molti versi critica verso le religioni storiche; eppure la sua descrizione della speranza come categoria antropologica fondamentale, irriducibile a semplice ottimismo psicologico, offre un contrappunto laico prezioso per far percepire ai ragazzi come il tema della speranza attraversi il pensiero umano ben oltre i confini della fede biblica.
La speranza distinta dall’ottimismo: Josef Pieper
Il filosofo cattolico Josef Pieper, in un breve trattato dedicato alla virtù teologale della speranza, distingue con precisione questa virtù sia dall’ottimismo, che si fonda su una valutazione favorevole delle circostanze presenti, sia dalla pura fiducia in se stessi, che si fonda sulle proprie capacità: la speranza cristiana, per Pieper, si fonda unicamente sulla fedeltà di un Altro, e per questo può sussistere anche quando ogni valutazione oggettiva delle circostanze indurrebbe alla disperazione. Applicata al racconto di Noè, questa distinzione permette di cogliere un dato essenziale: l’arcobaleno non è promesso perché le cose andranno meglio in virtù di qualche progresso umano, ma perché Dio stesso si impegna a non abbandonare la creazione, indipendentemente da come essa si comporterà in futuro.
La differenza fra attesa e speranza
Vale la pena che l’educatore aiuti i ragazzi a distinguere, sul piano concettuale, fra l’attesa di un evento puntuale – che si esaurisce non appena l’evento si verifica o non si verifica – e la speranza fondata su un segno permanente, che continua ad accompagnare l’intera esistenza come possibilità sempre di nuovo accessibile. L’arcobaleno, a differenza per esempio della nascita di un figlio atteso da Abramo, non è un evento che accade una sola volta e poi si conclude: è un segno che si ripresenta, sempre uguale eppure sempre nuovo, ogni volta che il cielo, dopo la tempesta, si rasserena.
3. Sezione psicologico-antropologica
La teoria psicologica della speranza: Charles Snyder
Lo psicologo Charles Snyder ha proposto un modello della speranza oggi ampiamente studiato in psicologia positiva, secondo cui la speranza autentica si compone di due elementi congiunti: la capacità di individuare percorsi concreti verso un obiettivo desiderato, e l’agency, cioè la fiducia motivazionale di poter percorrere quei percorsi. Gli studi condotti secondo questo modello mostrano che un livello elevato di speranza, così intesa, correla con migliori risultati scolastici, migliore capacità di affrontare le difficoltà e maggiore benessere psicologico generale negli adolescenti. È un dato che permette all’educatore di mostrare ai ragazzi come la speranza non sia un vago ottimismo, ma una competenza psicologica allenabile, fatta di percorsi concreti immaginati e di fiducia nella propria capacità di percorrerli.
I “possibili sé” nell’adolescenza
Le psicologhe Hazel Markus e Paula Nurius hanno introdotto il concetto di “possibili sé”, cioè le rappresentazioni che ciascuno costruisce di chi potrebbe diventare in futuro – nella versione sperata quanto in quella temuta – mostrando come questi possibili sé orientino concretamente le scelte e la motivazione presenti, specialmente nell’età adolescenziale, in cui l’identità è ancora in piena
costruzione. Il racconto di Noè, letto in questa chiave, offre un’immagine potente: l’arcobaleno non descrive semplicemente un futuro possibile fra i tanti, ma un futuro garantito da una promessa esterna, capace di sostenere anche il ragazzo che fatica a immaginare per sé un possibile sé positivo affidandosi soltanto alle proprie risorse.
Viktor Frankl e il senso oltre la sofferenza
Lo psichiatra Viktor Frankl, sopravvissuto alla deportazione nei campi di concentramento nazisti, ha fondato sulla propria esperienza estrema una scuola di pensiero secondo cui la ricerca di un senso, anche nelle condizioni più disumane, costituisce la motivazione più profonda dell’esistenza umana, più radicale persino della ricerca del piacere o del potere. La sua testimonianza, offerta con il dovuto rispetto per la gravità storica a cui attinge, permette di mostrare ai ragazzi che la speranza di cui parla questa giornata non è un’ingenuità riservata a chi non ha mai attraversato la prova, ma una possibilità sperimentata anche da chi ha conosciuto la distruzione più totale.
4. Sezione letteraria
Anne Frank, Diario
Il diario tenuto dalla giovane Anne Frank durante la clandestinità ad Amsterdam, prima della deportazione e della morte nel campo di Bergen-Belsen, resta una delle testimonianze più lette al mondo di una speranza mantenuta in circostanze di crescente pericolo e privazione. È un testo che i ragazzi spesso già conoscono, e che l’educatore può richiamare per mostrare come la capacità di continuare a credere nella bontà fondamentale dell’esistenza, pur in mezzo all’orrore incombente, non sia una vaga illusione adolescenziale, ma una possibilità testimoniata da una ragazza della stessa età dei destinatari di questa giornata.
Cormac McCarthy, La strada
Il romanzo, di segno più cupo, racconta il cammino di un padre e di un figlio attraverso un mondo devastato da una catastrofe non meglio precisata, alla ricerca di un sud dove sopravvivere. A differenza del Diario di Anne Frank, qui la speranza non si esprime in dichiarazioni esplicite, ma sopravvive a stento, quasi ridotta all’osso, in piccoli gesti di cura reciproca fra padre e figlio. Proporre questo romanzo accanto al racconto di Noè permette di mostrare ai ragazzi un volto della speranza meno luminoso ma non meno vero: una speranza che non nega la devastazione, ma che, come l’arcobaleno dopo il diluvio, non pretende di cancellare la memoria della catastrofe per potersi affermare.