Vangelo della Settimana
VI settimana di Pasqua
Commento di Paolo Curtaz



Lunedì 11 Maggio (Feria – Bianco)
Lunedì della VI settimana di Pasqua
At 16,11-15   Sal 149   Gv 15,26-16,4: Lo Spirito della verità darà testimonianza di me.

Martedì 12 Maggio (Feria – Bianco)
Martedì della VI settimana di Pasqua
At 16,22-34   Sal 137   Gv 16,5-11: Se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito.

Mercoledì 13 Maggio (Feria – Bianco)
Mercoledì della VI settimana di Pasqua
At 17,15.22-18,1   Sal 148   Gv 16,12-15: Lo Spirito della verità vi guiderà a tutta la verità.

Giovedì 14 Maggio (FESTA – Rosso)
SAN MATTIA
At 1,15-17.20-26   Sal 112   Gv 15,9-17: Non vi chiamo più servi, ma vi ho chiamato amici.

Venerdì 15 Maggio (Feria – Bianco)
Venerdì della VI settimana di Pasqua
At 18,9-18   Sal 46   Gv 16,20-23: Nessuno potrà togliervi la vostra gioia.

Sabato 16 Maggio (Feria – Bianco)
Sabato della VI settimana di Pasqua (Messa del mattino)
At 18,23-28   Sal 46   Gv 16,23-28: Il Padre vi ama, perché voi avete amato me e avete creduto.

Domenica 17 Maggio (SOLENNITA’ – Bianco)
ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO A)
At 1,1-11   Sal 46   Ef 1,17-23   Mt 28,16-20: A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra.


Lunedì della VI settimana di Pasqua
Gv 15,26-16,4: Lo Spirito della verità darà testimonianza di me.

Sono due a dare testimonianza: lo Spirito e i discepoli della prima ora. Lo Spirito, il Paraclito, cioè il difensore, colui che protegge dagli assalti del mondo, il primo dono ai credenti da parte del risorto. È lui, lo Spirito, che spalanca il nostro sguardo interiore quando ci mettiamo a cercare la fede, quando spieghiamo le nostre vele per raccogliere il soffio di Dio, è lui che ci porta alla verità, che ci fa “avvertire” la presenza di Dio, spalancare il cuore. Lo Spirito dona testimonianza al Figlio e al Padre, è lui che si muove per spingerci ad accogliere la Parola del Signore con determinazione. Ma il cristianesimo non è personale esperienza mistica, slegata dalla storia! La testimonianza dello Spirito illumina quella dei discepoli che ci consegnano Gesù. Se ci siamo avvicinati al Maestro è perché qualcuno ce ne ha parlato in maniera credibile e convincente. Da sempre l’evangelizzazione è possibile grazie a questi due elementi essenziali l’uno all’altro: lo Spirito che accompagna e illumina la predicazione degli apostoli. Invochiamo lo Spirito per accogliere l’annuncio dei cristiani, lasciamo che sia la concretezza della Chiesa a dare forma e dimensione all’emozione suscitata dallo Spirito!

Martedì della VI settimana di Pasqua
Gv 16,5-11: Se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito.

È lo Spirito il grande protagonista di queste settimane, in attesa della Pentecoste che celebreremo fra qualche domenica. Gli apostoli sono smarriti, confusi… Come possono andare avanti senza il Signore, come possono affrontare l’immane compito di annunciare il Vangelo se lui non c’è più? Gesù non la pensa così, li richiama, li rimprovera: verrà il Paraclito a condurre la sua Chiesa. A volte anche noi ci lamentiamo della presunta assenza del Signore. Non è assente, tutt’altro, è il per sempre presente grazie all’opera dello Spirito. Se avvertiamo la sua assenza, forse, dobbiamo riprendere in mano la nostra preghiera e intensificare l’invocazione dello Spirito! Se la fede diventa nostro sforzo, congettura intellettuale, (buona) abitudine culturale allora avvertiremo sempre la presenza del Signore come un vago ricordo del passato. Lo Spirito, invece, rende Gesù nostro contemporaneo e ci aiuta a capire che il peccato consiste nel non riconoscerlo come manifestazione del Padre, che la giustizia di Dio consiste nella salvezza di ogni uomo e che il maligno è ormai sconfitto. Lo Spirito soffi abbondantemente su di noi!

Mercoledì della VI settimana di Pasqua 
Gv 16,12-15: Lo Spirito della verità vi guiderà a tutta la verità.

Non siamo in grado di portare il peso di tutta la verità, perciò il Signore ci porta alla verità gradualmente. Come un bambino non può fare indigestione di tutte le nozioni del mondo, e imparare di colpo tutto ciò che c’è da sapere nella vita, così il Signore fa con noi. Dio ha detto e dato tutto, certo, ma siamo noi ad aprirci all’azione dello Spirito per capire come interpretare e vivere quanto il Signore ha detto. Noi cattolici crediamo che la Rivelazione si sia chiusa con la morte dell’ultimo apostolo (perciò le rivelazioni private, anche le poche riconosciute non sono in alcun modo vincolanti!) e il deposito della fede è completo. Ma la Chiesa, grazie all’aiuto dello Spirito, continua a scrutare le Scritture per cogliervi le mille sfumature che contiene e poter capire quanto il Signore ci vuole svelare. Anche per noi, personalmente, è così: credere è un percorso che dura tutta la vita e la conversione un atteggiamento interiore che ci coinvolge ogni giorno. Non siamo mai definitivamente credenti ma sempre cercatori della novità della presenza di Dio. Invochiamo lo Spirito, allora, per non restare inchiodati alle nostre posizioni!

Nella festa dell’apostolo Mattia riascoltiamo il «comandamento nuovo» (Giovanni 13,34), ultimo e definitivo, dato da Gesù nell’ultima cena. Qui lo ridice: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».
Non riamare Lui, ma amare gli altri: così Cristo vuole essere riamato. D’altronde, chi non ama il fratello, la sorella che vede, come può dire di amare Cristo che non vede? «Potresti dirmi che non hai visto Dio, ma non potrai dirmi che non hai mai visto gli uomini. Affermi di amare Cristo? Osserva il suo comandamento e ama il fratello: se non ami il fratello, come puoi amare uno di cui disprezzi il comandamento?» (sant’Agostino).
Quello di Gesù è stato un amore fatto di azioni concrete e ripetute: si è reso prossimo a ogni uomo e donna che aveva di fronte, con misericordia; ha ascoltato e ha parlato; ha cercato di correggere gli errori dovuti all’egoismo e alle immagini distorte di Dio, ma poi ha dovuto arrendersi alla violenza di chi non accettava la sua novità… Questo e molto altro, sempre gratuitamente.
Insomma, Gesù ha fatto obbedienza a chi aveva di fronte, accettandone i limiti; si è liberamente sottomesso, senza mai fare violenza, ma anche senza mai cedere alla falsità, all’ipocrisia: si è comportato come un uomo libero. Tutto ciò è così espresso dal nostro brano: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici». Ecco il ritratto di Gesù e di ogni suo amico.

Oggi prega con noi Mattia, considerato apostolo anche se, come sentiremo nel racconto degli Atti, è entrato nel gruppo dei Dodici dopo la resurrezione, per sostituire l’apostolo Giuda.
Mattia, l’apostolo di recupero. Ci racconta Luca negli Atti degli apostoli che gli undici decisero di sostituire Giuda. Una scelta semplice, quasi romantica: restare in dodici, così come Gesù aveva scelto, dodici come le tribù di Israele, dodici come le dodici colonne sui cui poggia la Gerusalemme celeste. E tirano a sorte e la sorte cade su Mattia. Mattia, apostolo di riserva, che, come alcuni altri discepoli, ha vissuto l’intera esperienza del Maestro, dal Giordano al Golgota e che diventa – improvvisamente ed inaspettatamente – apostolo, uno dei dodici. Ormai è la Chiesa che sceglie, gli apostoli percepiscono il proprio ruolo come un ruolo nuovo, diverso, capace di prendere delle decisioni nel nome del Maestro e Signore. Anche noi, ciascuno, è chiamato di Dio attraverso l’opera della comunità, della Chiesa. Certo magari non veniamo tirati a sorte, ma ciascuno riveste un ruolo, adempie ad una vocazione specifica. Se abbiamo l’impressione di avere vissuto una vita in panchina, di non avere mai avuto l’occasione di manifestare le nostre capacità, la nostra bravura, se gli eventi della vita ci hanno impedito di fiorire, di realizzarci, non temiamo, abbiamo un patrono, Mattia, l’apostolo in panchina. Sia lui a incoraggiarci nel cammino della vita e della fede. È il Signore che ci ha scelto e ci ha costituiti per portare frutto, per dare testimonianza all’amore del Padre.
Mattia, apostolo di riserva, sei stato chiamato in maniera inattesa. Donaci un cuore sempre pronto a partire, un cuore sempre libero di alzasi per seguire il Maestro

Giovedì della VI settimana di Pasqua
Gv 16,16-20: Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia.

Spesso abbiamo l’impressione (e anche più di un’impressione) che il Signore sia lontano, o distratto. Magari abbiamo fatto un percorso di conversione, abbiamo scoperto la bellezza della fede, iniziato l’avventura della vita interiore salvo poi scoprire, dopo qualche difficoltà, che non tutto è semplice, che non tutto è radioso, e l’uomo vecchio che è dentro di noi torna a farsi sentire con prepotenza… Il rischio di lasciarsi andare allo scoramento è forte ed alcuni abbandonano la strada. Come il famoso seme della parabola, gli affanni della vita e l’incostanza soffocano la pianticella appena germinata… Che la nostra vita spirituale sia fatta di momenti splendidi e di rallentamenti è del tutto normale: non dobbiamo viverli come dei fallimenti! L’unico modo che abbiamo di vivere e di credere è procedere per tappe, alternando progressi a rallentamenti, a momenti veri e propri di stallo. Gesù, oggi, ci sprona a non cedere, a tenere duro, a non mollare. Se anche ci sono degli inevitabili momenti di tristezza (anche nel discepolo più motivato e santo!), dobbiamo fissare il nostro sguardo sulla gioia che ci sarà data quando, alla fine del percorso, vedremo Dio faccia a faccia.

Venerdì della VI settimana di Pasqua
Gv 16,20-23: Nessuno potrà togliervi la vostra gioia.

Il difficile discorso che abbiamo iniziato ieri continua oggi con un colpo d’ali che ci mette proprio di buonumore. È inevitabile che ci siano dei momenti di fatica e di stanca nel nostro percorso: ai discepoli la sofferenza non viene evitata. A volte sono sofferenze che provengono dall’esterno, altre volte dallo scoraggiamento o dalla depressione o dalla malvagità altrui, altre volte ancora la tristezza nasce dalla consapevolezza del nostro peccato. Ma, ci ammonisce Gesù, la sofferenza è evento temporaneo e non inutile. Stiamo vivendo le doglie del parto di un “noi” nuovo, diverso. Il fatto di avere conosciuto la fede, di avere aperto la nostra vita con gioia al vangelo non significa automaticamente non avere problemi o intoppi. Tutta la nostra vita è un percorso, un cammino, anche faticoso a tratti. Ma anche il parto più duro è affrontato con determinazione sapendo che stiamo dando alla luce una nuova creatura. Se anche la fede ci pone in una dimensione nuova, percorrendo la strada del discepolato siamo sempre più consapevoli che la pienezza cui aneliamo inizia qui ma finisce altrove. E alla luce di quell’altrove perseveriamo senza scoraggiarci.

Sabato della VI settimana di Pasqua
Gv 16,23-28: Il Padre vi ama, perché voi avete amato me e avete creduto.

Il discepolo è chiamato a chiedere al Padre nel nome di Gesù, a pregare Dio attraverso il Maestro. Perciò le nostre preghiere liturgiche terminano sempre con l’invocazione per Cristo Nostro Signore cui rispondiamo con un laconico e spento amen (che dovrebbe esprimere con forza tutta la nostra approvazione!). Gesù ci chiede di pregare il Padre nel suo nome per chiedere ciò che ci dona gioia. Molto spesso a me succede, invece, di chiedere al Padre un sacco di cose di cui penso di avere assoluta necessità senza interrogarmi se esse rappresentino o meno la sorgente della gioia profonda! Spesso le nostre preghiere non vengono esaudite perché non hanno nulla a che vedere con la nostra felicità. Chiedere a Dio di intervenire per fare cose che potremmo benissimo fare noi o per donarci soluzioni a problemi che noi per primi abbiamo contribuito a creare è perlomeno scorretto! Concentriamoci nella preghiera a Dio, per mezzo del Signore Gesù, chiedendogli tutto ciò che ci può donare veramente la gioia. Sia lo Spirito a orientare le nostre richieste perché lui solo sa di cosa abbiamo veramente bisogno.

Il Signore risorto è ritornato nella Galilea pagana. È qui che egli aveva cominciato ad annunciare la conversione e il Vangelo del Regno (cf. Mt 4,15.17.23). È qui, in questo luogo di frontiera, che egli aveva dato appuntamento ai suoi discepoli, che si erano dispersi quando egli, il pastore, era stato ferito (cf. Mt 28,8-10). È ritornato sui luoghi dell’inizio, per dare loro la pienezza: il Risorto è la luce decisiva che rischiara tutti coloro che camminano nelle tenebre e nell’ombra della morte.
Egli ha convocato i discepoli – in numero di undici – su una montagna, come all’inizio li aveva condotti sulla montagna, quando parlò loro per annunciare la via della felicità del regno dei cieli (cf. Mt 5,1). Dio ha anche convocato il popolo ai piedi del Sinai quando ha voluto fare di lui la sua “ekklesia” (cf. Es 19). Il Risorto è su questa montagna in Galilea, che simboleggia l’incontro tra il cielo e la terra, dichiarandosi, solennemente, come colui che ha ricevuto tutta l’autorità nei cieli e sulla terra (cf. Mt 28,18).
Da questa montagna egli invia i discepoli – e in loro, e con loro, noi tutti che li seguiamo lungo la storia – a convocare la Chiesa per riunirla dai quattro punti cardinali del mondo nel regno; nessuno è escluso dalla parola e dalla partecipazione alla vita della famiglia divina: la comunione del battesimo con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo (cf. Mt 28,19-20).
Oggi noi, come gli undici discepoli sulla montagna, lo adoriamo e riaffermiamo la nostra obbedienza al suo comando missionario. Egli sembra assente ma è in realtà sempre presente tra di noi (cf. Mt 28,20). È per questo che si è fatto uomo nel seno della Vergine Madre: per essere l’Emmanuele, il Dio con noi (cf. Mt 1,23), fino alla fine del mondo.

L’Ascensione di Gesù ci invita a guardare in alto. Quest’anno poi, cade in un momento particolarmente propizio. Infatti in questi ultimi mesi non sentiamo altri inviti che quelli di guardare a destra o a sinistra; sollecitati a spron battuto a scegliere vari colori e a puntare verso una meta che nessuno di preciso sa dirci quale sarà!
Finalmente un Avvenimento -l’Ascensione- che ci invita a guardare solo in alto verso gli schieramenti celesti, dove l’unico colore è il bianco delle vesti dei due Angeli spendenti di candore e la meta – questa certissima- che ci viene promessa è il Cielo.
Momento solennissimo della vita di Gesù sulla Terra, come sono solenni tutti gli ultimi istanti di una vita umana che si conclude. Chi di noi non ricorda gli ultimi minuti delle persone care che ci hanno lasciato e che si sono scolpiti in modo indelebile nel nostro cuore?
Gesù conclude l’ultima tappa – quella gloriosa- della sua vita terrena. La prima era quella dei trent’anni di vita nascosta, seguita dai tre anni di vita pubblica e dai tre giorni di vita sofferente, e poi ci furono i 40 giorni di vita gloriosa.
Ora Gesù se ne va! Definitivamente! Il suo tempo è terminato. Non ci saranno più giorni, né notti; il cammino è concluso, la meta raggiunta, la missione compiuta.
Gesù se ne va. Gli Apostoli non lo vedranno più! E’ forse per questo che Egli fa scendere su di loro, con un gesto in cui rifulge tutta la Sua Maestà, la sua solenne benedizione.
La benedizione Dio non l’aveva mai ritirata dall’uomo. Già fin dall’inizio della creazione, dopo il peccato originale, Dio aveva maledetto il serpente, ma non aveva maledetto l’uomo. Anzi, mentre di tutte le altre cose create la Genesi dice: “E Dio vide che era cosa buona”, quando si passa all’uomo c’è un salto di qualità: “E Dio lo benedisse”.
Gesù benedice i suoi Apostoli e mentre li benedice si stacca da loro e si eleva in alto; Lui si allontana, ma la sua benedizione rimane su di loro. E li trasforma. I fuggiaschi del venerdì santo diventeranno i testimoni infuocati del loro Maestro morto e risorto. Il ricordo del Signore benedicente darà loro una forza straordinaria, fino a dare la vita per Lui.
E Gesù continua a salire lentamente nel cielo, finché “una nube lo sottrasse ai loro sguardi” e i discepoli non lo vedono più. E rimangono lì attoniti a guardare in alto finché due Angeli non vengono a scuoterli. Allora si inginocchiano, si prosternano in adorazione come per dare un ultimo estremo saluto al loro Signore che parte. Egli vive ora in una “distanza assoluta”; è alla destra del Padre nello splendore della Gloria, riscattato da ogni umiliazione ed esaltato al di sopra di ogni creatura. La Sua Maestà ora non ha più confini: è il Signore assoluto di tutto l’Universo. E’ il vivente che sta davanti al Trono come un’eterna offerta. E’ il nostro Salvatore glorioso e il nostro avvocato. E un giorno tornerà.
Con l’Ascensione termina la missione terrena di Gesù e inizia quella dei discepoli, cioè quella della Chiesa.
La Risurrezione e l’Ascensione hanno provato in modo definitivo l’origine e la natura divina di Gesù. Questa festa è perciò una grande occasione di speranza. Quando ci sentiamo esuli e sballottati dai flutti della vita, guardiamo oltre le nubi, come gli Apostoli: non vedremo più il Maestro, ma sappiamo che è andato a prepararci un posto e ci attende. La nostra vita è tutta protesa verso un evento, quello dell’incontro.

Materiale ripreso da:
http://www.lachiesa.it