José Tolentino Mendonça

Il mistico medievale Riccardo di San Vittore scrisse: «Dove c’è amore, lì c’è uno sguardo». Non di rado, questo sguardo che l’amore ci richiede si dà nel contesto di una sofferenza che avremmo assolutamente preferito non vivere, ma dalla quale abbiamo imparato qualcosa – e qualcosa di bellissimo – a cui, senza di essa, non saremmo arrivati. Il mondo del dolore è vasto e, quando meno ce l’aspettiamo, ci troviamo ad abitarlo. I sentimenti che allora irrompono sono tanti: ci rifiutiamo di accettare, entriamo in rivolta, in depressione; ameremmo fuggire lontano; ci domandiamo “perché?”, “perché proprio a me?”, “perché proprio adesso?”; ci sentiamo impreparati a una traversata tanto ardua. E, almeno su quest’ultimo punto, abbiamo ragione. Il nostro tempo ha fatto della malattia, della vecchiaia e della disabilità un vero tabù. Vige una sorta di interdetto riguardo alla vita vulnerabile: ognuno deve vivere queste situazioni in stretta solitudine, senza grandi aiuti per approfondire la sua esperienza come una risorsa e non come una fatalità. Eppure, la verità è ben differente da questo disegno tracciato dall’egoismo o dalla paura. Ascoltavo giorni fa un padre parlare del suo figlio con la sindrome di Down. Diceva, senza nascondere la sua commozione: «Questo mio figlio è un membro importante della nostra famiglia. È il nostro punto di unione. Ha fatto di noi delle persone diverse, più umane e attente agli altri. Ha allargato la nostra capacità di amare».

Avvenire 28 aprile 2019