La preghiera non ha bisogno di essere esaudita circa ciò che chiede. Il più grande dono che essa ottiene è il fatto stesso di pregare, cioè di entrare in comunione con Dio. Questo è il frutto che essa porta sempre con sé, superiore a ogni nostra attesa.

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Sabato della XXXII settimana del Tempo Ordinario
Lc 18,1-8: Bisogna pregare sempre.
Lectio divina di Silvano Fausti

In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai:
«In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”.
Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”».
E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

La “piccola apocalisse”, iniziata dopo le parole di Gesù: “la tua fede ti ha salvata” (17,19), termina ora con il suo interrogativo sulla fede (v. 8). Questo brano risponde alla domanda della chiesa: “Perché il Signore non viene ancora?”. La fede infatti vive del desiderio di incontrarlo, e invoca: “Maranà tha: vieni, o Signore” (1Cor 16,22). Senza di lui il discepolo è come la vedova: priva dello sposo. Ma lui sembra insensibile anche all’insistenza più importuna; pare che ceda solo a fatica e per non essere disturbato oltre, come il giudice ingiusto.

In realtà il Signore si comporta da sordo, solo perché vuole che gridiamo a lui; desidera udire la nostra voce: “fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave!”, dice lo sposo a colei che si sente vedova (Ct 2,14).

Il v. 1 è la didascalia dell’evangelista: bisogna pregare sempre. I vv. 2-5 contengono la parabola dell’insistenza esaudita. I vv. 6-8 sono l’applicazione di Gesù: l’esaudimento è sicuro, bisogna però aver fede. Se la sua venuta è certa, bisogna nel frattempo “importunarlo”. In questo consiste la fede: una richiesta insistente del suo ritorno, che tiene desto il nostro desiderio di lui e ci preserva dal cadere nella tentazione radicale di non attenderlo più.

La salvezza non viene perché non è invocata. Il Salvatore tarda a venire solo perché non è desiderato. Pazienta con noi e rinvia il suo ritorno, solo perché noi siamo indifferenti a lui. Per questo bisogna pregare senza stancarsi. L’invocazione: “Venga il tuo regno” (11,2) è il cuore della preghiera che Gesù ci ha insegnato. L’uomo non può produrre il Regno. È dono di Dio! Può soltanto accoglierlo. E lo accoglie solo se lo attende. E lo attende solo se lo desidera. L’invocazione dell’uomo permette a Dio di venire, e di venire accolto.

Tutto il viaggio a Gerusalemme è una catechesi che sviluppa le richieste del Padre nostro: sia santificato il tuo nome (c. 11), venga il tuo regno (cc. 12, 13), dacci il pane (c. 14), perdonaci (c. 15), perché perdoniamo (c. 16). Luca non contiene la domanda: “Sia fatta la tua volontà” (Mt 6,10b). Gesù è l’unico a compierla (22,42), soddisfacendo tutte le altre richieste, anche a nome nostro.

Quest’apocalisse lucana termina con la necessità della preghiera per non perdere la fede nel suo ritorno. La preghiera infatti ci apre gli occhi sul Regno, già venuto nel nascondimento e nella sofferenza. Solo alla fine si rivelerà nella gloria. Ma è già in mezzo a noi qui e ora, nella lotta per la fedeltà al Signore.

La preghiera non ha bisogno di essere esaudita circa ciò che chiede. Il più grande dono che essa ottiene è il fatto stesso di pregare, cioè di entrare in comunione con Dio. Questo è il frutto che essa porta sempre con sé, superiore a ogni nostra attesa.

(Silvano Fausti, Commento al Vangelo di Luca)