Lo scrittore Alberto Moravia, che non era certo un monaco, in un articolo nell’estate del 1964, rifletteva: “Per ritrovare una vera fonte di energia bisogna riscoprire il gusto della contemplazione. La contemplazione è la diga che fa risalire l’acqua nel bacino e permette di accumulare di nuovo l’energia interiore di cui l’attivismo ci ha privati”.

Contemplazione nella sua radice latina è una parola composta da cum – templum – actio: il templum è uno squarcio di infinito dove entrare (cum) per trovare la qualità di ogni actio-azione.Nell’antica Roma l’Augure, il sacerdote, con il lituo (scettro) circoscriveva un pezzo di cielo e guardava il volo degli uccelli dentro quel “templum” per comprendere la volontà degli Dei. Da cui, per opposto, il detto di diniego: “non è contemplato”.

Aprire una finestra di spazio mentale e spirituale per discernere il bene e il male, fa considerare gli altri e le situazioni come “rivelativi”: appunto un “templum”. Ci si mette in contemplazione, infatti, di Dio, ma pure di una persona o della natura o di un’opera d’arte. Questo “cum-templum” non può rimanere però senza “azione”: così il proprio “tempo” diventa “tempio”. È una possibilità “da contemplare”, si dice. Rendere tempio il tempo implica (“contempla”) una scelta e prevede (“contempla”) uno stile di consapevolezza interiore.

Nei primi secoli della Chiesa c’erano i Padri del deserto, eremiti che vivevano nel silenzio lontani da tutto e da tutti. Si narra che il Monaco Arsenio pregasse Dio con insistenza per cercare il segreto di una vita sensata, realizzata, completa. Un giorno venne a lui una voce dal cielo: “Arsenio, fuge (fuggi), tace (taci), quiesce (calmati)”.

Fuge! Fuggi! E va’ verso te stesso.

Presi nel vortice delle cose da fare, rischiamo di appiattirci. Contemplare è relativizzare lavoro, attività, impegni, corse.

Rendere tempio il tempo è usare la vacanza per ridarsi il diritto di gustare i legami, recuperandone autenticità, qualità, gusto anche solo cambiando i ritmi soliti. Tace! Silenziati! E lascia parlare te stesso. L’inquinamento acustico è un problema di ecologia: i bip di messaggini, mail, post fanno ammalare i dialoghi. Contemplare è relativizzare l’inondazione del rumore, della rozzezza del linguaggio, della barbarie linguistica. Rendere tempio il tempo è usare la vacanza per ridarsi il diritto delle parole dense, quelle che vanno sussurrate perché delicate, quelle che generano comunione, progetto, senso e speranza (anche quelle dette a se stessi attraverso la lettura di un libro).

Quiesce! Calmati! E metti in carica te stesso. Come trottole rischiamo di girare senza alcuna direzione. Contemplare è relativizzare il proprio ego espanso. Rendere tempio il tempo è usare la vacanza per ridarsi il diritto di lasciare qualche spazio vuoto (“vacante”, appunto), bloccando l’urgente per scegliere l’importante. Gesù ripete a noi oggi: “Venite in disparte, da soli, in un luogo deserto e riposatevi un po’!”.

Fuge! Tace! Quiesce! Fuge! Fuggi! E va’ verso te stesso. Tace! Silenziati! E lascia parlare te stesso. Quiesce! Calmati! E metti in carica te stesso. Le vacanze sono proprio “da contemplare” per ritagliarci un pezzo di cielo, per far risalire i livelli, per accumulare quell’energia di cui l’attivismo ci ha privati.

Don Giulio Dellavite