1. «Vai»
Lekh lekha – Genesi 12,1

Il racconto.

C’è un uomo, nel racconto della Genesi, di cui fino a quel momento non sappiamo quasi nulla: si chiama Abram, ha settantacinque anni, appartiene a una famiglia che si è già messa in cammino una volta, lasciando Ur dei Caldei per fermarsi a Carran. È in questa sosta, in questa vita ormai assestata, che irrompe una voce: «Il Signore disse ad Abram: “Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò”» (Genesi 12,1). Non è dato sapere come questa voce si sia fatta udire, né se Abram l’abbia riconosciuta subito come diversa da un pensiero suo. Il testo non si sofferma sulla fenomenologia dell’ascolto, ma sulla sua conseguenza: al versetto seguente si narra semplicemente che Abram partì, così come gli era stato ordinato. Fra la parola e la partenza non c’è spazio per un dialogo, per una trattativa, per la richiesta di garanzie: c’è soltanto l’obbedienza di chi si fida di una voce di cui, in fondo, non sa ancora nulla se non che lo ha chiamato per nome, anzi lo ha chiamato senza nemmeno bisogno di pronunciarlo, come chi si rivolge a un tu prima ancora di conoscerne l’identità.

Ripresa teologico-filosofica.

La formula ebraica lekh lekha, che l’italiano rende con “vàttene”, contiene una sfumatura che la sola traduzione non riesce a restituire pienamente: quel lekha, “per te” o “verso te stesso”, accostato all’imperativo di movimento, lascia intendere che il cammino comandato non sia soltanto un trasferimento geografico, ma un andare verso la propria identità più vera, che ancora non è posseduta ma solo promessa. Questo racconto rivela, con una precisione che nessuna successiva elaborazione dottrinale supererà, che l’identità umana non si costruisce anzitutto per autoposizione, cioè per un atto con cui il soggetto decide da sé chi vuole essere, ma nasce come risposta a una parola che lo precede e lo eccede. L’uomo diventa se stesso non ripiegandosi su di sé in un esercizio di introspezione, per quanto raffinato, ma lasciandosi de-centrare da una voce che lo chiama fuori dalla casa già conosciuta, verso un luogo che ancora non gli è stato mostrato. Si può qui, con la dovuta cautela storica, richiamare la fenomenologia della chiamata elaborata nel Novecento da Emmanuel Lévinas, per il quale il soggetto si costituisce non a partire da sé, ma a partire dalla responsabilità che una voce altra gli affida: non per sovrapporre indebitamente questa categoria al testo biblico, che la precede di millenni, ma per riconoscere come il testo biblico custodisca già, in forma narrativa, un’intuizione che la riflessione filosofica ritroverà molto più tardi per altra via.

Rilevanza giovanile.

C’è, in ogni adolescenza degna di questo nome, una casa di Carran da cui prima o poi occorre partire: non necessariamente una casa fisica, ma l’insieme rassicurante delle definizioni ricevute dall’infanzia, delle aspettative della famiglia, delle etichette con cui compagni e insegnanti hanno già catalogato un ragazzo o una ragazza molto prima che egli stesso abbia potuto scegliere chi essere. E c’è, in ogni adolescenza, il tentativo di rispondere a questa condizione con una delle due vie che la cultura contemporanea offre più facilmente: l’autocostruzione ansiosa, che pretende di fabbricarsi un’identità a colpi di scelte, di immagini pubblicate, di performance da esibire, come se il sé fosse un prodotto da lanciare sul mercato dell’attenzione altrui; oppure l’adeguamento passivo, che rinuncia a partire e si accontenta di restare dentro i confini già tracciati da altri, per paura del deserto che si apre oltre la porta di casa. Il racconto di Abram apre una terza via, meno rassicurante ma più vera: l’identità non come prodotto da fabbricare né come eredità da subire, ma come vocazione, cioè come compito ricevuto da una voce che chiama per nome, e insieme personalmente assunto nel gesto concreto della partenza. L’adolescente che si sente chiamato – da un talento che comincia a riconoscere, da un incontro che lo interroga, da un’inquietudine che non sa ancora nominare – sta vivendo, senza saperlo, la stessa scena di Abram davanti alla tenda di Carran.

Traccia educativa.

Educare alla parola «Vai» significa anzitutto aiutare i giovani a distinguere fra le voci che semplicemente li reclutano – le mode, gli algoritmi che promettono personalizzazione e in realtà uniformano, le pressioni sottili del gruppo – e la voce che li fa nascere a se stessi, restituendo loro un nome proprio invece di un ruolo anonimo da recitare. Significa anche, e non meno importante, testimoniare che ogni vera partenza comporta una perdita reale, non semplicemente simbolica: Abram lascia davvero la sua terra, la sua parentela, la casa di suo padre, e il testo non nasconde questo prezzo dietro facili consolazioni. Un cammino educativo onesto non promette ai ragazzi che la fedeltà a una chiamata sarà indolore, ma li accompagna a riconoscere che senza quella perdita non si dà nascita a una identità che sia davvero propria.


1. Approfondimento esegetico

Il contesto narrativo
Il capitolo dodicesimo della Genesi non apre un racconto isolato, ma riprende un filo già annodato nel capitolo precedente: la famiglia di Terach, padre di Abram, aveva già lasciato Ur dei Caldei per dirigersi verso Canaan, fermandosi però a metà strada, a Carran (Genesi 11,31). C’è dunque, prima della chiamata che qui ci occupa, una prima partenza incompiuta, una sosta prolungata in un luogo che non era la meta ma che era diventato, con il tempo, una casa sufficientemente comoda da non far più sentire l’urgenza di ripartire. È in questa situazione di stallo – non di totale immobilità, ma di un movimento arrestato a metà – che la parola di Dio raggiunge Abram: non lo chiama dal nulla, ma lo richiama a completare un cammino che la sua stessa famiglia aveva già intrapreso e poi abbandonato.

L’analisi della formula
L’espressione ebraica lekh lekha, che la CEI 2008 traduce con «Vàttene», è costruita in modo
grammaticalmente ridondante rispetto al semplice imperativo di moto: al verbo halakh (andare) si aggiunge il pronome riflessivo lekha, “per te” o “verso te stesso”. Questa costruzione ricorre nella Genesi in un solo altro passaggio, ben più drammatico: quando Dio ordina ad Abramo di offrire Isacco «sul monte che io ti indicherò» (Genesi 22,2), usando esattamente la stessa formula lekh lekha. Il parallelo testuale, che i commentatori ebraici hanno notato da secoli, lega le due chiamate – quella della partenza e quella del sacrificio – come i due estremi di un unico arco di fede: all’inizio della vita di Abramo e quasi al suo culmine, la stessa parola esige lo stesso movimento di uscita da sé.

I collegamenti canonici
Il Nuovo Testamento rilegge questo episodio in almeno due luoghi decisivi, che è utile conoscere per non isolare Genesi 12 dal resto della rivelazione biblica. La Lettera agli Ebrei presenta Abramo come il paradigma della fede intesa come fondamento di ciò che si spera: egli partì, dice il testo, senza sapere dove andava (cfr. Ebrei 11,8). Paolo, nella Lettera ai Romani e in quella ai Galati, riprende invece Genesi 15,6 più che Genesi 12,1 per fondare la propria dottrina della giustificazione per fede, ma lo fa presupponendo l’intero arco della vicenda di Abramo, chiamata compresa: la fede che giustifica non è un’adesione intellettuale a una proposizione, ma la stessa disponibilità a partire che il patriarca ha mostrato rispondendo a «Vai».

Uno sguardo alla tradizione ebraica
Senza addentrarsi in una trattazione tecnica del midrash, che esula dagli scopi di questo sussidio, vale la pena segnalare all’educatore che la tradizione rabbinica ha letto a lungo questo episodio insieme al racconto, narrato solo più tardi nella storia dell’interpretazione e non nel testo biblico canonico, della rottura degli idoli nella bottega del padre di Abramo: una leggenda che, pur non facendo parte della Scrittura, testimonia quanto profondamente gli interpreti ebraici abbiano sentito che la chiamata di Abramo comportasse una rottura reale con l’ambiente religioso di provenienza, e non un semplice trasferimento geografico. Questo elemento può essere richiamato dall’educatore come suggestione culturale, con la dovuta chiarezza che si tratta di tradizione posteriore e non di testo biblico.

2. Ripresa teologico-filosofica ampliata

La chiamata come struttura del soggetto
Il filosofo lituano-francese Emmanuel Lévinas ha dedicato una parte rilevante della propria opera a mostrare come il soggetto umano non si costituisca a partire da un atto di autoposizione – un “io penso” che si fonda da sé, come nella tradizione cartesiana – ma a partire dalla responsabilità che il volto di un altro gli affida, prima ancora che il soggetto abbia potuto scegliere. Applicata con cautela al racconto di Abramo, questa intuizione permette di vedere come la voce che chiama «Vai» non si rivolga a un Abram già pienamente costituito come soggetto autonomo, che poi decide liberamente di obbedire, ma sia essa stessa a costituirlo come “Abramo”, cioè come colui che risponde. È bene precisare all’educatore, per onestà filologica, che Lévinas non commenta direttamente questo episodio: si tratta di un’analogia feconda fra due pensieri lontani nel tempo, non di una sovrapposizione storica.

Il rischio e la fede come rischio
Søren Kierkegaard ha dedicato ad Abramo l’opera Timore e tremore, ma occorre segnalare con chiarezza all’educatore che quel testo commenta non la chiamata di Genesi 12, bensì l’episodio del sacrificio di Isacco in Genesi 22: sarebbe filologicamente scorretto attribuire a Kierkegaard un commento diretto sulla parola «Vai». Ciò che tuttavia si può legittimamente riprendere, come categoria generale applicabile a tutto l’arco della vicenda abramitica, è l’idea kierkegaardiana della fede come rischio che nessuna garanzia razionale può eliminare in anticipo: anche nel momento della partenza, prima ancora del monte Moria, Abramo non possiede alcuna prova che la voce ascoltata sia davvero Dio, né alcuna certezza sull’esito del cammino intrapreso. Il “cavaliere della fede” kierkegaardiano nasce già, in germe, nella tenda di Carran.

L’uscita da sé come categoria pedagogica
Romano Guardini, nei suoi scritti sulla formazione della persona, insiste sull’idea che la maturazione umana comporti sempre un’uscita dal cerchio ristretto dell’io verso un mondo di significati che l’io non ha prodotto da sé, ma che deve accogliere per potersi davvero formare. Questa categoria, pur non riferita specificamente ad Abramo, offre all’educatore un ponte naturale fra il racconto biblico e la riflessione pedagogica contemporanea: la partenza di Abramo può essere presentata come immagine narrativa di ciò che ogni autentico processo educativo richiede, cioè un’uscita dal proprio orizzonte dato verso un orizzonte non ancora posseduto, ma solo indicato.

3. Sezione psicologico-antropologica

Erik Erikson e la crisi dell’identità
Lo psicologo Erik Erikson ha descritto l’adolescenza come la fase in cui il compito evolutivo centrale è la costruzione di un’identità coerente, in tensione con il rischio opposto della confusione di ruolo: un tempo in cui il giovane deve staccarsi dalle identificazioni infantili ricevute passivamente dalla famiglia per costruire, attraverso sperimentazioni successive, una identità che sia davvero sua. Erikson stesso ha coniato per questo tempo di sperimentazione l’espressione “moratoria psicosociale”, intendendo uno spazio socialmente concesso al giovane per provare ruoli diversi prima di assumerne uno stabile. Il racconto di Abramo, letto in parallelo, mostra un movimento analogo ma non identico: non una moratoria di sperimentazioni multiple, ma un’unica partenza decisa, radicale, senza possibilità di ritorno indolore – utile contrasto da proporre ai ragazzi per far emergere la differenza fra il provare più identità in sicurezza e il rispondere a una chiamata che esige di scegliere.

Peter Blos e la seconda individuazione
Lo psicoanalista Peter Blos ha proposto di leggere l’adolescenza come un “secondo processo di individuazione”, analogo per intensità a quello che il bambino piccolo vive separandosi
progressivamente dalla madre nei primi anni di vita: l’adolescente deve separarsi ora dagli oggetti interni di attaccamento infantile, cioè dalle immagini idealizzate dei genitori interiorizzate durante l’infanzia, per potersi costituire come soggetto autonomo. Questo quadro teorico permette all’educatore di leggere la casa di Terach, che Abramo deve lasciare, non solo come luogo fisico, ma come immagine della matrice psichica da cui ogni identità adulta deve, a un certo punto, separarsi senza per questo rinnegarla.

La base sicura come condizione della partenza
Un’osservazione importante, da offrire ai ragazzi per evitare letture ingenuamente eroiche del racconto: la teoria dell’attaccamento elaborata da John Bowlby mostra che l’esplorazione del mondo, per un bambino come per un adolescente, è possibile solo a partire da una base sicura alle spalle, non nonostante essa. Abramo non parte da un vuoto assoluto: parte accompagnato dalla moglie Sara, dal nipote Lot, dai beni accumulati, portando con sé un’intera storia familiare. La vocazione biblica, dunque, non chiede di negare i legami buoni già ricevuti, ma di non lasciare che essi si trasformino in un porto che impedisce ogni ulteriore cammino.

4. Sezione letteraria

Dante, Ulisse (Inferno, canto XXVI)
Dante colloca Ulisse fra i consiglieri fraudolenti, punito per aver spinto i suoi compagni, ormai vecchio, oltre le colonne d’Ercole, verso un mondo senza gente, in nome della conoscenza e della virtù umana perseguite senza alcun mandato superiore. Il contrasto con Abramo è istruttivo e può diventare un vero e proprio confronto in aula: entrambi lasciano una casa consolidata per un viaggio ignoto, ma Ulisse parte per una sua propria volontà di sapere, mentre Abramo parte in risposta a una voce che lo precede. Il naufragio di Ulisse, voluto da Dante come castigo di una libertà che si è affrancata da ogni obbedienza, permette di far emergere per contrasto la natura specifica della vocazione biblica: non autoaffermazione, ma risposta.

Konstantinos Kavafis, «Itaca»
Il poeta greco Kavafis, in una delle sue poesie più note, invita chi si mette in viaggio verso Itaca a desiderare che il cammino sia lungo, ricco di scoperte ed esperienze, perché è il viaggio stesso, più della meta, a rendere ricchi. Questa immagine, ben nota anche fuori dagli ambienti scolastici, offre un contrappunto laico e affascinante al racconto di Abramo: mentre Kavafis valorizza il viaggio come esperienza che arricchisce chi lo compie indipendentemente dall’arrivo, il racconto biblico mantiene ferma la tensione verso una meta promessa, sia pure non ancora mostrata. Il confronto può aiutare i ragazzi a distinguere fra un’idea di viaggio come crescita autoreferenziale e un’idea di cammino come risposta a una promessa che viene da altrove.

Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta
Nelle sue lettere all’aspirante poeta Franz Xaver Kappus, Rilke insiste ripetutamente sulla necessità di rientrare in se stessi, di abitare le proprie domande senza pretendere risposte immediate, prima di poter intraprendere qualunque cammino creativo autentico. Pur trattandosi di un testo non religioso, la sua insistenza sulla pazienza necessaria a chi è chiamato a un compito che ancora non comprende del tutto può illuminare, per contrasto e per assonanza, la fede di Abramo, che parte senza sapere, come dirà la Lettera agli Ebrei, dove sta andando.

Hermann Hesse, Siddhartha
Il romanzo di Hesse narra il cammino di un giovane bramino che lascia la casa paterna, contro il desiderio del padre, per cercare una via propria alla verità, attraversando esperienze di ascesi, di piacere, di commercio, prima di giungere a una forma di saggezza radicata nella vita quotidiana presso un fiume. Anche qui il confronto con Abramo è fecondo per differenza più che per somiglianza: Siddhartha parte per una ricerca autonoma della verità, mentre Abramo parte in risposta a una parola già ricevuta; ma entrambi condividono la necessità di lasciare la casa paterna per potersi trovare.

Jon Krakauer, Into the Wild
Il libro-reportage di Krakauer ricostruisce la storia vera di Christopher McCandless, giovane americano che nel 1990 abbandonò famiglia, beni e prospettive di carriera per vivere una vita di viaggio radicale, morendo poi in circostanze tragiche in Alaska. Questo racconto, ben noto ai ragazzi anche attraverso la sua trasposizione cinematografica, offre un caso limite utilissimo in sede educativa: permette di interrogarsi apertamente su che cosa distingua una vocazione feconda da una fuga distruttiva, domanda che il solo racconto di Abramo, nella sua concisione biblica, non pone esplicitamente ma che l’educatore può e deve affrontare con onestà.

Per gentile concessione di
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