Questa mattina è stato celebrato il funerale del nostro confratello P. Pasquale Bernareggi a Verona Casa Madre. Si è preferito spostarlo a Casa Madre per maggiore sicurezza, visto che attualmente a Castel d’Azzano si trovano molti confratelli positivi al Covid e pertanto costretti all’isolamento. Hanno partecipato dei confratelli di Casa Madre, di Castel d’Azzano, della nostra comunità di Milano e una decina di familiari. Era presente P. Fabio Baldan, superiore provinciale. P. Renzo Piazza, superiore della comunità di Castel d’Azzano, ha presieduto il funerale.
P. Pasquale è deceduto il 5 settembre, dopo appena una settimana dal suo arrivo a Castel d’Azzano Data la situazione di una nuova ondata di Covid, pochi hanno potuto salutarlo al suo arrivo e al congedo da questa vita. Lo deponiamo con affetto nelle mani amorose del Padre della Vita.

Funerale di P. Pasquale Bernareggi

8 settembre 2022

Cosa possiamo dire di un confratello arrivato in comunità da una settimana, in situazione di grave fragilità, incapace ad esprimersi e totalmente dipendente dagli altri? Conosciamo ben poco della sua vita, del suo passato, della sua esperienza missionaria. Ma tentiamo di raccogliere qualche frammento, convinti che nel frammento possiamo trovare elementi utili per apprezzare il dono che P. Pasquale è stato per la missione.

In primo luogo l’anagrafe. P. Pasquale era nato a Concorrezzo, Milano, il primo gennaio  1930. Aveva compiuto 92 anni e domani, S. Pietro Claver,  avrebbe festeggiato i 70 anni di vita consacrata, poiché ha emesso i primi voti il 9 settembre 1952. 70 anni di servizio missionario sono più di un frammento: una vita intera spesa a servizio del vangelo.  Li ha trascorsi parte in Uganda (24 anni) e in parte in Italia.

Prima Messa di P. Pasquale

Sappiamo che è partito la prima volta per la missione  pochi mesi dopo l’ordinazione (14 marzo 1959) in compagnia di due confratelli presenti attualmente nella comunità di Castel d’Azzano: P. Gennaro Campochiaro e P. Velluto Ponziano. Il 20 aprile 1961 viaggiarono assieme da Roma a Entebbe e il giorno dopo partivano per Gulu. Da lì furono dirottati in missioni diverse: tra gli Acioli, i Logbara e i Karimojong. Questo è un altro frammento: la missione non è avventura solitaria, ma dono da vivere nella comunità e con la comunità, a servizio dei fratelli. A P. Pasquale toccò in sorte la regione del Karamoja, da sempre definita come “missione difficile” tra i comboniani, cioè di prima evangelizzazione dal punto di vista della fede, e missione di frontiera per le situazioni climatiche,  sociali e ambientali. P. Pasquale si inserì in questa realtà, portando nel suo corpo le conseguenze dell’obbedienza. 

Come abbia svolto il suo ministero in quella zona, non lo sappiamo, ma sappiamo che aveva imparato bene la lingua e la gente gli voleva bene.  I parenti ci raccontano che il tempo  trascorso in Italia, era dedicato a sostenere la missione per la quale aveva offerto quasi 25 anni della sua vita. Quella missione difficile infatti non gli risparmiò né problemi di salute né i disagi della guerra e delle tensioni sociali che lo obbligarono a lasciare il paese in situazioni drammatiche. 

Quasi 40 anni della sua vita furono poi trascorsi nelle comunità della Provincia Italiana, impegnato nel ministero e nell’animazione missionaria, prima, e poi accolto, da malato, nei centri di Verona, Milano e Castel d’Azzano. Tanti anni di immobilità, di malattia e di afasia che, prima di interpellare noi, hanno interpellato la fede e la pazienza del P. Pasquale. Che senso ha una vita trascorsa così? Non poteva il Signore preparare per lui una sorte diversa?

L’ultima immagine che conservo di lui, rannicchiato nel suo letto, svestito, poche ore prima che lasciasse questo mondo, mi ha fatto pensare ad una pittura molto conosciuta di El Greco, intitolata “La Trinità”. L’artista ha rappresentato  Gesù, deposto dalla croce, tutto contorto, sorretto dal Padre, mentre più in alto aleggia la colomba dello Spirito Santo. Siamo usciti dalle mani di Dio Creatore al momento della nascita e terminiamo la vita nelle mani del Padre misericordioso. Il senso delle difficoltà che incontriamo non è forse quello di prepararci, come ci ha detto S. Paolo, ad essere conformi all’immagine del Figlio, obbediente, umile e sofferente?  

Abbiamo difficoltà a dare un senso agli avvenimenti dolorosi della nostra vita, come può essere una inattività prolungata, una paralisi, l’impossibilità a comunicare… Sappiamo  che per chi crede e ama Dio, tutto concorre al suo bene e al bene dei suoi fratelli. 

Oggi, festa della natività di Maria è anche il giorno della nascita al cielo del P. Pasquale, il giorno in cui deponiamo la sua vita, la sua missione, le sofferenze sopportate, nelle mani di Dio e ci lasciamo illuminare dalle parole di Paolo: “Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio”. 

Anche la sua presenza brevissima a Castel d’Azzano ci questiona. Cosa significa accogliere un confratello, in quelle condizioni, nella nostra casa? Ne valeva la pena?

L’accoglienza di una persona è fatta da gesti esteriori e interiori. I gesti esteriori sono il saluto, l’abbraccio, un grido di gioia, una pacca sulla spalla, un bicchiere d’acqua fresca, un piatto di pasta, un letto confortevole, una stanza pulita e luminosa…

I gesti interiori sono meno visibili, ma fondamentali: riconosco in te un fratello, un confratello che viene ad arricchire la comunità con la sua vita offerta e la sua santità. E se il confratello arriva marcato dalla sofferenza o dalla malattia, è per noi l’immagine del Cristo sofferente o del Samaritano ferito al bordo della strada. E’ una provvidenza di Dio, perché ricorda le parole del Vangelo: “Ero straniero e mi avete accolto, ero malato e mi avete visitato… Qualunque cosa avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, l’avrete fatta a me”.

L’arrivo di un confratello, in qualsiasi situazione e in qualsiasi momento avvenga,  è un evento abitato dalla presenza dello Spirito Santo.  E il Vangelo di oggi ci ricorda che non bisogna temere di accogliere chi porta in sé il frutto dello Spirito. Questo valeva per Giuseppe con Maria e vale per ognuno di noi, chiamati a ripetere il gesto di fiducia e di accoglienza fatto da Giuseppe, con cuore di padre. 

Concludiamo con un pensiero di Papa Francesco: “Chi si offre e si dona a Dio per amore, sicuramente sarà fecondo (cfr Gv 15,5). Tale fecondità molte volte è invisibile, inafferrabile, non può essere contabilizzata. Uno è ben consapevole che la sua vita darà frutto, ma senza pretendere di sapere come, né dove, né quando. Ha la sicurezza che non va perduta nessuna delle sue opere svolte con amore, non va perduta nessuna delle sue sincere preoccupazioni per gli altri, non va perduto nessun atto d’amore per Dio, non va perduta nessuna generosa fatica, non va perduta nessuna dolorosa pazienza. Tutto ciò circola attraverso il mondo come una forza di vita. 
Impariamo a riposare nella tenerezza delle braccia del Padre in mezzo alla nostra dedizione creativa e generosa. Andiamo avanti, mettiamocela tutta, ma lasciamo che sia Lui a rendere fecondi i nostri sforzi come pare a Lui
(Evangelii gaudium 279).

P. Renzo Piazza

P. Pasquale in missione in Uganda (Karamoja)