E se la vera resistenza ecclesiale di questi decenni non riguardasse il Concilio, Francesco o Benedetto XVI, ma quanto il vangelo afferma sul nostro rapporto con il Risorto e lo Spirito Santo?

Morgan Freeman nel ruolo di Dio in Una settimana da Dio (2003).

di Sergio Ventura
11 Giugno 2026
Per gentile concessione di
https://www.vinonuovo.it

Il tempo ordinario successivo a quello pasquale dovrebbe sollecitarci – noi “gente di Pasqua” – ad offrire una testimonianza gioiosa di vite personali e comunitarie rinnovate da esperienze di Resurrezione (DF 140). Tale notizia gustosa, poi, dovrebbe essere così attrattiva da incuriosire e stimolare il prossimo ad un’analoga esperienza di rinnovamento, personale e sociale (DF 151). In fondo, da quell’alba di duemila anni fa, la Chiesa «cammina insieme a tutta l’umanità, impegnandosi con tutte le sue forze per (…) essere il lievito efficace (…) nel mondo» (DF 20). Per questo motivo, i padri e le madri sinodali hanno affermato che camminare insieme ed evangelizzare, «sinodalità e missione sono intimamente congiunte: la missione illumina la sinodalità e la sinodalità spinge alla missione» (DF 32).

Per poter testimoniare e annunciare questa novità «alle donne e agli uomini di ogni luogo e di ogni tempo», «senza differenze di persone», è necessario però che la Chiesa operi come lo Spirito nel giorno di Pentecoste, ossia «valorizzando tutti i carismi e i ministeri» (DF 32). La «varietà» di carismi e di doni, di cui sono provvisti «tutti» i battezzati – «ciascuno secondo la propria vocazione e la propria condizione di vita» – proviene dalla libertà dello Spirito ed è finalizzata precisamente a «far fruttificare» la missione evangelizzatrice «nei diversi luoghi e culture» (DF 57; cf. anche LG 12). C’è quindi un forte legame, direttamente proporzionale, tra pluralismo intra-ecclesiale e universalità extra-ecclesiale: meno è diversificata e variegata la comunità ecclesiale, meno sarà capace di incarnare e rappresentare quel Regno di Dio di cui è «il germe e l’inizio» ma non «il Regno perfetto» (DF 20).

Ciascun battezzato, infatti, resosi docile all’azione dello Spirito (DF 81) e «mettendosi in ascolto della realtà in cui vive, può scoprire nuovi ambiti di impegno e nuove forme» per rispondere «alle esigenze» dei «contesti» (familiari, lavorativi e socio-culturali) in cui vive sulla base delle «proprie inclinazioni e capacità» (DF 58). Inoltre, proprio perché tutto ciò non costituisce un’«opzione privata», i battezzati coinvolti chiedono che la loro venga riconosciuta come «azione della Chiesa» e che quest’ultima «accompagni coloro che, per la loro testimonianza, sono stati attirati dal Vangelo»: in altri termini, le comunità ecclesiali – a partire dalla parrocchia (DF 117) – devono essere «capaci di inviare e sostenere coloro che hanno inviato» (DF 59). [1]

Certo, non è necessario che al fine di «permeare e trasformare le realtà temporali con lo spirito del Vangelo» i carismi dei battezzati debbano assumere «una forma ministeriale, dotandosi di criteri, strumenti e procedure adeguate», ma è anche vero che per «rispondere con creatività e coraggio ai bisogni della missione», a una «vera necessità pastorale», il discernimento della comunità e del suo Pastore può condurre alla decisione di creare «ministeri laicali (…) istituiti o non istituiti» (DF 66; cf. anche 77). [2]

– Fin qui tutto bene – diceva il protagonista del film L’odio (1995) prima della catastrofe finale. E noi con lui, perché almeno in conclusione è necessario segnalare – ancora una volta! – il nodo fondamentale del cammino sinodale e, a questo punto, della Chiesa attuale (universale e italiana) in merito alla missione.

Il Cristo risorto dalla morte che la Chiesa dovrebbe annunciare e testimoniare nella sua missione evangelizzatrice è un Cristo che – riconoscono i padri e le madri sinodali – nei vangeli viene innanzitutto cercato (DF 13) e di cui, quindi, la Chiesa dovrebbe innanzitutto essere in ricerca (DF 14; 140). Ma allora perché nel resto del documento solo una volta viene ricordato che «l’apertura al mondo permette di scoprire che in ogni angolo del pianeta, in ogni cultura e in ogni gruppo umano, lo Spirito ha sparso i semi del Vangelo» (DF 56)? È come se su questo aspetto, dopo il Concilio Vaticano II (cf. AG 4; GS 44) e nonostante il pontificato di Francesco (cf. EG 24; 246; 272; 288), si fosse ostruito il canale di comunicazione tra le esigenze del vangelo e la storia della Chiesa. Non è allora un caso che, tra i motivi principali per istituire un innovativo ministero dell’ascolto e dell’accompagnamento, emerga la necessità di conversione ecclesiale rispetto «all’accoglienza» di coloro che sono ai margini della Chiesa o si sono allontanati da essa o sono in qualche modo in ricerca (DF 78).

In gioco c’è ancora una volta la necessità, da un lato, di evitare l’annuncio e la testimonianza di un Risorto ridotto a Qualcuno di già da sempre dato, trovato e quindi semplicemente da trasmettere “bello e impacchettato”; e, dall’altro lato, di non dimenticare – come ricorda spesso lo stesso Leone XIV – che solo così è pensabile un Risorto che in modo sorprendente ed imprevedibile «arriva prima di noi, lavora più di noi e meglio di noi» e «a noi non tocca né seminarlo né svegliarlo, ma anzitutto riconoscerlo, accoglierlo, assecondarlo, fargli strada, andargli dietro (…) anche là dove non avremmo mai immaginato» (C.M. Martini, Tre racconti dello Spirito, Milano 1997, 11 – citato da Leone XIV nell’omelia del 2 aprile 2026). [3]

Ne va della qualità della missione evangelizzatrice: meramente trasmissiva o innanzitutto esplorativa? Ne va dei soggetti per la cui vocazione si prega: militanti-clericali o ricercatori-rabdomanti? Ne va, in fondo, della Trinità. Perché, diciamolo con franchezza, quell’illustre sconosciuto che spesso, nella tradizione cristiana occidentale anche cattolica, è stato lo Spirito Santo, oggi rischia di tornare tale: in nome di uno “strano” e, dopo il pontificato di Francesco, decisamente fraintendibile “rimettere al centro Cristo”. Come se la colpa di Francesco fosse stata quella di aver disperso Cristo nelle periferie, tra gli affamati e gli assetati, i nudi e i malati, gli stranieri e i carcerati (Mt 25,31-46). E non avesse avuto, invece, il merito di averci aiutato a riscoprirne lo Spirito laddove avevamo dimenticato che già da sempre fosse all’opera…

[1] Qui ritorna anche l’importante tema degli organismi di partecipazione perché, proprio per rendere più efficace la missione e la testimonianza nei vari ambienti, i padri e le madri sinodali hanno previsto che a tali organismi si partecipa, da un lato, «sulla base del proprio ruolo ecclesiale secondo le loro responsabilità differenziate a vario titolo» (DF 103) e, dall’altro lato, se si è «impegnati nella testimonianza della fede nelle ordinarie realtà della vita e nelle dinamiche sociali, con una riconosciuta disposizione apostolica e missionaria»: «in questo modo il discernimento ecclesiale beneficerà di una maggiore apertura, capacità di analisi della realtà e pluralità di prospettive» (DF 106).
[2] Tra i ministeri istituiti, l’assemblea sinodale ricorda il «sacramentale» del lettore, accolito e catechista (DF 75), mentre tra i non istituiti sono ricordati quelli «esercitati con stabilità su mandato dell’autorità competente» (come il coordinamento di una piccola comunità ecclesiale, la guida della preghiera comunitaria o l’organizzazione di azioni caritative), quelli «straordinari» (della comunione, delle celebrazioni domenicali in attesa di Presbitero, dell’amministrazione di alcuni sacramentali, del Battesimo, dell’assistenza ai matrimoni) e i «servizi spontanei» (DF 76). Rispetto «alla proposta di istituire un ministero dell’ascolto e dell’accompagnamento», i padri e le madri sinodali hanno manifestato «una varietà di orientamenti» tali da determinare «l’esigenza di proseguire il discernimento» ed eventualmente, nelle Chiese locali dove è sentita la questione, la corrispondente «sperimentazione» (DF 78).
[3] Questo aspetto è presente nel  Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia solo nel paragrafo 12, laddove si invitano i cattolici italiani ad «essere più attenti alla voce dello Spirito e più incisivi nella ricerca e nella testimonianza del Signore risorto». Non è presente, invece, laddove poteva esserlo, come ad esempio nel paragrafo 20, laddove si cita il DF 14, ma si parla solo di testimonianza mentre si tace sull’espressione «in ricerca». Ciò costituisce sicuramente un passo indietro rispetto ai Lineamenti del cammino sinodale italiano (come avevo evidenziato qui).