Liturgia – anno C

XXV domenica T.O – anno C
Luca 16,1-13

Gaetano Piccolo
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«Anche se ti sorride la prosperità del secolo,
non fidarti del mare, neppure quando è in bonaccia.
Se le ricchezze affluiscono e abbondano,
calpestale e aggrappati al tuo Dio
Perché, se le terrai sotto i piedi e ti terrai aggrappato a lui,
non cadrai quando ti verranno sottratte»,
Sant’Agostino, Esposizione sul Salmo 53, 3

Rendere conto

Nel nostro vocabolario personale, i verbi ‘truffare’, ‘ingannare’, sono di solito coniugati solo nella forma passiva: sono stato truffato, ingannato… Arriva però sempre il momento in cui dobbiamo rendere conto della nostra vita e allora ci accorgiamo di quante volte eravamo noi il soggetto di quei verbi nella forma attiva!

Verificare

Il profeta Amos ci costringe a esplorare l’ambito delle nostre relazioni, dove a volte abbiamo usato bilance false (Am 8,5), abbiamo cioè soppesato in modo diverso quello che era nostro e quello che apparteneva agli altri, abbiamo cercato forse di guadagnarci ingiustamente, pensando prima di tutto ai nostri interessi; abbiamo aspettato il momento giusto per comprare il più debole (Am 8,6), abbiamo aspettato il momento in cui l’altro era in difficoltà per approfittarne, magari per prenderci finalmente la nostra vendetta; abbiamo venduto persino lo scarto della nostra vita (Am 8,6), abbiamo dato all’altro quello che per noi non era importante, abbiamo fatto finta di essere generosi con quello che per noi non aveva alcun valore.

Amministratori disonesti

Le parole di Gesù nel Vangelo di questa domenica ci ricordano che prima o poi arriva per tutti il momento in cui dobbiamo rendere conto, non solo come singoli, credo, ma anche come Chiesa e come umanità. La domanda di fondo che oggi la liturgia ci mette davanti è che cosa ne sto facendo della mia vita? Come sto amministrando questa vita, questo tempo, quello che è stato messo provvidenzialmente nelle mie mani?

Non sappiamo se l’amministratore della parabola sia effettivamente disonesto o se sia solo considerato tale nell’opinione di coloro che hanno subito la sua amministrazione, ma in realtà questo appellativo dice qualcosa di più profondo: siamo tutti amministratori disonesti, perché usiamo come nostro qualcosa che non lo è. Nella nostra vita infatti tutto è un dono, un dono nel senso radicale, è qualcosa cioè che non ci appartiene.

Chi può dire di possedere veramente qualcosa, cioè di esserne proprietario e padrone? Tutto ci può essere tolto in qualunque momento della vita: le relazioni, gli affetti, il ruolo, la vocazione, la salute, la vita stessa… andiamo avanti illudendoci di essere padroni e ci accorgiamo invece che siamo solo amministratori! E ci è dato un tempo, più o meno lungo, per non sperperare. Forse il senso della vita sta proprio qui: comprendere come amministrare nel modo migliore quello che è stato messo a mia disposizione. Gesù lo dice chiaramente: siamo amministratori di una ricchezza disonesta, di una ricchezza altrui! (Lc 16,11-12)

Con-donare

Che sia disonesto o meno, questo amministratore deve affrontare la situazione. E proprio nella crisi, scopre il senso della vita. In quel frangente infatti potrebbe continuare a rubare, a prendere per sé, a mettere da parte. Capisce invece, proprio in quel momento, che il senso della vita, quello che permette di amministrare bene, è con-donare, l’azione cioè del per-dono, dare all’altro senza che ne abbia merito, togliere un peso dalla vita dell’altro quando non se lo aspetta. In fondo la prima cosa che Dio ci chiede di fare con la nostra vita non è quella di essere giusti, ma di essere misericordiosi. L’amministratore disonesto viene lodato non per la sua correttezza, ma perché ha scelto la via della generosità: si è creato un futuro, usando la sua vita per condonare i debiti che gli altri hanno contratto!

Possedere o restituire

Se ricordiamo che questa parabola viene raccontata da Gesù nel Vangelo di Luca subito dopo quella del padre misericordioso e dei due figli, capiamo ancora meglio l’alternativa con cui Gesù conclude il suo discorso: o decidiamo di servire Dio o diventiamo schiavi della ricchezza! (Lc 16,13)

Sono due modi diversi di vivere: chi sceglie di servire la ricchezza è colui che vive nell’illusione di guadagnare, ma proprio in quel momento diventa schiavo, attacca il cuore a quello che domani potrebbe non esserci più. E la ricchezza, cioè possedere qualunque cosa (non semplicemente il denaro), è il primo gradino che, come dice Sant’Ignazio negli Esercizi spirituali, il Nemico ci fa percorrere verso la perdizione, dopo la ricchezza, infatti, viene subito la vanagloria e poi la superbia.

Chi invece sceglie di servire Dio è colui che riconosce la fonte di ogni dono, comprende di essere amministratore e perciò è una persona libera, pronto a restituire ciò che ha ricevuto in qualunque momento gli sia richiesto.

Leggersi dentro

  • Come stai amministrando la tua vita?
  • Quale impressione hai del tuo modo di vivere le relazioni?
  • Sei una persona generosa o cerchi sempre di guadagnare per te stesso?

Commento di Ermes Ronchi

Un’altra parabola dal finale spiazzante: il truffato loda il suo truffatore. La lode del signore però ha un bersaglio preciso, non si riferisce alla disonestà dell’amministratore, ma alla sua scaltrezza (lodò quell’uomo perché aveva agito con scaltrezza). Ha saputo fermarsi a pensare (disse tra sé: cosa farò?) e lì ha incominciato a capire la differenza tra falsa ricchezza e vera ricchezza. Poi ha iniziato a usare il patrimonio economico per crearsi il vero patrimonio, quello relazionale: farsi degli amici che lo accolgano.
Siediti e scrivi cinquanta, prendi la ricevuta e scrivi ottanta.
Forse è pronto a eliminare dal debito la percentuale che spettava a lui, ma questo non è determinante. Ha capito dove investire: condividere il debito per creare reddito, reddito di amicizia, spirituale.
Ed ecco il meraviglioso comandamento: fatevi degli amici. Perfino con la disonesta ricchezza. Le persone valgono più del denaro. Ed è così che il malfattore diventa benefattore: regala pane e olio, cioè vita.
Nessuno può servire due padroni, Dio e la ricchezza. Il grande potere della ricchezza è quello di renderci atei. Il vero nemico, l’avversario di Dio nella Bibbia non è il diavolo… Il vero concorrente di Dio, il Dio alternativo, è la ricchezza. La ricchezza è atea. Si conquista la fiducia, dona certezze, prende il cuore. Il ricco è malato di ateismo. Non importa che frequenti la chiesa, è un aspetto di superficie che non modifica la sostanza. Il suo Dio è in banca. E il suo cuore è lì, vicino al suo denaro.
Questa piccola parabola, esclusiva del racconto di Luca, cerca di invertire il paradigma economico su cui si basa il nostro mondo, dove “ciò che conta, ciò che da sicurezza” (etimologia del termine aramaico “mammona”) è il denaro.
La soluzione che Gesù offre è “fatevi degli amici”. Notiamo le parole precise di Gesù: fatevi degli amici per­ché essi vi accolgano nella ca­sa del cielo. Essi, non Dio. E non solo qua, ma nella vita eterna, hanno loro le chiavi del paradiso. Ma nelle brac­cia di chi hai aiutato ci sono le braccia di Dio.

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