L’articolo propone una riflessione teologica e antropologica sulla struttura della persona umana, sulla sua apertura agli altri e sulla sua destinazione alla comunione con Dio-Trinità.
Il mistero della persona umana è inseparabile dalla domanda sul senso della vita, sulla sua origine e sul suo destino ultimo. L’uomo non è soltanto un essere vivente tra gli altri, ma una realtà complessa, capace di interrogarsi su se stessa, di entrare in relazione con gli altri, di trasformare il mondo e di aprirsi alla trascendenza. Le domande «Chi sono?», «Da dove vengo?» e «Verso quale meta è orientata la mia esistenza?» appartengono pertanto alla struttura più profonda della coscienza umana.
Alla luce della fede cristiana, tali interrogativi trovano il loro orizzonte nel mistero di Dio. Creato a immagine e somiglianza divina, l’essere umano porta dentro di sé un desiderio di pienezza che nessuna realtà limitata può soddisfare completamente. La sua corporeità, la sua vita interiore, la sua libertà e la sua capacità di amare non costituiscono dimensioni separate, ma formano un’unità personale chiamata a maturare attraverso l’incontro con gli altri, con il creato e con Dio.
Il presente articolo intende approfondire questa vocazione fondamentale dell’uomo. Esaminando la sua costituzione corporea, psichica e spirituale, la sua natura relazionale e la sua apertura all’Infinito, mostra come la persona possa comprendere pienamente se stessa soltanto ponendosi di fronte al mistero del Dio-Trinità. In questa prospettiva, l’esistenza umana appare come un cammino che ha origine in Dio, si sviluppa nella comunione e nella responsabilità verso gli altri e trova il proprio compimento nella partecipazione alla vita divina.

Il mistero della persona umana
di fronte al mistero di Dio
P. Carmelo Casile
La vita di ogni uomo è nello stesso tempo un fatto semplice e complesso: vivere è il fatto più semplice, il fatto più evidente nell’essere umano; ma nello stesso tempo vivere è un problema, che suscita molte questioni inquietanti.
- Quale è la costituzione intima dell’essere dell’uomo?
- Quale è la “struttura e orientamento” del suo essere?
- Da quali radicali esigenze è mosso?
- Per quali finalità ultime è strutturalmente destinato”?
- In fine, chi sono io?, chi siamo noi?
- Perché esistono le realtà terrene?
- Che origine e che senso ultimo possono avere?
- Che senso hanno la vita umana e le realtà terrene (= la storia) di fronte a Dio e per Dio?
Sono domande legittime che ogni uomo e ogni generazione di uomini si pongono; già nell’Antico Testamento, il Salmista si domandava e nello stesso tempo esclamava pieno di meraviglia: «Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi?». (Sl 8).
Queste domande ci obbligano a entrare in noi stessi e ad ascoltare i veri bisogni esistenziali, che nascono dalla struttura del nostro essere e dalle profondità della coscienza.
Se ci chiudiamo davanti a questa riflessione e davanti a questa presa di coscienza, ogni uomo si trasformerà in un «dio», la terra si riempirà di «dèi» e l’uomo consumato dalla follia di credersi «dio», avrà le sue leggi, la sua terra, il suo impero, e ciò dà origine alla morte dell’ «altro», cioè dell’uomo per mano dell’uomo.
Se riflettiamo sulle vere necessità esistenziali dell’uomo, se ascoltiamo le voci che nascono dal profondo della nostra coscienza, scopriremo che esiste nel nostro stesso essere un orientamento personale verso l’unione con Dio, che la nostra fede cattolica ci dice che è un Dio-Trinità.
Fin da ora possiamo prevedere che se Dio-Trinità arriva ad abitare in noi, come sappiamo dalla Rivelazione, in un certa misura deve pre-esistere un orientamento profondo del nostro essere verso la divinità, come conseguenza della sua stessa struttura.
Da qui possiamo capire la ribellione dell’uomo, cioè il rifiuto della sua disperata solitudine, la ricerca di un terreno sotto i suoi piedi, di una compagnia, perché il vuoto e la solitudine gli sono impossibili, insopportabili, perché alla fine nessuno vuole morire solo. Questa terra solida o terra promessa, questa compagnia che l’uomo coscientemente o incoscientemente cerca è solo Dio.
E Dio si apre il cammino nella vita dell’uomo attraverso la struttura del suo essere, della sua coscienza e della sua fede.
1. Struttura e situazione fondamentale dell’uomo
1.1. Livelli della persona: tripartizione o trilogia dell’uomo
Si sa che mediante l’elettrolisi, l’acqua si scompone in idrogeno e ossigeno. Dopo possono combinarsi ambo gli elementi e ottenere nuovamente acqua. Così anche l’uomo, secondo Platone, si forma mediante l’unione di due sostanze totalmente indipendenti, il corpo e l’anima, che tornano a separarsi quando arriva la morte. Fino a questo momento il corpo costituisce un pesante fardello per l’anima.
La Bibbia non considera l’uomo come una somma di corpo e anima e meno ancora che l’anima sia stata castigata a vivere nel corpo; nella Bibbia l’uomo è un essere unificato e coincide con il pensiero antropologico moderno, il quale parla di anima e di corpo, ma senza intendere questi termini in un senso dualista, cioè come due realtà opposte. Sia l’anima come il corpo indicano tutto l’uomo, ma sotto un determinato aspetto. «Il corpo» esprime che la persona umana è anche realmente organismo vivo, che realizza la sua esistenza a partire dall’organismo, rivestendolo di significato umano. Il termine «anima» indica tutto l’uomo nello stesso tempo che, realizzandosi nel corpo, non si identifica con esso. In effetti, il Concilio Vat. II, quando tratta della costituzione dell’uomo, afferma che, essendo «unità di anima e di corpo, l’uomo sintetizza in sé, per la stessa sua condizione corporale, gli elementi del mondo materiale, così che questi attraverso di lui toccano il loro vertice e prendono voce per lodare in libertà il Creatore. Non è lecito dunque disprezzare la vita corporale dell’uomo» (GS 14a).
Per questo afferma ancora il Concilio che «si tratta di salvare l’uomo (…) considerato nella sua unità e nella sua totalità, corpo e anima, l’uomo cuore e coscienza, pensiero e volontà» (GS 3a).
Per tanto, l’uomo è originariamente uno e non è composto dalla somma dei suoi elementi, ma può essere visto sotto una duplice prospettiva (biologica e spirituale), giacché queste due realtà sono presenti con le loro caratteristiche nell’essere che è l’uomo.
Nella Bibbia appare ancora una terza realtà, che viene segnalata dicendo che l’uomo ha anche ruah (= vento, spirito), inteso quasi sempre come forza vitale di Dio sull’uomo (cfr. Is 42,5; Ez 37,6; Sl 104, 30). San Gregorio Nazianzeno osa dire che l’uomo riceve «uno zampillo di divinità». E il Concilio Vat. II afferma che l’uomo porta in sé «un germe di eternità», che è irriducibile alla sola materia e che si ribella contro la morte (GS 18a).
San Paolo ci offre un brano nel quale ci dà una sintesi molto preziosa riguardo alla struttura dell’essere umano:
«23 Il Dio della pace vi santifichi interamente, e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo».
Per tanto, ogni persona vive la sua esistenza a tre livelli, ciascuno distinto dall’altro, ma in una costante tensione verso la integrazione o unificazione di questi livelli, anche se rimangono sempre distinti. Questa unificazione si va realizzando in un punto centrale della persona, che è il «cuore»:
Livello corporale (= Corpo): abbraccia il settore fisico-biologico e le sensazioni percepite mediante i sensi. L’uomo, per tanto, è un essere fatto di corpo, di analoga sostanza degli esseri inerti, delle piante e degli animali.
Livello affettivo – emozionale (Psiche, Anima = principio della vita animale = stato d’animo): abbraccia il mondo della sensibilità: emozioni, inclinazioni, affetti, sentimenti, passioni, ecc. La psiche umana, per tanto, risulta forgiata nel duplice ingranaggio dei desideri o delle passioni, come l’amore e l’odio.
Livello mentale (= Spirito = Anima): abbraccia la nostra mente superiore, caratterizzata dall’intelligenza e dalla volontà. Lo spirito è ciò che caratterizza l’uomo in quanto tale e non esclude corpo e psiche, ma li integra e/o è condizionato da essi. «Lo spirito è di natura divina e per l’ebraismo e il cristianesimo è il Logos o la Parola divina. Mediante lo spirito l’uomo può assomigliarsi nelle sue opere al Verbo divino, cioè ha la capacità di ricreare con la fantasia altri universi di creature, che si trasformano in tipi o archetipi dell’umano, in creazioni dello spirito che costituiscono il paradigma generico dell’umano (per es. don Quijote, ecc» (Ismael Diego Perez).
Centro personale (= Cuore = Ego fontale): è il centro della persona, dove pensiero e volontà si unificano e sono all’origine della nostra tensione ideale («Io profondo, «Io autentico», «Io grande», «Io ideale») e della nostra attività pratica (= amore oblativo). Il cuore è la punta più fine della intelligenza e della volontà e costituisce il simbolo e il luogo privilegiato della presenza del divino nell’uomo; indica ciò che nell’uomo lo fa capace di ascoltare Dio; indica la sfera dell’influsso di Dio. Così il cuore costituisce l’unità inscindibile della persona verso la quale confluisce la molteplicità delle esperienze dei distinti livelli dell’esistenza umana; è la persona in quanto fonte delle proprie azioni, che riflette, che prende l’iniziativa e che giudica su tutto.
Questa visione globale della persona ci porta ad alcune conclusioni e a scoprire alcune leggi che presiedono il cammino della vita.
Livello ambientale: l’uomo è situato
L’uomo – essere fatto di corpo, psiche e spirito, che lo rende «io personale» – è un essere situato. Quando nasciamo siamo circondati da circostanze, o da luoghi nel nostro intorno, per questo l’uomo è il suo «io e le sue circostanze», allo stesso modo che gli altri esseri viventi, la pianta o l’animale. L’uomo è inserito e circoscritto nelle sue circostanze, ma può trascenderle, in virtù della fiamma o del fuoco del suo spirito. Per questo la circostanza si converte in una opportunità di crescita, di superamento personale e/o collettiva. Certamente sull’uomo pesano le circostanze, ma l’uomo può trascenderle e, per tanto, cresce non nonostante esse ma mediante esse, passando a una situazione di maggior perfezione, da limitazioni a mete di progressivo superamento.
I condizionamenti
L’uomo situato è anche condizionato. I condizionamenti sono una realtà della vita. Il mondo materiale (eredità biologica, ambiente), ci condiziona, ma non ci determina; non importa ciò che si porta con sé dalla nascita, ma l’uso che si fa delle facoltà dell’uomo. La vita è un compito costante, un’ipotesi di lavoro che dobbiamo perfezionare nella pratica di ogni giorno (Adler).
Livello sociale: l’uomo è un «essere-in-relazione»
La socialità dell’uomo è una conseguenza del suo essere situato. In effetti, la radice dell’esistenza umana corporale-spirituale non si trova nello stesso uomo o in una forza e capacità sua; la radice dell’essere umano è «il nulla», cioè la pura possibilità di esistere. Ogni uomo è parte di questa possibilità pura, un «nulla», sul quale Dio rovescia il suo Amore e lo porta all’esistenza. Per questo l’essere umano, per sussistere, non può chiudersi o appoggiarsi in se stesso ma deve essere aperto a qualcosa che, nello stesso tempo che è presente in lui, è «al di là» di lui, cioè lo trascende. La stessa necessità di luce, di ossigeno, di alimentazione, di amicizia, di amore, di giustizia, ecc, è una manifestazione di questa struttura relazionale che caratterizza l’essere umano e che nasce dal suo essere «creato» e situato.
Per tanto, l’essere umano è un essere dinamico, una capacità in continua tensione verso un «auto-superarsi» e un avido «aggrapparsi all’altro» in vista di «essere di più». Così si fa «debitore» e «datore» verso tutto e verso tutti coloro che lo circondano. E la sua crescita è proporzionale alla sua capacità di relazionarsi con l’altro in un continuo apprendimento di dare e ricevere: «È uomo solo chi dà la mano all’uomo» (L. G. Garvajal). L’uomo si fa uomo nella misura in cui si converte in «uomo-per-gli altri». Allo stesso modo il processo di crescita spirituale e morale dell’uomo è un «passare» dalla solitudine alla compagnia, dalla indifesa individuale alla protezione della società, dal vivere al con-vivere, dal vincere al con-vincere, dal monologo al dialogo, dal chiedere al dare, dall’«io» al «noi».
Tappe della vita e crescita personale
Non è il tempo che passa, ma è l’essere umano colui che passa con il tempo. Perciò, la perfezione umana è qualitativamente distinta, non solo per ogni persona, ma per ogni opportunità e per ogni tempo.
C’è opportunità per il bambino, con gli occhi aperti alla realtà del mondo: le sue cellule e tessuti, il suo metabolismo organico sono sempre in combinazione di crescita e il suo istinto primario lo porta alla trasformazione o al superamento costanti.
C’è opportunità per il giovane, con il suo entusiasmo e le sue aspirazioni: il giovane vive in progetto o in aspirazione permanente. L’uomo che non sfrutta la giovinezza, perde la vita.
C’è opportunità nell’uomo maturo, che prende coscienza del senso del possibile e del fatto che nella vita tutto è questione di pazienza.
C’è opportunità nell’anziano o accettazione e fedeltà del passato vissuto: l’uomo senza passato interessante e pieno di esperienza, ha al termine della sua vita una sensazione di vuoto intollerabile (Ismael Diego Pérez).
Culmine dei livelli costitutivi della persona: l’esperienza di Dio
Al di là della struttura corporeo – spirituale situata in un ambito concreto e aperto al cosmo, c’è nell’uomo una forza divina, che agisce nel suo cuore, cioè nel suo «io personale», allo stesso modo dell’impulso di vita nel seme germinante. Infatti, gli atti immanenti dell’intelligenza e della volontà – la riflessione e il volere – tendono a una realizzazione trascendente, che si comprende e si giustifica per mezzo della Rivelazione Divina: l’uomo è creatura fatta a immagine del Creatore.
Per tanto, nell’uomo la sua natura spirituale è come una scintilla divina, e la sua missione è impegnarsi per scoprire questa natura divina, che è immanente e trascendente a lui e, a partire dalla comunione con essa, raggiungere l’armonia della propria natura con l’armonia universale.
L’uomo trova la sua immagine di Dio come in uno specchio, nell’intimità del suo cuore, cioè dell’uomo interiore o nell’ «uomo nascosto nel cuore» (1Pt 3,4). Quando l’uomo penetra in se stesso, scopre in sé la presenza della divinità, che diviene sempre più luminosità per mezzo della luce soprannaturale dello Spirito Santo.
Così i livelli della persona umana convergono e trovano il loro culmine in questo avvenimento centrale mediante l’esperienza di Dio, dalla quale la vita riceve il suo senso ultimo. Si tratta di un’esperienza alla portata di tutti, giacché, di fronte all’esperienza di Dio, il dotto e il povero si trovano allo stesso livello, dato che, attraverso la fedeltà alla vita e la ricerca del suo senso, trovano nella profondità e nella fede del loro cuore non idee brillanti, ma la presenza di Dio. In effetti, la semplice fedeltà alla vita, l’esperienza della vita, è sufficiente per mettere l’uomo davanti al mistero di Dio, che riempie l’universo e «sgorga» come una sorgente dal suo stesso cuore.
Sensibilità, affettività sviluppata, senso delle relazioni, amore all’uomo, percezione della storia e ricerca del suo senso, tutta la capacità umana di desiderare e di trovare: tutte queste cose dispongono la persona a scoprire e a sintonizzarsi con il Totalmente Altro e Creatore di tutto, che fa partecipare alla sua bontà le sue creature e diffonde la sua bellezza nell’universo.
In questo cammino verso l’esperienza profonda di Dio, la preghiera «è il tempo dell’incarnazione di Dio in noi», il tempo dell’incontro da Essere a essere, da Creatore a creatura.
La fede cattolica ci rivela che il Dio che si incarna in noi è il Dio-Trinità, perché Dio nella sua eternità è Padre, Figlio e Spirito Santo: il Figlio ci è stato inviato dal Padre e si fece uomo, divinizzando così il nostro essere di uomo nel suo mediante l’effusione dello Spirito Santo sull’umanità: Spirito del Padre e del Figlio, unione di tutti e due e da tutti e due inviato.
1.2. Prima constatazione:
– Tu sei un essere che ha avuto origine dal «nulla»
Il fondamento, la radice della mia esistenza umana corporea – spirituale non si trova in me stesso o in una forza e capacità mia: la radice del mio essere è «il nulla»: sono stato creato «dal nulla».
Con questa espressione si afferma che «all’inizio di tutto, il via iniziale è in Dio». Questo momento in cui si passò dal non esistere niente di ciò che vediamo al primo esistere delle cose, è ciò che chiamiamo “creazione”, idea che ha una peculiarità molto precisa, che la distingue dalle similari “produzione” o “costruzione”.
È un fare completamente nuovo e originale, un partire da zero, in cui non si presuppone niente di preesistente, se non lo stesso Creatore. Non c’è materia previa o prima, non ci sono strumenti, esiste solo la pura possibilità. Su questa possibilità si rovescia l’atto amoroso di Dio che decide far venire alla luce questo mondo» (Libro Básico del Creyente…, p. 53).
Io sono forte di questa possibilità pura, «un nulla» sul quale Dio rovesciò il suo amore e mi trasse all’esistenza: «Io sono grazie ad una Altro che mi fa essere» (Luis Evely).
Per tanto, il mio desiderio di autonomia assoluta, di autosufficienza e di auto glorificazione, di ascensione e successo individuale, identificandomi con l’eroe o il super uomo …, che mi attrae coscientemente o incoscientemente, non ha consistenza: io, da me stesso, sono un «non-essere».
Un esistenzialismo equilibrato si armonizza perfettamente con la dottrina biblica sulla creazione:
Dio è il trascendente, cioè è differente dal mondo ed è al di sopra di esso: esclusione del panteismo, che è la dottrina della identificazione o confusione tra Dio e il mondo.
Non c’è materia preesistente: Dio con la sola sua Parola, con la sola sua volontà, ha fatto tutto: non esistono altri dèi.
Dio è al di sopra di tutto, e tutto ciò che esiste fuori di Dio – tutta la creazione – esiste per pura volontà di Dio e, per tanto, è buono: è escluso il dualismo tra il bene e il male: non c’è nulla che è male nella creazione, eccetto il cattivo uso della libertà da parte delle creature intelligenti e libere.
Dio è un essere personale in relazione con l’uomo; Dio non è un principio astratto e assoluto o una forza cosmica neutra, ma Dio “crea” per sua libera volontà, perché ama. Gesù di Nazaret è la manifestazione personale perfetta di Dio per noi.
Dio, anche se è «creatore», non è un rivale dell’uomo, venuto «dal nulla», ma fondamento delle reali possibilità dell’uomo, di tutto ciò che sia autenticamente umanizzante.
Mediante la creazione, Dio si fa debole davanti «al nulla» che è l’uomo. Il padre del figlio prodigo, perché lo ama, non lo può forzare. Al crearci amorosamente, in qualche modo Dio si è messo nelle nostre mani; e noi, che viviamo nel carcere del nostro «nulla» (cfr 1Cor 4,7; Gal 6,3; Rom 12,3.16), se vogliamo, possiamo frustare Dio, deluderlo. Ciò avviene con il peccato. L’uomo può abbandonare Dio, ma Dio non abbandona l’uomo. Creare è amare la creatura per se stessa; perché Dio non crea per impossessarsi di qualcuno, ma solo per dare, per condividere e per aspettare. Dio aspetta, ci aspetta. Dio ha fede nel «nulla» che siamo noi, spera in noi perché ci ama. (cfr. Creer el Credo, J. Vives, p. 56-59).
1.3. Seconda costatazione:
– Tu sei un essere aperto alla trascendenza, al superamento di te stesso
È la conseguenza logica della prima costatazione. Se alla radice del mio essere c’è «il nulla», allora il mio essere non può essere chiuso in se stesso, non può appoggiarsi su se tesso per sussistere, ma deve essere aperto a qualcosa che, nello stesso tempo che è presente in lui, è «al di là» di lui, cioè lo trascende.
La stessa necessità della luce, dell’ossigeno, del cibo, dell’amicizia, della stima, dell’amore, della verità, della giustizia, ecc., sono una manifestazione di questa esigenza fondamentale di apertura e trascendenza, che caratterizzano l’essere umano.
Per tanto, il nostro «nulla» è un essere dinamico, una capacità in continua estensione, cioè in continua tensione verso un «auto-superarsi» e una «avido aggrapparsi all’altro» in vista a «essere di più». Se si chiude nella sua autonomia, trasformando il suo «puro nulla» in un «nulla superbo», allora finisce per morire per asfissia. L’essere umano, infatti, è debitore verso tutto ciò che lo circonda, «dipende da tutto». La dipendenza è precisamente la radice della sua esistenza: costituisce la sua grandezza. Vivere è, quindi, dipendere. La crescita del mio essere è proporzionale, corrispondente alla mia apertura all’altro, al differente da me, alla mia capacità di relazionarmi con l’altro.
L’uomo, in quanto essere corporeo – spirituale, tratto dal «nulla» è un essere in relazione, che vive legato agli altri uomini e alla creazione ( = cosmo), come suggerisce lo stesso linguaggio biblico: ‘ādām = uomo, ‘adamah = terra. Perciò, l’uomo trascinò la creazione nella sua caduta e la trascinerà nella salvezza.
Allora la morte non è per la Bibbia come per Platone la separazione dell’anima e del corpo, ma la rottura delle relazioni che costituiscono l’uomo (cfr. Sl 88, 6-13).
Per tanto, la riflessione sull’essere umano e la dottrina biblica della creazione, ci portano alla concludere: è uomo solo chi dà la mano all’uomo. L’uomo si fa uomo nella misura in cui – come Cristo – si fa «uomo per gli altri» (Bonhöeffer): «Chi non è cristiano è il tipo che mai dà la mano. Poco importa ciò che faccia poi con questa mano» (Peguy).
Se un giorno volessi o dovessi vivere assolutamente solo, semplicemente lasceresti di vivere (Cfr. Esta es nuestra fe, L. Gonzales-Carvajal, pp. 117-119).
1.4. Terza costatazione
– Tu sei un essere che si trascende infinitamente, cioè, è aperto, dipende e tende verso l’Infinito
Non è qualunque dipendenza che soddisfa l’essere umano: solo la dipendenza dall’Infinito.
Il vero auto-superrarsi, la vera trascendenza, esigono la «diversità», l’ «alterità», il «differente»: quanto più l’altro con il quale ti relazioni e dal quale dipendi è differente da te ed sta «al di là» della tua situazione esistenziale, tanto maggiore e vera risulta la tua crescita, il tuo «essere di più», la tua grandezza.
Non sarebbe un vero auto-superarsi, un’autentica auto trascendenza, ma una tragica illusione, se l’uomo fosse proiettato verso qualcosa che sta fuori di lui (= gli altri e il cosmo), ma non verso un «al di là» di se stesso, un più in là del livello e dei limiti del mondo creato. La sua crescita, il suo «essere di più», sarebbe apparente e porterebbe alla disperazione, all’angoscia esistenziale, giacché l’apertura sfocerebbe, praticamente, in un vicolo cieco: la morte, cioè l’ultima parola sull’uomo e sulla storia.
Per tanto, la tua aspirazione a crescere, a «essere di più», è immensa, quando sai che l’ «altro» dal quale ricevi l’esistenza e verso il quale tendi, è l’ «Altro Assoluto», l’Infinito, la Pienezza dell’Essere, Dio-Trinità.
È uomo solo chi accetta di stare nelle mani di Dio, giacché l’uomo, nel suo centro personale, in quanto cuore, animato da «un zampillo di divinità» (= ruah), è orientato radicalmente verso Dio, è chiamato dal Dio personale a una comunione di vita e di azione con Lui. Da qui nasce l’espressione «camminare davanti a Dio», che la Bibbia ripete costantemente: Gen 17,1; 24,40; 48,15; 1Sam 2,35; 2Re 20,3; Is 38,3; Mal 2,6; Sl 56,14 …..
Questo «camminare davanti a Dio», lasciandosi condurre da lui in totale obbedienza, porta l’uomo alla sua perfezione, che sarà la sua totale libertà, la sua felicità e salvezza definitive, nella comunione con il Padre (cfr. Esta es nuestra fe, p 117 y 119)
(continua)