Per favore, quando andate da un ammalato, non riempire di motivazioni di promesse del futuro. Il gesto della vicinanza parla più con la presenza che con le parole. Ci sono tre linguaggi che ti fanno vedere la maturità di una persona: il linguaggio della testa, il linguaggio del cuore e linguaggio delle mani. E noi dobbiamo imparare a esprimerci in questi tre linguaggi: che io pensi quello che sento e faccio, senta quello che penso e faccio, faccia quello che sento e penso.

Il 24 ottobre Papa Francesco ha incontrato in Vaticano i Seminaristi e i Sacerdoti che studiano a Roma. Qui di seguito degli estratti del dialogo con i presenti all’udienza.

Domanda

Papa Francesco, in questi anni a Roma, insieme a un mio confratello, abbiamo seguito un gruppo di ragazzi dopo la Cresima in una parrocchia qui vicino. Tutti e due veniamo da altri Paesi. Un giorno un giovane mi ha detto: “Ma ti sei accorto che lui – riferendosi all’altro confratello – parla meglio di te l’italiano? Tu invece usi meglio le mani e i gesti”. Con questa osservazione di un ragazzo ho capito che nell’evangelizzazione tanto vale il parlare bene quanto accompagnare con le mani il discorso. Tanto importano le parole, quanto i gesti e forse per gli italiani sono i gesti che accompagnano le parole. Nella formazione verso il sacerdozio ci insegnano tanto come parlare, come usare bene le parole e la parola, a fare un discorso filosofico coerente, a interpretare la Scrittura, a fare un bel sermone in Chiesa. Tuttavia Lei, Santo Padre, ci ha fatto vedere l’importanza dei gesti, delle opere, della tenerezza concreta, e quanto sono potenti i gesti, quanto sono eloquenti i nostri gesti. Io vedo come Lei abbraccia i sofferenti, e quanto vorrei farlo pure io. Vedo come bacia i malati, e quanto vorrei farlo pure io. Vedo come tocca i bisognosi, e quanto vorrei farlo pure io. So che non si imparano i gesti dalla notte al giorno, e so che non sarò mai un sacerdote che predica con l’esempio se non imparo il linguaggio dei gesti da oggi. Come ha imparato Lei questi gesti di misericordia? Come possiamo arrivare anche noi nel seminario, come possiamo imparare questo linguaggio così importante?

Papa Francesco

Grazie. Dove ho imparato i gesti… Mah, i gesti, la vita te li insegna. Per esempio, una cosa che ho imparato dall’esperienza personale è che quando vai a visitare un malato, che sta male, non devi parlare troppo. Prendi la mano, guardalo negli occhi, di’ due parole e rimani così. Nell’intervento che hanno fatto a me, in cui mi hanno tolto una parte del polmone quando avevo 21 anni, venivano tutti gli amici, le zie, tutti a parlare: “Vai, vai ti riprenderai presto, parlerai, potrai giocare un’altra volta…”. Mi piaceva, ma mi stufava. Un giorno è venuta la suora che mi aveva preparato per la prima Comunione, suor Dolores, brava vecchia, e mi ha preso la mano, mi guardava negli occhi e mi disse: “Stai imitando Gesù”, e non ha detto niente di più. Quella mi ha consolato. Per favore, quando andate da un ammalato, non riempire di motivazioni di promesse del futuro. Il gesto della vicinanza parla più con la presenza che con le parole.

Un gesto ti ho fatto vedere. I gesti si imparano; i gesti della tenerezza li imparerai con i vecchi, andando dai vecchi. Il primo giorno li saluterai così, a distanza. Dopo due, tre volte che vai, li accarezzerai, i vecchietti. Lascia, lasciati esprimere. Lasciare che l’espressione sia totale. Anche nella predica. Una volta ho chiamato una nipote. “Come stai?” – era una domenica, a volte le domeniche chiamo mia sorella – “Come stai?”. “Bene, bene, ma un po’ annoiata perché siamo andati con il marito e i figli a Messa in quella parrocchia non abituale e ho sentito una bella spiegazione filosofica di 40 minuti, ma della Parola di Dio niente!”. Se tu non sei umano con i gesti, anche la mente si irrigidisce e nella predica dirai cose astratte che nessuno capisce, e qualcuno avrà la tentazione di andare fuori a fumare una sigaretta e tornare, come si fa… Ci sono tre linguaggi che ti fanno vedere la maturità di una persona: il linguaggio della testa, il linguaggio del cuore e linguaggio delle mani. E noi dobbiamo imparare a esprimerci in questi tre linguaggi: che io pensi quello che sento e faccio, senta quello che penso e faccio, faccia quello che sento e penso. Qui uso la parola equilibrio: un equilibrio fra queste cose. A volte ti viene voglia di fare uno scherzo a uno, e ti viene, ma… che sia il gesto con il pensiero e il cuore e le mani.

Quando vedo dei ragazzi malati – “quanto soffrono i bambini”, diceva Dostoevskij – i ragazzi malati, lì, carezzarli… Qualcuno ti può accusare di essere pedofilo, ma no, no, fuori da questa possibile accusa. Come i vecchietti che hanno bisogno di carezze… Ricordo che andavo con frequenza a Buenos Aires alle case di riposo, e a volte celebravo la Messa. I vecchietti sono geniali, perché ti fanno le domande più impegnative… E alla messa poi dicevo: “Chi di voi fa la comunione?”. E passavo, perché non possono camminare tante volte, sono vecchi, vanno con il bastone. E andavo: “Chi vuole comunicarsi alzi la mano”. Tutti alzavano la mano… Do la comunione a una signora, poi lei mi prende la mano: “Grazie, padre, sono ebrea”. “Ma questo che ti ho dato era pure ebreo, vai avanti”. I vecchi vogliono carezze, vogliono che li ascolti, vogliono che li fai parlare dei loro tempi, e tu imparerai tanto.

La tenerezza. Qui cadiamo nello stile di Dio. Lo stile di Dio è la vicinanza. Lui stesso lo dice nel Deuteronomio: “Pensa, quale popolo ha i suoi dèi così vicini come tu hai me?” (cfr cap. 4). La vicinanza è lo stile di Dio. Si è fatto vicino nell’incarnazione di Cristo. È vicino a noi. Sempre la vicinanza. Ma una vicinanza con compassione, perché perdona sempre, e con tenerezza. Un buon prete è vicino, compassionevole e tenero. Sicuramente è più piacevole carezzare una ragazza bella che una vecchietta – state attenti lì! – ma la tenerezza cresce e si esprime meglio negli opposti, sia nei bambini, con i bambini piccolini che ti chiamano, e con gli anziani, ma… si impara…

Una volta un mio professore di filosofia – era un grande padre spirituale, ha pubblicato tanti libri anche sugli esercizi e sono tradotti in italiano, padre Fiorito – un giorno ha dato una conferenza sui comportamenti, i fondamenti filosofici, ma è scivolato subito sulla spiritualità, e una delle sue domande io la farei a tutti voi, seminaristi, teologi: voi giocate con i bambini? Sapete giocare con i bambini? Questa domanda lui la faceva sempre ai genitori, diceva: “Tu, papà, quando torni dal lavoro, o tu mamma, giochi con i tuoi figli?”. La tenerezza si impara con i bambini e con i vecchi. E l’abitudine che c’è di allontanare i vecchi perché disturbano, questo ci allontana da una delle fonti di tenerezza. Lo stile di Dio, non dimenticarti, è sempre vicinanza, compassione e tenerezza. E se tu sei vicino, con compassione e tenerezza, sei sulla strada buona. La tenerezza non è “fare il buono”. A volte nel fare il buono si può scivolare nel fare lo stupido. No. Tenerezza è questo che ho detto.