Non possiamo vivere senza speranza, ma questo non è un compito evidente né facile. La vita è tattile, è ciò a cui ci possiamo avvicinare, è quel che portiamo tra le mani. Attenzione, però: la vita non si riduce solo alla memoria e al presente che sperimentiamo con i sensi. In effetti noi abbiamo bisogno di un’educazione alla speranza. La speranza non è un lenitivo che addormenta il dolore finché non avremo acquistato coraggio per affrontare seriamente la vita, ma è una forza che impregna fin da ora il presente e ci motiva alla trasformazione della storia. La speranza non è un procrastinare sine die, è un impegno. Non è un’astrazione idealizzata, è un dinamismo concreto, una laboriosità nel qui e ora, un’apertura al futuro. Quanto al suo significato profondo, e a come la si pratica, c’è quella storia del vecchio monaco che aveva deciso di raggiungere la cima di una certa montagna e che, a una delle prime tappe del cammino, pernotta in una locanda. Il locandiere nota la sua fragilità e tenta di dissuaderlo facendogli l’elenco dei pericoli che quell’impresa celava. Ma il monaco rispose: «Sono sicuro di arrivare alla meta». «E come può un uomo debole come te avere una simile certezza? Per di più, è in arrivo un inverno duro». L’anziano replicò: «Ho posto il mio cuore lassù, per questo so che i miei passi, per quanto incerti, giungeranno fin là».

José Tolentino Mendonça
Avvenire 11 maggio 2019