Nikos Kazantzakis disse una volta: «Il seno di Dio non è un ghetto, ma spesso lo sono i nostri cuori». E, purtroppo, lo sono anche le nostre ecclesiologie.

Negli ambienti ecclesiali odierni, sia liberali sia conservatori, le nostre ecclesiologie sono spesso tutt’altro che inclusive e cattoliche — “cattolico” nel senso di ampio e universale. Siamo piuttosto selettivi riguardo a chi siamo disposti ad accogliere nel culto e a chi riconosciamo la grazia e la sapienza di Dio. Tendiamo a scegliere i nostri compagni di culto secondo criteri ideologici, piuttosto che secondo quelli suggeriti da Gesù, e stiamo diventando sempre più esigenti. Sempre più spesso, all’interno delle nostre chiese, persone sincere si dividono da altre persone sincere, e le vecchie tensioni che un tempo esistevano tra le diverse confessioni ora esistono anche all’interno di ciascuna di esse.

Alla luce di tutto questo, può essere utile radicarci nuovamente in una verità fondamentale rivelata da Gesù.

Una delle sue rivelazioni più sorprendenti è che Dio non fa discriminazioni: «Dio fa splendere il suo sole sui buoni come sui cattivi». Dio, come il sole, splende allo stesso modo su ogni tipo di terreno, fertile o sterile. E se Dio riversa il suo amore in egual misura sui buoni e sui cattivi, allora certamente lo riversa in egual misura sui liberali e sui conservatori, sui rigidi e sui fantasiosi, su coloro che sono gioiosi e su coloro che sono amareggiati, sui politicamente corretti e su coloro che sono meno inclini a questo tipo di sensibilità, su coloro che appartengono al nostro ambiente ecclesiale e su coloro che preferirebbero vederci morti. È un pensiero sconcertante, ma tale, a quanto pare, è la portata dell’abbraccio di Dio.

Gesù lo afferma chiaramente: «Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore». Questa è un’affermazione sull’ampiezza dell’abbraccio di Dio, non sull’architettura di una dimora celeste. Il cuore di Dio, come rivelato da Gesù, è immenso, capace di accogliere differenze enormi e di reggere tensioni insopportabili.

Questa, a mio avviso, è una delle maggiori sfide per le nostre chiese oggi: allargare i nostri cuori, le nostre teologie, le nostre ecclesiologie e le nostre pratiche pastorali, così da essere più in sintonia con la grande verità rivelata dal nostro fondatore: nella casa di Dio ci sono molte dimore. Possiamo accogliere le differenze tra noi con pazienza, carità e rispetto? Possiamo sostenere e portare una tensione maggiore, invece di cercare sempre soluzioni che finiscano per includere alcuni ed escludere altri?

Raymond Brown, nel suo splendido libro La comunità del discepolo amato, mostra come la Chiesa primitiva, subito dopo la partenza di Gesù, si confrontasse già con molte delle tensioni che incontriamo oggi. Le comunità di Marco, Matteo, Luca e Paolo ponevano l’accento su aspetti molto diversi rispetto alle comunità che seguirono Giovanni.

Tuttavia, alla fine, la Chiesa scelse di canonizzare entrambi questi filoni, scelse di accogliere cristologie ed ecclesiologie diverse e di sostenere la tensione e la verità di entrambe. Scelse di porre queste differenze in paradosso, piuttosto che in opposizione.

Le parole di Brown alla fine di questo ottimo libro sono parole che noi, all’interno di ogni denominazione e di ogni ideologia presente in una denominazione, potremmo davvero prendere a cuore. Egli ci dice che la decisione della Chiesa di inserire il Vangelo di Giovanni nello stesso canone degli scritti di Marco, Matteo, Luca e Paolo fu una decisione di convivere con la tensione, di imitare l’ampio abbraccio di Dio.

Come afferma Brown, scegliendo di mantenere entrambi, la Chiesa «non ha scelto un Gesù che è o Dio o uomo, ma entrambi; non ha scelto un Gesù che è o concepito verginalmente come Figlio di Dio o preesistente come Figlio di Dio, ma entrambi; non uno Spirito dato a un magistero autorevole oppure il Paraclito-maestro dato a ogni cristiano, ma entrambi; non Pietro oppure il Discepolo Amato, ma entrambi. […] Ciò significa che una Chiesa come la mia, quella cattolica romana, con la sua enfasi sull’autorità e sulla struttura, ha negli scritti giovannei una coscienza interna contro gli abusi dell’autoritarismo. Allo stesso modo, le Chiese “libere” hanno nelle Lettere Pastorali un avvertimento interno contro gli abusi dello Spirito e, nella Prima Lettera di Giovanni, un avvertimento contro le divisioni a cui conduce la mancanza di un’autorità strutturata. Come un ramo della comunità giovannea, noi cattolici romani dobbiamo arrivare ad apprezzare che il ruolo pastorale di Pietro è veramente voluto dal Signore risorto; ma la presenza nelle nostre Scritture di un discepolo che Gesù amava più di quanto amasse Pietro è un commento eloquente sul valore relativo degli uffici nella Chiesa. L’ufficio autorevole è necessario perché vi è un compito da svolgere e l’unità deve essere preservata, ma la scala del potere nei vari uffici non è necessariamente la scala della stima e dell’amore di Gesù».

In un tempo di molte dispute ecclesiali, soprattutto sull’autorità, Raymond Brown ci ricorda che «la più grande dignità a cui aspirare non è né quella papale, né quella episcopale, né quella sacerdotale; la più grande dignità è appartenere alla comunità dei discepoli amati di Gesù Cristo».

Le nostre ecclesiologie dovrebbero far eco a questo.

2026-05-08
Per gentile concessione dell’autore
Padre oblato Ron Rolheiser è professore di spiritualità presso l’Oblate School of Theology e autore pluripremiato.
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