Il documento del Segretariato Generale della Missione (giugno 2026) presenta il percorso di sviluppo  delle pastorali specifiche comboniane, come delineato dal XIX Capitolo Generale e in continuità con  il discernimento avviato nel 2015. L’orientamento di fondo risponde all’esigenza di superare una  pastorale “generica” per abbracciare una contestualizzazione più profonda, in sintonia con l’invito di  Evangelii Gaudium a una Chiesa “in uscita”, capace di inculturare il Vangelo nelle diverse realtà e  culture. Le priorità continentali – distinte in gruppi umani prioritari (evocativi della dimensione ad  gentes) ed elementi trasversali (come la GPIC, l’animazione missionaria e i media) – diventano il  criterio per ridurre la frammentazione degli impegni e riqualificare le presenze missionarie, in  comunione con le Chiese locali. 

Il testo individua quattro pilastri che qualificano lo sviluppo di queste pastorali: la sinodalità, intesa  come cammino condiviso a livello continentale e con le Chiese locali; la ministerialità, che articola  servizi diversi in una visione comune; l’ecologia integrale, che abbraccia tutte le dimensioni della  realtà in connessione; e il dialogo profetico con le tradizioni religiose. Viene inoltre sottolineato il  legame con la formazione iniziale e con la riorganizzazione delle circoscrizioni, in un contesto di  contrazione delle forze missionarie che rende urgente una maggiore collaborazione e accorpamento. 

La parte centrale del documento propone una struttura metodologica per la definizione di ciascuna  pastorale specifica, articolata in sei elementi: visione (frutto di analisi critica, riflessione teologica e  discernimento pastorale), inserzione (stile di presenza e prossimità), orientamenti pastorali (buone  pratiche e linee guida), articolazione ministeriale (coordinamento e strutture), sinodalità (livelli di  comunione) e modelli di presenza (descrizione di punti di partenza, elementi essenziali, orizzonti,  condizioni e limiti). Questi modelli, definiti “dinamici e in evoluzione”, costituiscono uno strumento  prezioso per accompagnare nuovi confratelli e per riqualificare gli impegni esistenti. 

Infine, il documento illustra il percorso avviato dal Consiglio Generale per la mappatura delle  pastorali specifiche nei continenti, attraverso gruppi di ricerca, questionari e webinar di validazione.  L’obiettivo è giungere a una sintesi comunicativa che favorisca l’animazione missionaria,  l’orientamento dei confratelli e la formazione iniziale, creando al contempo reti ministeriali  continentali per la riflessione e la collaborazione. L’esercizio di mappatura è presentato come punto  di partenza – non d’arrivo – di un cammino sinodale di riqualificazione, che chiede il coinvolgimento  attivo di comunità e confratelli per generare frutti duraturi nella missione comboniana. 


I 5 punti-chiave del documento sulle pastorali specifiche comboniane 

Nel nostro modo di intendere una pastorale specifica, esistono elementi fondamentali e una struttura  logica che ci permettono di descriverla in modo sistematico. Grazie a questa impalcatura  metodologica, è possibile arrivare a una sintesi comunicativa di tali pastorali – un risultato di  fondamentale importanza per diverse ragioni: innanzitutto, per un cammino sinodale e condiviso che  tenga assieme le grandi diversità di contesti ed esperienze; in secondo luogo, per comunicare  chiaramente all’esterno le nostre scelte e renderne conto; infine, per orientare i confratelli verso queste  pastorali e per la formazione ministeriale dei giovani missionari studenti. I cinque punti-chiave che  seguono mettono in evidenza le caratteristiche del nostro approccio alle pastorali specifiche. 

Il cuore della svolta comboniana è il superamento della pastorale generica – che fa più o meno ciò  che si fa ovunque – per abbracciare una pastorale specifica, radicata nei contesti, nelle culture e nei  gruppi umani prioritari. Non si tratta di un semplice aggiustamento organizzativo, ma di una vera e  propria riqualificazione dell’identità missionaria.

Il documento parte da una constatazione onesta: molte presenze comboniane, pur essendo collocate  “alle frontiere della missione”, svolgono di fatto una pastorale indistinta. Questa genericità rischia di  tradire la specificità del carisma comboniano, nato per andare “oltre” e raggiungere i popoli non  ancora evangelizzati. La scelta delle pastorali specifiche secondo le priorità continentali rappresenta  quindi un ritorno alle sorgenti: un recupero consapevole della vocazione ad gentes. L’inculturazione  del Vangelo diventa il criterio fondamentale: non si tratta di applicare schemi preconfezionati, ma di  lasciarsi interpellare dalle culture e dalle situazioni particolari. 

Le circoscrizioni sono chiamate a ridurre, focalizzare e collaborare, abbandonando la logica della  moltiplicazione degli impegni per abbracciare quella della profondità e della qualità. 

Le pastorali specifiche non possono essere sviluppate in isolamento. Esse richiedono un cammino  sinodale che coinvolge Chiese locali, continenti, circoscrizioni e singoli missionari in un processo di  ascolto, condivisione e collaborazione reciproca. 

La sinodalità non è un concetto astratto, ma una necessità operativa e spirituale. A livello locale,  l’inserzione implica comunione con la Chiesa particolare: il missionario è un compagno di strada che  cammina con il popolo di Dio. A livello continentale, la sinodalità si traduce in specializzazioni  condivise, scambio di personale, gruppi di riflessione. In un contesto di diminuzione del personale,  la messa in comune di risorse e competenze diventa non solo un valore evangelico, ma una strategia  di rigenerazione. 

I Consigli continentali diventano attori chiave nel coordinamento. Le circoscrizioni sono invitate a  superare logiche nazionalistiche per aprirsi a collaborazioni più ampie. La formazione deve includere  una preparazione specifica al lavoro sinodale. 

Ogni pastorale specifica si articola in una pluralità di ministeri che, pur diversi tra loro, sono uniti da  una visione comune e da una pratica di collaborazione. La ministerialità non è solo uno stile, ma una  struttura che dà forma all’azione pastorale. 

Il documento distingue tra “pastorale specifica” (l’ambito di intervento) e “ministeri” (i servizi  concreti). Questa distinzione evita due derive opposte: la confusione generica e la frammentazione.  La sfida è tenere insieme unità e pluralità, richiedendo strutture di coordinamento (équipe,  programmazione, verifica) che non diventino però burocrazie paralizzanti. La ministerialità implica  anche una dimensione formativa: i ministri devono essere preparati alla collaborazione e alla lettura  interdisciplinare della realtà. 

Ogni circoscrizione deve dotarsi di strumenti di coordinamento e verifica. Va valorizzata la  formazione dei laici e dei religiosi locali come agenti di pastorale. 

L’ecologia integrale non è un tema aggiuntivo o settoriale, ma un paradigma interpretativo che  abbraccia tutte le dimensioni della pastorale: sociale, economica, culturale, ecclesiale, spirituale,  ambientale e politica. Tutto è connesso, e la pastorale deve riflettere questa interconnessione. 

Il riferimento all’ecologia integrale, mutuato dal magistero di Papa Francesco, è uno degli elementi  più innovativi. Non si tratta di aggiungere una “pastorale ecologica” alle altre, ma di riconoscere che  ogni intervento pastorale ha implicazioni su più piani. Una pastorale giovanile che non considera le  condizioni economiche e sociali dei giovani rischia di essere astratta. L’ecologia integrale diventa  così un criterio di progettazione: ogni azione deve essere pensata nella sua complessità.

Le équipe pastorali dovrebbero includere competenze diverse (scienze sociali, economia, ecologia,  teologia). La progettazione deve prevedere analisi della realtà che colgano le strutture profonde. 

Il documento non si limita a delineare principi, ma avvia un processo concreto di mappatura e  sistematizzazione delle pastorali specifiche, finalizzato a creare una “sintesi comunicativa” che serva  all’animazione missionaria, alla formazione e all’orientamento dei confratelli. 

La mappatura non è un esercizio burocratico, ma un atto di discernimento comunitario. Si tratta di  restituire in modo sistematico a quale punto siamo con ciascuna pastorale specifica, documentando  visioni, modelli di inserzione, orientamenti e pratiche consolidate. Questo lavoro permette di imparare  dall’esperienza, crea un patrimonio condiviso da trasmettere alle nuove generazioni, e favorisce la  creazione di reti continentali. La mappatura è presentata come “punto di partenza, non d’arrivo”: un  processo dinamico che si aggiorna continuamente. 

Le comunità e i confratelli sono chiamati a partecipare attivamente alla raccolta dati e alla validazione.  I Consigli continentali hanno il compito di animare il processo. La formazione iniziale dovrà integrare  i risultati come materiale didattico. 

I cinque punti-chiave tracciano un percorso organico e coerente: si parte da una scelta di campo (la  pastorale specifica e contestualizzata), attuata attraverso un metodo sinodale e una struttura  ministeriale, interpretata alla luce dell’ecologia integrale, e infine documentata e sistematizzata  attraverso un processo di mappatura che diventa strumento di crescita e rigenerazione. Il tutto è  animato dalla consapevolezza che ci si trova in un “cambiamento d’epoca” che richiede coraggio,  creatività e spirito di comunione. La sintesi comunicativa che ne deriva non è un fine, ma un mezzo  per camminare insieme, rendere conto del proprio operato, orientare i confratelli e formare i giovani  missionari al servizio delle pastorali specifiche. 


Il XIX Capitolo Generale ha confermato l’orientamento già indicato dal Capitolo che lo aveva  preceduto a riguardo dello sviluppo di pastorali specifiche: 

«Assumiamo le pastorali specifiche secondo le priorità continentali (cf. AC ’15, 45.3)  come punto di riferimento per la riorganizzazione degli impegni (riduzione,  focalizzazione, collaborazione) nelle Circoscrizioni e nei Continenti». (AC ‘22, 31) 

Nel discernimento fatto nel 2015 era infatti emerso che in molti casi siamo, per grazia del Signore,  presenti alle frontiere della missione, in linea con il carisma comboniano. Tuttavia, spesso la pastorale  che portiamo avanti è generica, cioè si fa più o meno quello che si fa anche in altri contesti. Il richiamo  dell’Evangelii gaudium, che ispirò quel Capitolo, fu uno stimolo per riconsiderare l’approccio  pastorale in ordine ad una maggiore contestualizzazione, frutto di una chiesa in uscita, attenta alle  situazioni particolari ed alle culture, anch’esse da evangelizzare, per una inculturazione del Vangelo. 

Questo orientamento rappresenta anche una opportunità di riqualificazione delle nostre presenze  missionarie, in comunione con le chiese locali. Da un lato crescere nella pratica dell’inserzione, a  partire dalla conoscenza delle lingue e culture locali, dal fare causa comune con la gente, dal servizio perché il popolo emerga come protagonista del proprio cammino di evangelizzazione (cf. la  Rigenerazione dell’Africa con l’Africa), in una prospettiva di inculturazione del Vangelo. 

Dall’altro, a fronte di una mole eccessiva di impegni – in considerazione della disponibilità e forza  del personale – ed alla loro frammentazione, che rende molto difficile dare continuità per fare dei  percorsi coerenti e d’insieme, ci si è resi conto che è possibile ridurre dispersione e frammentazione  focalizzandosi sulle priorità continentali, sulle quali esiste un consenso già da molto tempo. In  particolare, ad una analisi critica di tali priorità, emerge che tali priorità continentali sono di due tipi  diversi: ci sono quelle che riguardano gruppi umani prioritari e che quindi sono molto evocative dal  punto di vista carismatico, in quanto attualizzano la dimensione ad gentes. La cosa interessante è che  tali priorità non sono molte e questo significa che è possibile avere, a livello continentale, una  focalizzazione che ci aiuti a superare dispersione e frammentazione. Poi ci sono delle priorità che in  realtà sono degli elementi trasversali a ogni contesto missionario, come ad esempio la GPIC,  l’animazione missionaria, o i media. 

Riaffermando l’orientamento delle pastorali specifiche secondo le priorità continentali, il XIX  Capitolo ha sottolineato anche altri aspetti che caratterizzano il loro sviluppo. C’è l’aspetto della  sinodalità, quindi la consapevolezza che sia un cammino che non si può fare da soli. Si richiede una  comunione con le chiese locali, ma anche una riflessione, collaborazione e scambio a livello  continentale, che può prevedere specializzazioni condivise, scambio di personale, gruppi di  condivisione e riflessione. (AC ‘22, 33) 

Poi c’è l’aspetto della ministerialità, che oltre ad indicare lo stile pastorale di servizio e collaborazione,  ci parla anche della sua articolazione, per cui all’interno di una pastorale specifica troveremo vari  ministeri che procedono da una visione comune e si integrano a vicenda. 

Ciò si collega ad un terzo aspetto su cui il Capitolo ha insistito, vale a dire l’ecologia integrale e il  magistero di papa Francesco. Infatti, quando si parla di ecologia integrale, non si intende fare  riferimento semplicemente all’ambiente o ai cambiamenti climatici. Dal momento che tutto è  connesso, che tutto è in relazione, tutte le dimensioni della realtà (sociale, economica, culturale,  ecclesiale e spirituale, ambientale, politica e così via) rientrano nell’ambito pastorale. (AC ‘22, 29 – 30) 

Infine, l’aspetto partecipativo e dialogico dello sviluppo delle pastorali specifiche richiede anche una  apertura, un dialogo con le tradizioni religiose (RTA e asiatiche, Islam, chiese locali, ecc.), nella linea  di una missione che si fa «dialogo profetico». (AC ‘22, 31.7) 

Lo sviluppo di pastorali specifiche a livello continentale è una buon’opportunità anche per il processo  di revisione della formazione e degli accorpamenti delle circoscrizioni. La fase finale della  formazione iniziale – scolasticati e CIF – ha il compito, secondo la Ratio Fundamentalis, di  promuovere in modo specifico la dimensione ministeriale missionaria. É auspicabile che gli studenti  a questo stadio formativo possano sviluppare le competenze necessarie per un servizio in linea con le  priorità missionarie dell’Istituto. Per quanto riguarda le circoscrizioni, con la tendenza alla  diminuzione ed all’invecchiamento del personale, è prevedibile che ci sarà presto una sensibile  contrazione di forze missionarie sul campo. Ciò avrà ripercussioni considerevoli sulla possibilità di  portare avanti delle riflessioni ed approfondimenti missionari, di innovare e rispondere alle nuove  sfide della missione. Tuttavia, una più stretta comunione e collaborazione tra circoscrizioni, che in  caso potrebbe anche diventare accorpamento, focalizzata su pastorali specifiche comuni, potrebbe  facilitare una continua rigenerazione e rinnovamento missionario anche con numeri più ridotti di  personale e comunità su un territorio nazionale. 

Per realizzare tutto questo, bisogna essere proattivi e sistematici. Un impegno assunto dal Capitolo,  infatti, è quello di avviare percorsi partecipativi per accompagnare lo sviluppo di pastorali specifiche in  relazione alle priorità continentali, con particolare attenzione ai gruppi umani prioritari.  (AC ‘22, 31.1) 

Questo dovrebbe rientrare nella programmazione provinciale e continentale, come un processo  accompagnato e monitorato (AC ‘22, 31.5). Ovviamente, a seconda dei casi, tali percorsi possono  assumere caratteristiche molto diverse, anche in considerazione del fatto che le pastorali specifiche  che abbiamo eletto a priorità non sono necessariamente allo stesso livello di maturazione. In ogni  caso non si parte da zero, ma ci sono già diversi elementi, pratiche e strumenti che fanno parte di una  tradizione acquisita. Il primo passo, pertanto, sarà quello di restituire in modo sistematico e sintetico  a quale punto siamo con ciascuna pastorale specifica. 

Nel tracciare una sintesi dello stato dell’arte di una pastorale specifica bisogna tenere presenti alcuni  elementi fondamentali, vale a dire: 

1. Visione 

La visione pastorale indica l’orizzonte, o il sogno, verso cui si orienta il servizio il pastorale. Una  visione sintetica non necessita di tante parole; ciò nondimeno, è il frutto di un lungo lavoro che si  basa su una analisi critica della realtà, una riflessione teologica ed un discernimento pastorale. 

L’analisi critica è volta alla comprensione della realtà nella sua complessità, si avvale degli strumenti  delle scienze sociali per cogliere il quadro generale, le tendenze, le ragioni profonde dei fenomeni  sociali e le loro implicazioni, le mentalità e i presupposti culturali soggiacenti. In poche parole, porta  ad una visione sistemica della realtà, partendo dall’esperienza e passando dal livello descrittivo e  aneddotico a quello strutturale d’insieme. 

La riflessione teologica è fondamentale per una lettura della realtà che colga i semi di vita, la presenza  e l’azione di Dio nella storia. Illuminata dalla Scrittura e dal magistero, la riflessione teologica aiuta  anche a svelare le strutture di peccato, che poi hanno conseguenze sulla vita delle persone e dei popoli,  e ad energizzare una comunità di credenti verso un’alternativa ispirata al Regno di Dio. 

Il discernimento pastorale, fondamentalmente, è orientato ad ascoltare gli inviti dello Spirito Santo  ed a individuare i percorsi per rispondere a tali inviti. Evidentemente, è un processo continuo, che si  dipana passo dopo passo, man mano che si risponde con l’azione alle sfide poste dalla realtà. 

Da tutto questo, gradualmente, cresce una visione che più è matura, più si semplifica, nel senso che  coglie sempre meglio l’essenziale e gli inviti dello Spirito. (cf. EG 35) 

2. Inserzione 

Oltre ad avere una visione sintetica, una pastorale specifica necessita di punti di partenza adatti per  accedere all’esperienza del popolo, prendere l’iniziativa, coinvolgersi, accompagnare, fruttificare e  festeggiare l’esperienza di salvezza, di trasfigurazione della realtà (EG 24). L’inserzione decide del  modo di arrivare alla gente, per camminare assieme, ed include lo stile di vita, le strutture di cui si  dispone e che si usano, il modo di relazionarsi e di collaborare. È essenziale imparare la lingua del  popolo, poiché ciò permette al missionario di conoscere a fondo la cultura del popolo. Ci possono  essere diversi modi di praticare l’inserzione all’interno di una stessa pastorale specifica, a seconda  del tipo di servizio, delle caratteristiche dei ministri, delle condizioni ambientali. È possibile dunque  dar vita a diversi modelli di presenza all’interno di una stessa pastorale specifica in una data  circoscrizione. Ad esempio, una pastorale giovanile può contemplare diversi modi presenza: nella  scuola, in gruppi parrocchiali, sulla strada. Sono modi di presenza diversi che aiutano a raggiungere  destinatari diversi e ad accompagnarli a partire dai loro contesti specifici.

3. Orientamenti pastorali 

A partire dall’esperienza, riflettendo criticamente sulla realtà e seguendo gli inviti dello Spirito,  emergono buone pratiche corroborate dal tempo, che sviluppano una saggezza pastorale.  Analogamente, con l’esperienza si apprende anche che cosa non aiuta o ostacola una fruttuosa azione  pastorale. Grazie alla condivisione delle esperienze ed alla riflessione critica, per comprendere che  cosa funzioni e perché, è possibile arrivare a delle linee guida per l’azione pastorale. Si tratta di un  passaggio importante, per evitare di ricominciare ogni volta da capo e di ripetere sempre gli stessi  errori, per imparare gli uni dagli altri, per fare un cammino coerente e costruttivo d’insieme. Gli  orientamenti pastorali di per sé sono delle indicazioni di massima, che poi necessitano di  contestualizzazione e di creatività a livello locale. Non vanno assunti meccanicamente, come se  fossero una sorta di bacchetta magica, ma compresi criticamente, per essere in grado di applicarli in  modo circostanziato ed adeguato, senza dimenticare che sono dei mezzi e non dei fini in se stessi. 

4. Articolazione e strutture ministeriali 

All’interno di una pastorale specifica ci saranno vari ministeri ed agenti pastorali, che coopereranno  come operatori di una pastorale di comunione. Per tenere assieme tale ricchezza ministeriale è  fondamentale che ci sia una equipe di coordinamento pastorale, capacità di collaborazione  ministeriale, buona comunicazione e momenti strutturati di programmazione, verifica, riflessione,  preghiera e celebrazione. I vari ministeri devono confrontarsi, interagire, creare sinergia. Il rischio è  quello di burocratizzare il percorso, moltiplicando riunioni e sovrastrutture, togliendo energie e  freschezza al servizio: la sfida è quella di trovare un equilibrio e di alimentare sempre la comunione. 

Allo stesso tempo, tale articolazione rifletterà l’organizzazione di una serie di strutture pastorali, che  pur diverse tra loro dovranno creare una certa sinergia e un’unità nella pluralità. Si tratta di strutture  pastorali che possono costituire tanto delle modalità di inserzione nel territorio, quanto centri di  formazione, studio e riflessione focalizzati sulla pastorale specifica e a carattere interdisciplinare. 

5. Sinodalità 

Una pastorale specifica è un fatto ecclesiale, non può essere sviluppata in isolamento, per conto  proprio. Nella prospettiva del Capitolo, è una realtà che comprende anche vari livelli. L’inserzione  implica anzitutto una comunione con la chiesa locale, che è imprescindibile per l’azione pastorale.  Ma poi ci sono anche altri livelli, in quanto nel mondo di oggi non esistono più realtà veramente  isolate, ma l’interconnessione e le influenze reciproche si sentono ovunque. Nel nostro caso, ad  esempio, il livello continentale è strategico, con la possibilità di condivisione, scambio ed anche  collaborazione tra circoscrizioni. A seconda delle tematiche, ci sono coordinamenti ecclesiali a livelli  regionali o globali, come nel caso del lavoro di alcuni dicasteri. 

6. Modelli di presenza 

Come accennato più sopra, possono esserci diversi modi di presenza e forme ministeriali all’interno  di una pastorale specifica. Ci possono essere caratterizzazioni che variano a seconda del contesto e  delle situazioni, pur condividendo una visione generale e degli orientamenti pastorali comuni. La  descrizione e la comprensione critica di tali modelli risulta molto utile per orientare nuove esperienze  e confratelli nel loro servizio ministeriale, che così possono beneficiare consapevolmente  dell’esperienza di chi li ha preceduti e dare continuità. Per chi inizia una nuova presenza, non c’è  bisogna, per così dire, di reinventare la ruota: basta discernere quale modello di partenza si presta  come il più adatto al contesto. La consapevolezza di modelli che funzionano e la comprensione del  perché ed a quali condizioni funzionino, costituisce anche un aiuto considerevole alla riqualificazione  degli impegni. Vivendo all’interno di un cambiamento d’epoca, molto spesso facciamo l’esperienza  che i modelli di presenza che hanno funzionato bene nel passato segnino il passo. Avere a disposizione  nuovi modelli può essere di grande aiuto per rispondere a nuove situazioni e condizioni socio-culturali.

Nella descrizione di un modello di presenza, risalta anzitutto la modalità di inserzione, che significa  come arrivare in modo significativo alla gente, considerato il contesto, la situazione storica, la cultura,  le trasformazioni sociali in atto, ecc. Si tratta, in altre parole, di trovare il punto di partenza favorevole  per il servizio pastorale specifico. 

In secondo luogo, è utile avere presente quali siano gli elementi essenziali di quel modello e le attività  principali che comportano, mettendo a fuoco quella che costituisce la particolarità distintiva di  quell’approccio ministeriale. Serve poi avere ben chiaro quale sia il punto di arrivo, l’orizzonte verso  cui il servizio si orienta, e quali siano i semi di vita, o l’azione dello Spirito che guida il percorso.  Questa aspetto, evidentemente, è frutto di un discernimento, non di un’ideologia o di un progetto  personale. Nell’insieme, la descrizione del modello di inserzione deve essere in grado di spiegare il  punto di partenza, i punti di riferimento lungo il cammino ed il punto di arrivo a cui tendere nel  percorso. 

Per meglio utilizzare il modello, serve anche capire quali siano le condizioni che ci devono essere  perché il modello possa funzionare e le competenze che richiede; senza dimenticare la  consapevolezza degli ostacoli maggiori da superare, dei limiti impliciti nel modello e di come possa  sostenersi, anche economicamente. 

Naturalmente, un modello di presenza non sarà mai una realtà fissa, cristallizata, ma avrà anche una  sua propria evoluzione, dovuta ai rapidi cambiamenti che caratterizzano il nostro tempo. Parliamo  allora di modelli dinamici, in continua evoluzione. Per questo vanno valutati periodicamente,  aggiornati e riportati con annotazioni di quali siano gli inviti dello Spirito che potrebbero indirizzarlo  verso nuove forme di attuazione. 

La lettera sulla missione del Consiglio Generale (1.5.2025) ha dato mandato al Segretariato generale  della missione di animare dei percorsi continentali di «di fare uno studio per documentare quale sia  la realtà delle pastorali specifiche sul terreno. Abbiamo bisogno di conoscere, sia dal punto di vista  quantitativo che qualitativo, la situazione dei nostri impegni come Istituto sul fronte di queste  pastorali specifiche, per poi andare ancora oltre, attraverso percorsi condivisi di ricerca e riflessione». 

Tali processi sono stati avviati in collaborazione con i Consigli continentali della missione, che hanno  scelto con quale pastorale continentale secondo gruppi umani prioritari cominciare e le comunità  impegnate in tali pastorali nel continente. Hanno poi formato dei gruppi di ricerca, con il compito di  amministrare i questionari per la raccolta dati ai fini della mappatura. Tale esercizio ci permetterà  anche di arrivare ad una sintesi comunicativa di tali pastorali specifiche, molto importante sia per  l’animazione missionaria che per l’orientamento dei confratelli che desiderano partecipare a tali  pastorali e per la formazione ministeriale iniziale (formazione di base). 

Ci saranno poi dei webinar per validare il risultato delle ricerche e delle sintesi, che offriranno anche  l’opportunità di creare delle reti ministeriali continentali per portare avanti la riflessione assieme,  condividere esperienze e pratiche, avviare possibili collaborazioni, progetti di ricerca-azione, ecc. 

In conclusione, l’esercizio di mappatura e la sintesi comunicativa delle pastorali specifiche sono il  punto di partenza, non d’arrivo, del cammino di riqualificazione ministeriale del servizio missionario  dell’Istituto. Un cammino che porterà frutti nella misura in cui i confratelli e le comunità che hanno  assunto tali pastorali si lasceranno coinvolgere in questo cammino sinodale, partecipando  all’esercizio di mappatura, alla validazione della sintesi comunicativa e alla formazione di reti  ministeriali continentali.

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