Il 20 novembre, domenica prossima Festa di Cristo Re, il medico missionario comboniano P. Giuseppe Ambrosoli diventa beato, con una cerimonia in Uganda fissata già per novembre di due anni fa ma rimandata a causa della pandemia. Vi propongo una serie di articoli in preparazione a questo evento e per meglio conoscere questa grande figura di missionario.


Sacerdote professo della Congregazione dei Missionari Comboniani del Cuore di Gesù, morto nel 1987 a Lira, in Uganda. Dare gloria a Dio, percorrere la strada della santificazione attraverso un profondo amore a Gesù e ai fratelli, attingere dalla sorgente eucaristica la forza per aiutare le persone più fragili: questo fu il suo programma. Uomo dell’accoglienza e della generosità, «da ricco che era si fece povero» e, operando con mentalità profondamente cristiana, fu per tutti la “buona notizia” del Dio misericordioso

“Le persone devono sentire l’influsso del Gesù che porto con me; devono sentire che in me c’è una vita soprannaturale espansiva ed irradiantesi per sua natura”

Giuseppe Ambrosoli nacque a Ronago, presso Como il 25 luglio 1923. Settimo figlio di Giovanni Battista Ambrosoli, l’iniziatore della famosa omonima azienda del “Miele Ambrosoli” e di Palmira Valli, il cui padre era conosciuto in Como come “il medico dei poveri”.

Nel suo ambiente familiare non c’erano distanze di ceto o di classe, ma una serena fusione di cuori e di intenti, una operosa apertura e solidarietà verso tutti, una fede luminosa e discreta: questo fu il clima nel quale si svolse la sua infanzia e adolescenza.

Dopo la scuola superiore Giuseppe si iscrisse alla facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Milano, ma dovette interrompere gli studi a causa della guerra. Durante questi anni giovanili fece parte del gruppo diocesano di Azione Cattolica, nominato il “Cenacolo”, vera fucina di vocazioni sacerdotali e laicali.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, rischiando la vita, si impegnò per aiutare a rifugiarsi in Svizzera un gran numero di ebrei, di ex militari e di renitenti alla leva della Repubblica Sociale Italiana, destinati ai campi di concentramento nazisti. Anch’egli dovette riparare in Svizzera, ma rientrò in Italia per evitare il minacciato rischio di una rappresaglia nei confronti dei familiari. Le autorità della Repubblica di Salò lo arruolarono e lo inviarono con altri studenti medici in Germania nel campo di addestramento di Heuberg (Stoccarda). Anche qui si prodigò per aiutare e sostenere moralmente i compagni, spesso fiaccati dal duro addestramento e disprezzati dai tedeschi. In questo periodo maturò la vocazione missionaria, come poi riferì un suo commilitone.

Finita la guerra riprese gli studi di medicina per laurearsi nel 1949. Dopo, per prepararsi meglio alla vita missionaria, studiò medicina tropicale a Londra e scelse di entrare nella Congregazione dei Missionari Comboniani del Cuore di Gesù, fondata da San Daniele Comboni. Dopo due anni di noviziato emise i primi voti e, pur non avendo ancora completato l’iter formativo teologico, il 17 dicembre 1955 fu ordinato sacerdote.

L’anno seguente partì per l’Uganda e fu assegnato a Kalongo dove contribuì con la sua opera instancabile a portare a piena fioritura le primitive opere sanitarie della missione ideate dai comboniani P. Alfredo Malandra e Suor Eletta Mantiero. Si dedicò alla trasformazione di quello che allora era un semplice dispensario e alla realizzazione della scuola per ostetriche “St. Mary’s Midwifery Training Centre”.

Contemporaneamente, si impegnò nello studio della lingua Acioli, parlata localmente. In breve tempo l’ospedale si ingrandì e si arricchì di reparti, fino ad avere circa 350 posti letto e diventando ben presto un punto di riferimento per l’intera Africa centro-orientale. Alla luce del principio ispiratore di Mons. Comboni Salvare l’Africa con l’Africa, coadiuvato dalle suore comboniane, poté far sorgere la scuola per ostetriche e infermiere che contribuì al miglioramento della qualità dell’assistenza sanitaria ugandese. In seguito associò al suo ospedale anche l’assistenza a due lebbrosari. Per la sua opera umanitaria ebbe anche dei significativi riconoscimenti da parte di istituzioni mediche italiane.

Il suo servizio, realizzato con indomita tenacia e fortezza cristiana, si ispirò costantemente ad una sua frase che lo ha definito e fatto entrare nel cuore dei confratelli, delle suore che hanno operato con lui, dei medici che lo hanno coadiuvato nell’ospedale di Kalongo in Uganda, delle puerpere e degli ugandesi in generale curati con totale dedizione e infinita tenerezza e competenza: «Dio è amore e io sono il suo servo per la gente che soffre». Giuseppe Ambrosoli davvero collocò il Cristo sofferente al centro focale di tutta la sua vita e per questo l’ammalato, icona vivente del Signore crocifisso, divenne la priorità di ogni suo pensiero, di ogni sua preoccupazione e di ogni sua azione.

Profondamente partecipe al mistero della croce, alimentò costantemente la sua fede con la liturgia, la preghiera, la ricerca della volontà del Signore e la fedeltà alla sua consacrazione. Dare gloria a Dio, percorrere la strada della santificazione attraverso un profondo amore a Gesù e ai fratelli, attingere dalla sorgente eucaristica la forza per aiutare le persone più fragili: questo fu il suo programma. Uomo dell’accoglienza e della generosità, «da ricco che era si fece povero» e, operando con mentalità profondamente cristiana, fu per tutti la “buona notizia” del Dio misericordioso.

Ma la guerra civile, che investì il nord dell’Uganda, gli causò non pochi problemi all’attività, che, nonostante fosse vittima di un’assurda guerra fratricida tra ugandesi, riuscì a mettere in salvo i pazienti dell’ospedale e a garantire altrove la continuità dei corsi della scuola ostetriche.

La sua salute, già minata da una grave insufficienza renale, ne risentì per questi enormi sforzi e sacrifici. Le sue condizioni peggiorarono e il 27 marzo 1987 a Lira (Uganda), ricco di meriti e di virtù, chiuse gli occhi alla luce di questo mondo, totalmente abbandonato alla volontà di Dio.

Dicastero delle cause dei santi