“Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto”
di Goffredo Boselli, monaco*


Il Blog di Enzo Bianchi

Nel racconto della nascita di Gesù un dato che emerge con grande forza è che il bambino nasce in un mangiatoia “perché per loro non c’era posto nell’alloggio”, annota l’evangelista. Luca ci presenta della povera gente, dei viandanti, lasciata fuori dalla porta. Dicendo “perché per loro non c’era posto”, il testo sembra intendere che magari il posto per altri ci fosse, ma “per loro non c’era”. Sebbene quella nascita avvenga in una situazione di precarietà e privazione, non manca tuttavia di ciò che è essenziale per un bambino che viene al mondo: l’amorosa accoglienza di un padre e di una madre che ne vogliono e desiderano la venuta al mondo. La nascita del Signore Gesù è avvenuta lontano dal suo paese, in condizioni provocate da un rifiuto, sempre facile nei confronti di gente povera e anonima, lungo un cammino intrapreso dai suoi per obbedire a un decreto dei dominatori stranieri. Già la sua nascita porta l’impronta della scelta di vita fatta da Gesù. Per questo, la povertà di Gesù non è da ridurre a una mera condizione sociologica, ma la povertà consapevolmente scelta da Gesù come sua forma di vita è stata il suo modo di venire al mondo, di stare al mondo e anche andarsene dal mondo.

L’evangelista Giovanni esprimerà teologicamente l’annotazione narrativa di Luca “per loro non c’era posto”, e nel prologo del suo vangelo, mentre confessa che “il Verbo si è fatto carne” annota immediatamente “venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto” (Gv 1,11). Ecco il primo dato, che ci viene tanto da Giovanni quanto da Luca nel loro annuncio del mistero dell’incarnazione di Dio: questo bambino è nato non accolto, escluso. Lui che farà della santità ospitale il tratto essenziale del suo stare con gli altri.  

C’è qui una perfetta simmetria tra il modo di  nascere e il modo di morire di Gesù, che più che una corrispondenza narrativa è una coerenza di vita. Egli fu portato fuori e crocifisso tra delinquenti. Al grido “crocifiggilo, crocifiggilo”, sono tutti concordi nel dire che per uno come lui non c’era posto, da parte di tanti volti anonimi di una folla come dei potenti che hanno nome Erode, Pilato e Caifa.

Perché questo modo? Perché questo bambino che è nato è uomo e solo quello: l’uomo che è soltanto uomo, che non ha onori da rivendicare o titoli da ostentare, non è integrato né integrabile. Se guardiamo a Gesù senza la fede in lui come Figlio di Dio, e dunque semplicemente come uomo, Gesù è esattamente l’esempio dell’uomo che vive tra gli uomini ma gli uomini non lo accolgono. Non lo accolgono perché la sua semplice presenza contraddice il modo concreto con cui gli uomini concepiscono la loro vita, la progettano e spesso la sognano. Immaginiamoci, poi, cosa può accadere se quest’uomo ha anche la pretesa di avere una parola veritiera su Dio, di esserne la rivelazione, di esserne il Figlio.

“Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto”, questo significa almeno una cosa, che Dio non va cercato tra i suoi. Dio va cercato non dove pensiamo possa naturalmente e religiosamente essere. Non dove vorremmo che fosse, ma dove lui ha stabilito la sua tenda. E la tenda di Dio è sempre fuori della città, perché il bambino di cui a Natale celebriamo la nascita è il bambino nato escluso, lasciato fuori ed emarginato dai suoi, non da altri. Dal momento che era uno di loro, avrebbero dovuto riconoscerlo per primi.

Questo significa che fin dalla sua nascita Gesù di Nazaret ha rivelato un Dio non solo in contrasto con le nostre umane attese su Dio, diverso da come ce lo siamo immaginato, rappresentato e raccontato, ma che Gesù rivela un Dio che invece è esattamente ciò noi escludiamo di lui, in quello che per noi è l’opposto di Dio: vale a dire, l’umano nella peculiare forma dell’escluso, del povero, del marginale, dello straniero, del peccatore, dell’eretico. É  lo scandalo provato dai farisei alla vista di Gesù seduto alla tavola dei peccatori in casa di Levi (cf. Mt 5,29-32): lo trovano là dove per principio avevano escluso che Dio potesse stare. Non si accorgono che definendolo “amico dei peccatori” in realtà enunciano un titolo cristologico. Il rabbi Gesù si fa escluso con gli esclusi, perché lì è venuto nel mondo.     

Perché il Natale sia vangelo dobbiamo finalmente convincerci che per arrivare a conoscere il Dio di Gesù dobbiamo non solo ascoltare ma interiorizzare questo “e i suoi non lo hanno accolto”, vale a dire che ciò che nella mia conoscenza, ricerca e idea naturale di Dio escludo di lui, lui ha posto la sua tenda, e solo lì lo posso incontrare. Il vangelo del Natale ridesti in noi il bisogno viscerale di confrontarci con tutto ciò che è lontano da noi, emarginato dalla forza della nostra esclusione e li conoscere, accogliere e adorare Dio.

*Brano tratto da G. Boselli, Attendere l’inatteso, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 2022