XII Settimana
del Tempo Ordinario
Commento di Paolo Curtaz



Lunedì 22 Giugno (Feria – Verde)
Lunedì della XII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
2Re 17,5-8.13-15.18   Sal 59   Mt 7,1-5: Togli prima la trave dal tuo occhio.

Martedì 23 Giugno (Feria – Verde)
Martedì della XII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
2Re 19,9-11.14-21.31-35.36   Sal 47   Mt 7,6.12-14: Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro.

Martedì 23 Giugno (SOLENNITA’ – Bianco)
NATIVITA’ DI SAN GIOVANNI BATTISTA (Messa della Vigilia)
Ger 1,4-10   Sal 70   1Pt 1,8-12   Lc 1,5-17: Ti darà un figlio e tu lo chiamerai Giovanni.

Mercoledì 24 Giugno (SOLENNITA’ – Bianco)
NATIVITA’ DI SAN GIOVANNI BATTISTA (Messa del Giorno)
Is 49,1-6   Sal 138   At 13,22-26   Lc 1,57-66.80: Giovanni è il suo nome.

Giovedì 25 Giugno (Feria – Verde)
Giovedì della XII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
2Re 24,8-17   Sal 78   Mt 7,21-29: La casa costruita sulla roccia e la casa costruita sulla sabbia.

Venerdì 26 Giugno (Feria – Verde)
Venerdì della XII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
2Re 25,1-12   Sal 136   Mt 8,1-4: Se vuoi, puoi purificarmi.

Sabato 27 Giugno (Feria – Verde)
Sabato della XII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
Lam 2,2.10-14.18-19   Sal 73   Mt 8,5-17: Molti verranno dall’oriente e dall’occidente e sederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe.

Domenica 28 Giugno (DOMENICA – Verde)
XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
2Re 4,8-11.14-16   Sal 88   Rm 6,3-4.8-11   Mt 10,37-42: Chi non prende la croce non è degno di me. Chi accoglie voi, accoglie me.

Domenica 28 Giugno (SOLENNITA’ – Rosso)
SANTI PIETRO E PAOLO APOSTOLI (Messa della Vigilia)
At 3,1-10   Sal 18   Gal 1,11-20   Gv 21,15-19: Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore.


Lunedì della XII settimana del Tempo Ordinario
Mt 7,1-5: Togli prima la trave dal tuo occhio.

Il rischio di passare da un eccesso all’altro è sempre presente nella Chiesa. Veniamo da un passato in cui si giudicava con severità ogni atteggiamento, e il confine fra etica e pettegolezzo era molto labile. Una severità che, pur partendo da buone intenzioni, finiva col far diventare il cristianesimo una religione intollerante e giudicante. Oggi, in tempi di buonismo, si è passati ad un atteggiamento uguale e contrario: Dio è talmente buono da non occuparsi affatto del nostro comportamento. Come se la fede e la vita concreta non avessero punti di contatto. Come spesso accade, la verità sta nel mezzo: Dio non è un severo sanzionatorie e nemmeno babbo Natale… Il cristiano è chiamato a giudicare, non a spettegolare!, secondo la logica di Dio che vede sempre la parte positiva e propositiva, che va in cerca della pecora perduta, ma che richiama alle proprie responsabilità il peccatore. Far finta di niente non è affatto un atteggiamento amorevole… Dio riesce ad essere nel contempo accogliente ed esigente per farci uscire dalle secche in cui areniamo la nostra santità. Da lui impariamo a giudicarci e a giudicare.

Martedì della XII settimana del Tempo Ordinario
Mt 7,6.12-14: Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro.

Siamo chiamati a giudicare noi stessi e gli altri come Dio fa: con amorevolezza e autenticità. Il discepolo, prima di giudicare gli altri, guarda ai propri limiti, riconosce la trave che gli impedisce di vedere bene… Ma, nel contempo, sa distinguere bene chi gli sta intorno. Siamo chiamati ad essere un libro aperto, autentici e schietti, accoglienti e disponibili, certo, ma anche a riconoscere chi, travestendosi da pecora, è invece un lupo rapace. Anche nelle nostre comunità ci sono persone poco centrate che abusano della nostra disponibilità e pretendono un’amicizia e un’intimità di relazione poco trasparente. Penso che Gesù intenda proprio questo quando chiede ai suoi di non dare le perle ai porci. Ci sono persone con cui è impossibile parlare efficacemente di Dio. Altre che lo fanno solo in spirito polemico e provocatorio. Altre che si nascondono dietro alla fede per non vedere i propri limiti e il percorso di crescita che dovrebbero affrontare. Non è certo facile destreggiarsi fra prudenza e disponibilità, ma è possibile e necessario. Una porta stretta che ci fa crescere nello spirito evangelico, senza diventare insignificanti o inutilmente ingenui.

Grande festa quella della natività del precursore di Gesù: Giovanni, ponte tra Antico e Nuovo Testamento. Ma questa grandezza si manifesta in un’impressionante semplicità, pur nella straordinarietà dell’evento. Le parole dedicate al Battista dai Vangeli sono essenziali. Si pensi all’inserto nel prologo del Quarto Vangelo: «Venne un uomo mandato da Dio; il suo nome Giovanni» (Giovanni 1,6).
Ecco la semplicità e radicalità della chiamata che Giovanni riceve nel venire al mondo: essere uomo, coltivando la relazione con il Signore. Ovvero, facendo ciò che il Signore chiede a lui. Cosa? «Si chiamerà Giovanni, Giovanni è il suo nome». Con fede salda Elisabetta e Zaccaria gli impongono il nome che egli ha ricevuto dal Signore: Jochanan, «il Signore fa grazia, misericordia», per lui fin dalla sua nascita da genitori anziani. Per tutta la vita darà carne al suo nome e acconsentirà a questo amore.
Temperamento così forte, dovrà comprendere che «il Signore fa grazia e misericordia». È stato «il più grande tra i nati di donna» (Luca 7,28)? Certo. Ha attirato le folle, grazie alla sua vita audace e franca? Certo. Ha corretto i potenti, fino a pagarla con il martirio? Certo. Ma tutta la sua vita va colta sotto il segno della grazia.
All’inizio, con il nome ricevuto e l’esultare di gioia, ancora nel grembo della madre, all’udire la voce di Maria che porta in grembo Gesù (cf. Luca 1,44). Alla fine, quando ormai vicino alla morte lascia che sia Gesù a dire l’ultima parola su di lui: «Beato chi non si scandalizza di me» (Luca 7,23), e gli affida la sua vita.


Perché l’uomo ha bisogno di profeti? Perché non li riconosce mai al momento giusto e li uccide? O li applaude per smorzare la forza delle loro parole che frustano e giudicano? Perché, Signore degli eserciti, hai bisogno di uomini che scavino come un solco il popolo per potere seminare la tua Parola?
Immenso Giovanni seccato dal vento del deserto. Immenso profeta acido e violento, dai lunghi solchi che scavano le guance, roso dalla propria missione, svuotato dai lunghi digiuni e dalla penitenza! Quando sei andato via di casa per seguire quella voce interiore? Quando hai sentito la derisione dei tuoi compagni che ti prendevano per pazzo? Quanto silenzio assordante hai dovuto sopportare prima di scoprire che tu eri voce? Quante volte hai scrutato i volti tra la folla che giungeva a fiumi e si gettava in ginocchio davanti a te per vedere se – infine – egli fosse giunto? Quanto ti è costato dire che tu non eri nulla e che scomparivi davanti a lui, e che lui avrebbe acceso il fuoco che tu stavi preparando? Quanta verità in te, immenso Giovanni, che non hai cavalcato l’entusiasmo, che non hai giocato a fare il Messia o il guru ma sei stato al tuo posto rifiutando ogni corona e ogni gloria? Cosa hai provato vedendolo in mezzo ai penitenti – l’immacolato, il senza colpa, il puro – venire a chiederti il battesimo? E quanta solitudine e sconcerto hai provato – ultima prova, definitiva prova – quando nel buio di una cella ti sei chiesto se fosse davvero lui il Messia o se ti eri preso un abbaglio? Grande Giovanni, grande profeta che hai suscitato l’ammirazione di Dio!

Per bocca del profeta Dio annunciò: “Per voi… cultori del mio nome, sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia e voi uscirete saltellanti come vitelli di stalla” (Ml 3,20).
L’inno di Zaccaria è il mirabile sviluppo di questa profezia. Quando, obbedendo all’ingiunzione dell’angelo, diede a suo figlio il nome di Giovanni (che significa: Dio è misericordioso), avendo fornito la prova di una fede senza indugi e senza riserve, la sua pena finì. E, avendo ritrovato la parola, Zaccaria cantò un inno di riconoscenza contenente tutta la speranza del popolo eletto.
La prima parte, in forma di salmo, è una lode a Dio per le opere da lui compiute per la salvezza.
La seconda parte è un canto in onore della nascita di Giovanni e una profezia sulla sua futura missione di profeta dell’Altissimo. Giovanni sarà l’annunciatore della misericordia divina, che si manifesta nel perdono concesso da Dio ai peccatori. La prova più meravigliosa di questa pietà divina sarà il Messia che apparirà sulla terra come il sole nascente. Un sole che strapperà alle tenebre i pagani immersi nelle eresie e nella depravazione morale, rivelando loro la vera fede, mentre, al popolo eletto, che conosceva già il vero Dio, concederà la pace.
L’inno di Zaccaria sulla misericordia divina può diventare la nostra preghiera quotidiana.


Oggi la Chiesa celebra la nascita di Giovanni il battezzatore, l’unico santo, insieme a Maria, di cui si celebra il compleanno. La sua figura è stata talmente importante da meritare questo onore riservato a pochissimi!
Ci sono persone che rendono onore alla razza umana, uomini e donne che nelle loro scelte e nel loro operato ci fanno sentire orgogliosi di appartenervi. Giovanni è sicuramente fra questi: chiamato fin da bambino ad assumere un ruolo scomodo, quello del profeta, ha vissuto questo compito con grande serietà, diventando il punto di riferimento per un intero popolo alla ricerca di Dio. Ricerca che la rinata classe sacerdotale, sorta intorno al tempio in costruzione, evidentemente non riusciva a soddisfare. Quanta credibilità deve dimostrare un profeta per convincere migliaia di persone a scendere nel deserto per ascoltare una sua parola? Eppure anche per noi oggi è così: la fame e la sete di infinito che portiamo nel cuore ci spingono alla ricerca di parole che possono orientare le nostre scelte. Sempre più spesso, purtroppo, la nostra ricerca si indirizza verso parole poco credibili, bizzarre, stregonesche. Sul bisogno di felicità che portiamo nel cuore la società contemporanea ha costruito un intero sistema finanziario. Ciò che ci è necessario è, invece, una parola che ci conduca a Dio, che vada dritto all’essenziale. Una Parola di cui Giovanni è diventato voce.

Mercoledì della XII settimana del Tempo Ordinario
Mt 7,15-20: Dai loro frutti li riconoscerete.

Dai loro frutti li riconoscerete. Il detto di Gesù, talmente importante da essere ripreso due volte da Matteo in poche righe, diventa uno strumento molto importante per il discernimento delle persone di fede che incontriamo. Oggi, grazie alla capillare diffusione dei media, il mondo (anche cattolico) è davvero diventato piccolo e possiamo conoscere molte proposte interessanti, molti accattivanti progetti, molti predicatori affascinanti. Negli ultimi decenni abbiamo visto crescere nuove forme di aggregazione ecclesiale: movimenti, rivelazioni private, carismi… Come giudicare tutte queste novità? Il criterio è sempre lo stesso: dai frutti. Nessun rovo produce succosa uva da tavola! Così possiamo vedere se la fede proposta porta a frutti di conversione, di pace interiore, di operosa carità, di perdono. Ma se questo è vero possiamo anche dire il contrario!, ci sono persone che producono abbondanti frutti di bene e di luce pur non dichiarandosi apertamente credenti. Il vangelo di oggi, insomma, ci spinge a superare gli stereotipi, a non fermarci alle apparenze, così diffuse fra noi cristiani!, per andare all’essenziale, per restare concreti.

Giovedì della XII settimana del Tempo Ordinario
Mt 7,21-29: La casa costruita sulla roccia e la casa costruita sulla sabbia.

No, non ci bastano le parole. Abbiamo bisogno di parole credibili, pronunciate da persone che vivono ciò che dicono. La folla è ammirata da Gesù perché, diversamente dagli uomini religiosi del suo tempo, fa ciò che dice. Perciò la sua parola è autorevole, ascoltata e accolta. Così per noi: non basta professarsi cristiani per esserlo davvero, non basta dirsi credenti per vivere da discepoli. Anche le nostre parole, anche le mie, possono diventare sterili e teoriche manifestazioni di cultura teologica. La Parola che Dio pronuncia diventa il fondamento di ogni nostra scelta, di ogni nostra decisione. Poiché abbiamo scoperto che la volontà di Dio è tutto ciò che ci può costruire perché ci conduce all’essenziale di noi stessi, su tale volontà, espressa anzitutto attraverso la Scrittura, fondiamo la casa della nostra vita. Allora né tempeste, né affanni, né preoccupazioni, e nemmeno il nostro peccato possono far crollare ciò che è costruito a partire dalla Parola di Dio. Interroghiamoci, oggi, su quanto il Vangelo che meditiamo quotidianamente abbia scavato in noi stessi, colmando i nostri abissi di solitudine e aprendoci alla speranza.

Venerdì della XII settimana del Tempo Ordinario
Mt 8,1-4: Se vuoi, puoi purificarmi.

Lo voglio! Con questa perentoria affermazione Gesù accoglie il lebbroso che chiede di essere purificato. Purificato, prima ancora di essere guarito, perché la lebbra era ancora vissuta come una punizione divina a causa dei peccati commessi. Una visione di Dio drammatica che, pure, ancora oggi alberga nel cuore di molti, anche cristiani. Davanti alle disgrazie della vita, ai fallimenti, alle malattie, istintivamente ci viene da pensare di essere puniti da Dio per qualche colpa o incongruenza. Perciò il lebbroso vive la propria malattia con enorme senso di colpa, e manifesta il suo urgente bisogno di purificazione, la sua impellente necessità di cambiamento. Perciò Gesù lo accoglie e lo ascolta ed esprime con forza il suo desiderio: egli vuole che quest’uomo sia purificato! Dio desidera che il nostro cuore diventi puro, cioè che si liberi dalle tenebre e dalle ombre che ci provengono dal peccato o dall’inconscio o dal nostro passato. Dio desidera ardentemente che superiamo ogni senso di colpa, ogni senso di fallimento e inadeguatezza per recuperare, infine, la nostra dignità. E tornare ad essere liberi.

Sabato della XII settimana del Tempo Ordinario
Mt 8,5-17: Molti verranno dall’oriente e dall’occidente e sederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe.

Matteo raccontando gli episodi di guarigione ripresi dall’evangelista Marco, aggiunge un dettaglio, cita il profeta Isaia per sottolineare l’atteggiamento di Gesù che, come Messia, si fa carico della sofferenza del mondo. È una riflessione opportuna che ci aiuta a capire il senso delle guarigioni operate da Gesù: il Signore non è un santone che cerca notorietà ma, attraverso la guarigione, manifesta il vero volto di un Dio che compatisce la sofferenza degli uomini. Perché, allora, non evita la sofferenza agli innocenti? La Bibbia non offre risposte a questa domanda, ma indica l’atteggiamento di Gesù, figlio di Dio, che accoglie le persone ammalate, offre loro un orizzonte di speranza, a volte le guarisce nel corpo, sempre le guarisce nell’anima. Nella doppia guarigione del vangelo di oggi Matteo sottolinea anzitutto la fede del pagano: sono il suo desiderio e la sua bontà d’animo, non chiede la guarigione per sé ma per un suo servo, che attuano la guarigione. È vero: la bontà degli altri e la loro attenzione gratuita sono un sollievo da qualunque sofferenza. La suocera di Pietro è guarita per servire Gesù e i suoi discepoli. Siamo guariti per metterci a servizio del Regno.

Non si sa quale esigenza irrita di più ascoltando questo Vangelo: se l’abbandono totale dei legami familiari o il grado di amore chiesto dal Signore. Le parole di Gesù ci provocano fino allo scandalo. Il Signore non ci appare sotto un’altra luce agli occhi della nostra anima? Noi sappiamo che egli è comprensivo, sensibile e dolce. E soprattutto, speriamo che egli alleggerirà il fardello della nostra vita. Sorpresi, persino spaventati, indietreggiamo interiormente, e cerchiamo – sentendoci più minacciati che conquistati da questo Vangelo – di difenderci con la fuga.
Certo, il nostro cammino di fede ci ha fatto scoprire il Signore come il buon Pastore, che “ad acque tranquille ci conduce” (Sal 24,2). Come un Padre, la cui “grazia è nel cielo e la cui fedeltà fino alle nubi” (Sal 37,6). Soltanto una cecità spirituale ci impedirebbe di vedere il minimo segno dell’amore di Dio nella nostra vita: nella sicurezza familiare, nella salute del corpo e dell’anima, nella consolazione interiore di fronte ai colpi del destino e negli inattesi avvenimenti felici di ogni giorno. È per questo che cerchiamo la presenza del Signore e ci mettiamo al suo seguito.
Ma egli ci fa resistenza quando vogliamo mescolare i nostri interessi personali con la nostra relazione di amicizia. Quando separiamo i doni ricevuti da Colui che ce li dona, per costruire un piccolo mondo egoista alle sue spalle. Noi siamo allora vittime di una illusione, poiché la salvezza e il pieno compimento si trovano soltanto in lui. Perciò egli si erge contro l’egoismo tinto di religiosità, e vuole difenderci dagli inganni e dagli errori. Le sue esigenze, così irritanti, mirano al nostro sommo bene: egli vorrebbe rimanere il fondamento del nostro essere e delle nostre aspirazioni. Colui la cui vita è interamente centrata in Cristo manifesta anche la presenza di Cristo in mezzo ai suoi fratelli. E ciò che vale per il Signore vale anche per l’inviato: accogliere il forestiero, dissetare colui che ha sete, il rispetto dell’apostolo verso il messaggero. Costui ha una famiglia tra i fratelli e le sorelle in Cristo (cf. Mt 12,50).

Siamo di nuovo alle prese con le tremende esigenze della chiamata, e soprattutto con un difficilissimo punto chiave, di cui nessuno vuol più sentir parlare: la rinuncia, anche alla propria vita se occorre :” Chi avrà perduto la propria vita per causa mia la troverà”.

• Un solo comandamento

La stessa storia della Salvezza inizia con un invito alla rinuncia: ” Di tutti gli alberi del giardino potrai mangiare, ma di quello che è in mezzo no, altrimenti morrai”. Era l’unico comandamento! Se avessero saputo osservarlo, non ci sarebbe stato bisogno di istituirne altri, ma con la trasgressione sono aumentati pure i comandamenti, e anche ora vediamo che più l’uomo trasgredisce, più aumentano le leggi. E la vita si complica sempre più proprio perché l’uomo non è capace di rinunciare al male.
Ma perché la rinuncia a cose legittime, doverose, salutari e convenienti? Questa, per me, è la prova più certa e anche più bella dell’esistenza di Dio. E non solo della Sua esistenza, ma anche e soprattutto del Suo amore; infatti se non fossimo destinati alla Gloria e non fossimo chiamati alla comunione con Lui fin da quaggiù, non ci sarebbe proprio nessuna rinuncia da fare. E’ per far posto al “di più” che rinunciamo al “di meno” e allora la rinuncia diventa una vera e propria beatitudine.

• Cosa vuole Dio da te?

“Cosa vuole Dio da me?” Te lo sarai chiesto tante volte. Ebbene, Dio da te vuole…te! Nientemeno! Ecco perché ci chiede di rinunciare a tutto ciò che ingombra il nostro cuore. Questo cuore Lui, vuole riempirlo di Sé stesso.”Apri la bocca, la voglio riempire” (Salmo 81). Sì, apri la bocca, o il cuore o la mano, che il frutto della Gloria, Io te lo voglio dare (dice Dio), ma guai se la richiudi, perché richiudendola prenderesti solo del finito, mentre Io sono l’infinito. L’unica cosa che Io non ti posso dare, è quella che tu ti vuoi prendere per rapina. Rinunciare significa non richiudere la mano, ma rimanere a mani e cuore aperto, come un povero mendicante che sa che può solo ricevere. Mentre chiudere la mano sul frutto, vuol dire appropriarsi di cose finite e limitate mentre Dio vuole darci nientemeno che Sé stesso.

• L’artrosi dell’anima

Noi siamo fatti di intelligenza e volontà. Ora, la definizione filosofica dell’intelligenza è di essere appetito della verità, e quella della volontà è di essere appetito del bene e del massimo bene che è DIO. Ma dopo il peccato originale e ogni altro peccato, queste facoltà spirituali, hanno perso il loro orientamento naturale verso l’alto e si sono ripiegate verso il basso di modo che, invece di appetito di Dio, sono diventate appetito di potere, denaro, dominio ecc. ciò che S. Anselmo definisce la “natura curva”. Abbiamo l’artrosi dell’anima. La rinuncia a questi attaccamenti, è proprio quella che ci permette di ridiventare appetito del bene, e di ritrovare la signoria su noi stessi e liberarci dalla schiavitù delle cose. Quindi la rinuncia è una vera e propria beatitudine perché ci rende di nuovo capaci di volere Dio, raddrizzando la nostra natura curva e orientandola verso di Lui.
Oggi il concetto di rinuncia per Dio è quasi totalmente scomparso, ma esiste in altri ambiti: quello dello sport per esempio che comporta faticosi allenamenti, o quello della ” linea” che comporta diete su diete… eppure si affrontano allegramente, o quasi. Se si facessero per Dio, i sacrifici che si fanno per il “look” o per il pallone, avremmo un mondo pieno di santi….
Solo rinunciando a ciò che si oppone alla volontà di Dio, saremo perfettamente liberi e in più faremo l’esperienza che Egli non si lascia mai vincere in generosità e ci dà il centuplo fin da quaggiù.


Da http://www.lachiesa.it