Quando penso alle meravigliose tele monocromatiche di Lucio Fontana, con quei tagli precisi praticati con il coltello, non posso fare a meno di ricordare che il pittore cominciò a lavorare in quel modo quando aveva quasi 60 anni. L’ascolto della nostra anima è, frequentemente, più lungo e lento di quanto noi non supponiamo, e non è in maniera immediata che riusciamo a esprimerlo. È anche vero, però, che non è mai troppo tardi per trovare il proprio linguaggio personale e profondo. Mi piace molto il sottotitolo che Fontana diede a queste opere con i tagli: le chiamò Attese. È una parola giusta per spiegare quelle cesure che avvengono fuori e dentro di noi. E certamente costituisce un modo saggio di comprendere che anche le ferite, le lacerazioni e i colpi sono, in fin dei conti, linee in movimento che ci connettono con l’aspettativa pulsante della vita stessa. L’attesa non è rappresentata, nell’arte di Fontana, come un’aggiunta, né attraverso una qualsivoglia tipologia ornamentale. Al contrario: è nella superficie nuda, in questo sforzo di riduzione al nucleo essenziale di un solo colore che l’attesa si disegna, allora, come una fessura, un’ipotesi di passaggio. E, per concludere, un ultimo elemento curioso: dietro alle tele, l’artista scrisse frasi che fanno parte dell’opera, ma che noi non vediamo. In una di esse annotò: “È un bellissimo giorno di maggio”.

José Tolentino Mendonça
Avvenire 8 maggio 2019