Quarant’anni fa, il cardinale Carlo Maria Martini veniva eletto presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa. Martini scrisse: «Sogno un’Europa dello Spirito». In questa occasione, vi invito a rileggere la sua lettera pastorale Tre racconti dello Spirito (1997), che, quasi trent’anni dopo, si rivela di drammatica attualità.


Carlo Maria Martini
Chiesa di Miano
Anno Pastorale 1997 – 1998
Tre racconti dello spirito 1997-98 – Chiesa di Milano


Non ricordo il giorno preciso, ma so che era il mese di luglio del 1970. Avevo allora 43 anni. Stavo tenendo un corso sugli Atti degli Apostoli all’Università di San Francisco, in California. Più che mai, nel susseguirsi delle lezioni e nel contatto con gli studenti, mi urgeva dentro la domanda: ci sono, nella Chiesa del nostro tempo, comunità simili a quelle di cui parla questo libro? dove si trova oggi quella gioia, quell’entusiasmo della preghiera, quella forza della testimonianza il cui racconto, dopo due millenni, ancora ci affascina? dove esistono assemblee come quelle di cui parla san Paolo, nelle quali chi entra come estraneo si trova a un certo momento capito, svelato, coinvolto e sente sorgere spontanea l’acclamazione: “Veramente Dio è in mezzo a voi!” (cf. 1Cor 14,25)?

Fu in una di quelle sere che avvicinai per la prima volta un gruppo di persone che si diceva nato da un’esperienza dello Spirito santo e che coltivava la coscienza di riprodurre, nella Chiesa di oggi, il volto delle primitive comunità. Non erano esperienze per me del tutto nuove, ma il momento privilegiato che stavo vivendo, col libro degli Atti che mi faceva compagnia per tutto il giorno, mi metteva nella condizione di scrutarle più attentamente e di paragonarle con tante esperienze analoghe dei decenni precedenti della mia vita.

E’ così che toccai dentro di me quella vena sotterranea di interrogazione e di ricerca, sempre coltivata in seguito, che affiora oggi in questa Lettera pastorale: dove si trovano nel nostro tempo autentiche esperienze dello Spirito, simili a quelle dei primi cristiani? dove e come e quando esistono le condizioni perché un uomo o una donna, pur contagiati dal secolarismo, arrivino a esclamare: “Veramente Dio è in mezzo a voi!”? In altre parole: come lo Spirito santo, sempre all’opera nel mondo, risponde oggi alle sfide dell’immanentismo, dell’indifferenza religiosa, del consumismo, e vi risponde non con ragionamenti ma con fatti convincenti di Vangelo?

Questa mia Lettera sulla vita secondo lo Spirito nelle persone e nella comunità ecclesiale nasce dunque da una convinzione profonda, maturatasi in me presto, ma verificata attraverso l’intero percorso della mia vita, che attraversa coi suoi 70 anni buona parte del cosiddetto “secolo breve”, che è il nostro secolo, caratterizzato dalla rapidità e radicalità dei mutamenti intervenuti tra lo scoppio della prima guerra mondiale (1914) e il crollo del muro di Berlino (1989). E’ la convinzione che lo Spirito c’è, anche oggi, come al tempo di Gesù e degli Apostoli: c’è e sta operando, arriva prima di noi, lavora più di noi e meglio di noi; a noi non tocca né seminarlo né svegliarlo, ma anzitutto riconoscerlo, accoglierlo, assecondarlo, fargli strada, andargli dietro. C’è e non si è mai perso d’animo rispetto al nostro tempo; al contrario sorride, danza, penetra, investe, avvolge, arriva anche là dove mai avremmo immaginato. Di fronte alla crisi nodale della nostra epoca che è la perdita del senso dell’invisibile e del Trascendente, la crisi del senso di Dio, lo Spirito sta giocando, nell’invisibilità e nella piccolezza, la sua partita vittoriosa.

Ecco dunque come si articolerà la Lettera. Vorrei raccontarvi come questa convinzione abbia guidato i miei passi, specialmente a partire dal Concilio, nel cammino di biblista, e poi in seguito negli anni del ministero episcopale a Milano, per poi considerare, a partire dal mio racconto, quello che lo Spirito racconta di sé e del suo mistero e dedurne qualche conclusione pratica per il racconto che con lui facciamo del mistero di Gesù. Tutto ciò per capire con voi quale sia la risposta più credibile da dare alla domanda che è al centro della nostra pastorale in questa fine millennio: come il mondo moderno, soprattutto il mondo occidentale, può recuperare il senso del Trascendente?

La riflessione mi porterà a occuparmi anche di quei luoghi dell’esperienza dello Spirito che sono oggi i movimenti nella Chiesa. E’ importante chiarire fin dall’inizio il modo del mio approccio: desidero verificare come, sia in essi che in ogni altra esperienza “spirituale”, si possa cogliere il mistero del Dio vivente, qui e ora. Vorrei insomma, parlando in generale dei tanti cammini in cui lo Spirito santo si fa presente, individuare le forme e gli itinerari, anche di purificazione, per cui lo Spirito, attraverso tali esperienze, tocca veramente il nostro cuore, ci inquieta, ci consola, ci apre al Mistero santo.

1. Un cammino personale

Il bisogno di una rinnovata esperienza dello Spirito nasceva in me – e mi sembra in molti nella Chiesa degli anni sessanta e settanta – da una duplice causa: da una parte assistevamo a un inaridirsi della vita spirituale nelle realizzazioni di un malinteso “aggiornamento”; dall’altra ci sentivamo provocati a testimoniare la possibilità di vivere le beatitudini di fronte a un mondo che appariva per tanti aspetti sempre più “antievangelico”. Per qualcuno la seconda istanza diveniva urgenza di recuperare la fierezza dell’identità e dell’appartenenza ecclesiale, che sembrava indebolita o minacciata dai fenomeni della contestazione post-conciliare.

Fu così che, non solo nell’occasione sopra ricordata ma un po’ per tutti quegli anni e poi in seguito (e l’abitudine e il desiderio mi sono rimasti anche oggi), potei avvicinare le più diverse esperienze spirituali, nuove e antiche, dell’Oriente e dell’Occidente

Tra le nuove, alcune erano nate intorno a personalità carismatiche, in cui sembrava veramente che lo Spirito stesse parlando alle Chiese. Riscontravo i benefici di questi incontri soprattutto in un rinnovato senso di appartenenza comunitaria, in un maggior calore dell’esperienza spirituale, in una consolazione, che sembrava fugare le ansie e le paure di fronte all’impressione di un mondo abbandonato al degrado progressivo e alla crisi di tutti i valori.

Non mi pento di questa ricerca, che ha arricchito la mia vita e mi ha – lo spero – un poco “allenato” ad ascoltare lo Spirito che agisce con fantasia e creatività sempre nuova. Direi anzi che la ricerca aiutò me – e tanti altri – a riscoprire o, come allora si amava dire, a “riappropriarmi” di tanti luoghi “istituzionali” della presenza dello Spirito, come la Parola di Dio letta con fede e in preghiera al di là dell’acribia esegetica (ma non senza di essa), la ricchezza dei sacramenti, della liturgia e anche della pietà tradizionale, l’appartenenza fedele alla comunione ecclesiale e alla sua carità militante.

Insieme veniva crescendo sempre più, soprattutto a partire dal servizio episcopale (e la considero una grazia speciale di questo ministero) l’esperienza della sovrabbondanza con cui lo Spirito agisce senza clamore, nella quotidianità. Divenivo testimone di innumerevoli cammini silenziosi di persone note e ignote, a partire da incontri anche casuali. Mi colpiva, a esempio, lo scoprire quanto bene nascosto ci fosse in tanti ammalati, in persone anziane o sole, in famiglie che, senza clamore, accudiscono con eroismo bambini e adolescenti disabili e li colmano di affetto. Ricordo ancora oggi l’espressione che mi venne spontanea di fronte a un giovane gravemente infermo da anni, prossimo a morire: qui è all’opera Gesù risorto! Mi colpiva l’apertura di cuore di tanti carcerati, la disponibilità e le esigenti domande di senso di tanti giovani. Vedevo con ammirazione la crescita del bisogno di silenzio, di tempi prolungati di preghiera, di voglia di stare con i poveri, di fame della Parola di Dio. Mi impressionava lo scoprire – con gli occhi della fede educati da tali più calde esperienze spirituali – come lo Spirito agisse anche in quelli che definirei i “paesi” della lontananza o perfino dell’assenza di Dio. La constatazione è continuata, si è sviluppata e si è espressa pure in autentici momenti di grazia, come sono stati a esempio non pochi incontri della cosiddetta “Cattedra dei non credenti”.

Avvertivo così un duplice ordine di presenza dello Spirito santo: nella comunità ecclesiale, nei suoi cammini ordinari legati alle celebrazioni liturgiche e alle normali attività pastorali, nei suoi molteplici fermenti di rinnovamento, di cui i movimenti sono un segno cospicuo, anche se non unico; e nella vasta scena della storia, in tanti percorsi a prima vista opachi o lontani.

Insieme, avvertivo però grandi resistenze all’azione liberante del Consolatore. Da una parte l’inclinazione ad assolutizzare il proprio movimento o la propria esperienza spirituale, fino a cosificare il carisma originario, irrigidendolo in una sorta di bagaglio sovraimposto, col rischio di bloccare la maturazione profonda e libera della persona. Dall’altra parte la tendenza a banalizzare e “snobbare” qualunque cosa superasse il già noto o già previsto, la pretesa di programmare cammini propri o altrui prescindendo da ogni esperienza vissuta dello Spirito, relegandola fra le realtà superflue o addirittura alienanti. Ciò accade nella vita di molti battezzati, quando la fede si indebolisce e la ricerca delle cose visibili ruba il posto al primato da accordare all’invisibile.

Le due resistenze tendevano a concretizzarsi in due grandi tentazioni. La prima, la tentazione di sostituire all’esperienza personale dello Spirito, realizzata nell’appartenenza a un gruppo o a un movimento, il valore assoluto di questa stessa appartenenza, con la tendenza a fare del leader carismatico una sorta di referente indiscutibile, e con processi sottili di colpevolizzazione di chi avesse tentato una verifica critica del proprio vissuto. La seconda, la tentazione dell’autosufficienza, che diveniva evidente dapprima in una vita ecclesiale vuota e ripetitiva, giocata solo in alcuni gesti esteriori, e, nei suoi esiti estremi, nel rigetto di ogni appartenenza, di ogni riferimento all’invisibile, a un messaggio di salvezza proveniente dall’alto.

2. Una vicenda di Chiesa

L’esperienza del ministero episcopale a Milano mi ha permesso di verificare ulteriormente il bagaglio di riflessioni. Sento di potere e dovere lodare Dio per la grande ricchezza di esperienze dello Spirito che la nostra Chiesa offre, e che ho potuto conoscere di persona negli innumerevoli contatti e incontri di questi anni.

Penso in primo luogo a innumerevoli gesti della pastorale cosiddetta ordinaria, spesso considerata come “poco carismatica” da chi cammina per le vie dell’entusiasmo di piccoli gruppi. Ogni giorno e ogni settimana, nelle nostre comunità parrocchiali, viene spezzato con abbondanza il pane della Parola di Dio e il pane dell’Eucaristia, e molte persone semplici ne traggono alimento per credere e sperare anche in situazioni di vita al limite dell’eroismo. Penso inoltre alla grande grazia costituita dagli oratori, dai cammini di catechesi per tutte le età della vita, dalle opere di carità, dalla vita di fede di tanta gente silenziosamente unita al sacrificio di Cristo. Penso a tutta quella vitalità spirituale e pastorale che ha in molti Consigli pastorali parrocchiali e nell’Azione Cattolica il suo punto di riferimento; penso alla ricchezza di indicazioni dottrinali, liturgiche e spirituali contenute nei Progetti pastorali parrocchiali riscritti per la seconda volta dalle parrocchie lo scorso anno. Penso agli splendidi cammini vocazionali di tanti giovani e ragazze che ho potuto seguire. Penso a tutte le comunità religiose sparse nel territorio della Diocesi in cui, nella fedeltà a una regola, si dà testimonianza al Vangelo perseverando nella preghiera quotidiana e servendo il popolo di Dio, specialmente i più piccoli e i più poveri. Penso pure ai non credenti che ho incontrato e la cui ricerca sul Mistero è stata sollecitata da gesti semplici e quotidiani di credenti. Penso a tutti quegli incontri in cui persone o gruppi legati a movimenti nuovi o antichi mi hanno testimoniato quanto essi debbano a queste esperienze per la riscoperta della loro vocazione cristiana e persino sacerdotale. Penso all’entusiasmo, alla freschezza, al carattere “sorgivo” di certi modi di pregare e di parlare di Dio, di testimoniarlo nella povertà e nella vita comune.

D’altra parte ho potuto da Pastore fare esperienza anche delle resistenze e dei rischi accennati: ho verificato come è ampia tra la nostra gente la percezione di sentirsi abbandonata da Dio nel dolore e nella prova o la tentazione di non interessarsi a lui, nella convinzione della Sua irrilevanza. Tanti mi sembrano pensare o agire “etsi Deus non daretur”, come se Dio non ci fosse. Mi sono chiesto come raggiungere e almeno rendere inquiete queste coscienze perché si aprano alla ricerca del volto del Signore.

Ho verificato come i meccanismi di sclerotizzazione o di irrigidimento possano entrare nelle esperienze ecclesiali sia legate alla pastorale ordinaria sia connesse ai movimenti e alle associazioni fiorite negli ultimi decenni.

Soprattutto, ho percepito il tarlo sottile, che si insinua in parecchie di tali esperienze, di costituirsi come “chiesa nella Chiesa”, comunità chiusa in se stessa e resistente all’accoglienza delle indicazioni pastorali generali o anche solo al dialogo e alla collaborazione con altre esperienze ecclesiali. Sembra quasi che quanto più una comunità è rigida, esclusiva e coinvolgente, tanto più tenda ad essere totalizzante, rischiando alla fine di togliere la libertà nei suoi membri, e quanto più invece è tollerante e comprensiva, aperta a molti, tanto più tenda a sfilacciarsi e a divenire irrilevante. E tuttavia quante esclusioni produce la monopolizzazione che si può fare della propria esperienza spirituale o di quella del proprio gruppo di appartenenza! Il danno che ne deriva non è solo all’interno della comunità; tocca altresì il suo compito di annuncio del Cristo, perché non pochi, nel rigettare forme di appartenenza troppo rigide o chiuse, rigettano il Signore Gesù che quelle pure professano.

Mi è parso allora importante convocare tutta la nostra Chiesa e tutti gli uomini e le donne di buona volontà a un esame di coscienza generale: la posta in gioco, dal mio punto di vista, non è di poco conto, né si può misurare in calcoli di piccolo cabotaggio, in meschini giochi di potere nella Chiesa o nella società. La vera posta in gioco è l’apertura all’invisibile, è l’esperienza del Trascendente, è l’incontro con lo Spirito che è Signore e dà la vita e può suscitare il nuovo di Dio anche nel cuore o nell’ambiente più chiuso, appesantito o sclerotizzato.

Tento perciò di proporre a me stesso e a tutti voi alcuni criteri teologici sulla persona e l’opera dello Spirito santo, quasi un racconto che lo Spirito fa di sé, per ricavare dal confronto tra esso e la situazione sopra descritta alcune indicazioni operative, che sollecitino a rispettare il diverso, pur creando o mantenendo o rinnovando vincoli profondi di comunione. Vorrei poter aiutare tutti a trovare la giusta misura nel rapporto tra il rispetto dei cammini individuali di maturazione nella libertà e il coinvolgimento collettivo caldo ed entusiasta nelle comunità di appartenenza all’interno dell’unica comunione ecclesiale.