Le parole della fede
Un itinerario biblico-antropologico per l’oggi giovanile

Introduzione
Che cosa intendiamo per esperienza religiosa
C’è un modo di intendere la fede che la riduce a una stanza della casa dell’esistenza: una stanza importante, forse, ma pur sempre una fra le altre, accanto a quella del lavoro, a quella degli affetti, a quella del tempo libero. Chi entra in questa stanza, quando ne ha voglia o quando la circostanza lo richiede, ne esce poi per tornare al resto della casa, che continua a vivere secondo logiche proprie, indipendenti da ciò che in quella stanza si è detto o pregato. È questa l’immagine di religiosità che la cultura contemporanea, spesso senza dichiararlo apertamente, propone ai giovani: un’esperienza regionale, opzionale, collocata a fianco di altre esperienze equivalenti.
Il presente itinerario nasce dal rifiuto consapevole di questa immagine. L’esperienza religiosa di cui qui si tratta non è una stanza della casa, ma la luce che entra da ogni finestra e rende visibile ogni stanza: non un settore dell’esistenza, ma la tonalità che attraversa e qualifica l’esistenza intera. In questo senso essa può essere definita, con formula volutamente paradossale, come un’esperienza delle esperienze: non un vissuto fra i vissuti, ma la trama che li raccoglie tutti in un’unica storia, invece di lasciarli dispersi come frammenti senza rapporto. Dio, in questa prospettiva, non è un oggetto fra gli oggetti del mondo, né uno specialista chiamato in causa nei soli momenti solenni dell’esistenza: è la luce e la bussola per mezzo delle quali il mondo intero diventa leggibile come un cammino e non come un accumulo casuale di eventi. Riconoscere la trascendenza, cioè accogliere un riferimento che eccede ogni misura umana, significa allora ritrovare, per una via che solo in apparenza sembra un paradosso, il fondamento della propria immanenza, cioè della propria esistenza concreta, situata, quotidiana, fatta di corpo, di relazioni, di tempo che scorre. Chi crede non aggiunge una stanza alla casa della propria vita: scopre che tutta la casa era già abitata da una presenza che la precede e la sostiene, e che senza di essa ogni stanza rischierebbe di restare buia.
Come si pone oggi la questione del religioso
Questa comprensione dell’esperienza religiosa incontra, nel mondo contemporaneo e in particolare in quello adolescenziale, una condizione per molti versi paradossale. Da un lato la cultura secolare tende a confinare il sacro in uno spazio privato e facoltativo, alla pari di una sensibilità estetica o di un’inclinazione personale fra le tante: la fede, così ridotta a opinione fra le opinioni, perde proprio quella capacità di raccogliere l’esistenza che le è propria, e da chiave di lettura del mondo diventa una sua appendice decorativa. Dall’altro lato, tuttavia, permane nei giovani – spesso in forme implicite, non tematizzate, talora persino contraddette a parole da chi le vive – una domanda di senso totale, di un riferimento capace di tenere insieme identità, relazioni, corpo, tempo e futuro: una domanda che la sola immanenza, per quanto satura di stimoli, di connessioni e di possibilità, non riesce a saziare, e che anzi proprio la sovrabbondanza di stimoli rischia oggi di soffocare prima ancora che di ascoltare. Il compito educativo che questo itinerario si assume non è dunque quello di aggiungere contenuti religiosi a un’esistenza già strutturata altrimenti, come si aggiunge un piano a una casa già abitata, ma di mostrare come le grandi parole della fede biblica rispondano, spesso con sorprendente precisione, a domande che gli adolescenti già si pongono, sotto altro nome e con altro linguaggio, senza sempre sapere a chi rivolgerle.
La logica del percorso: perché sette parole, e perché queste sette
Questo itinerario individua sette parole non per ossequio a un numero simbolico, ma per una ragione strutturale precisa, che vale la pena di rendere esplicita fin dall’inizio. Se l’obiettivo fosse stato quello di mappare i contenuti dell’esperienza religiosa biblica – le virtù, gli atteggiamenti, i frutti della vita di fede – un elenco di sette termini sarebbe stato arbitrario quanto uno di dieci o di dodici, e mancherebbero all’appello nozioni pur fondamentali, come si dirà nell’appendice conclusiva. Questo percorso, tuttavia, non intende mappare i contenuti della fede, bensì la struttura stessa dell’atto di credere: quello che la tradizione teologica chiama fides qua, il movimento con cui l’uomo biblico entra in relazione con Dio, distinto dal fides quae, cioè da ciò in cui egli crede. E questa struttura possiede un arco compiuto, non arbitrario, di sette momenti: essere chiamati fuori da sé, disporsi ad ascoltare rispondendo con la propria presenza, fidarsi di una promessa non ancora verificabile, legarsi con fedeltà duratura, attraversare la prova senza esserne distrutti, provare stupore riverente davanti al mistero, e infine sperare in un compimento non ancora posseduto. Le sette parole scelte percorrono esattamente questo arco: per questo il numero non è un vezzo simbolico, ma la conseguenza di un’analisi della struttura dell’atto di fede.
Perché parole bibliche dirette, e non concetti
Un’ultima precisazione riguarda la forma delle parole stesse. Ciascuna delle sette tappe non sarà designata con un sostantivo astratto – chiamata, ascolto, fiducia – ma con la parola effettivamente pronunciata nel testo, nella sua forma diretta, spesso imperativa: un ordine, un’esclamazione, una promessa proferita in prima persona. Questa scelta non è un artificio retorico, ma risponde a una convinzione teologica precisa: nella Bibbia la relazione con Dio nasce sempre da una parola rivolta a qualcuno, mai da un’idea esposta a chiunque. Mantenere la forma diretta della parola significa restituire al lettore, e in particolare all’adolescente, la scena viva dell’interpellazione, invece di consegnargli soltanto il suo residuo concettuale, già raffreddato e reso disponibile per un uso scolastico. Per ciascuna parola si seguirà dunque lo stesso metodo: prima il racconto, nella sua concretezza narrativa; poi la ripresa teologico-filosofica, che ne indaga la pregnanza antropologica senza sovrapporre indebitamente categorie posteriori; poi la rilevanza per il mondo giovanile di oggi, cercando nell’esperienza dell’adolescente l’eco di quella stessa scena primigenia; infine una traccia per l’educatore che voglia percorrere questa parola insieme ai ragazzi che gli sono affidati.
Per gentile concessione di
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