Formazione Permanente – italiano 2022
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RITROVARE SE STESSI
Card. Martini
3. IL PECCATO (4)

Gesù di fronte al male del mondo

– «Gesù, alla vista della città, pianse su di essa, dicendo: “Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace! Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi. Giorni verranno per te in cui i tuoi nemici ti cingeranno di trincee, ti circonderanno e ti stringeranno da ogni parte; abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te, e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata”» (Luca 19, 41-44).

– C’è un secondo brano di Luca, che riporta una parola pronunciata da Gesù mentre è ancora in viaggio verso la città:

«Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che sono mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina la sua covata sotto le ali, e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa vi viene lasciata deserta! Vi dico infatti che non mi vedrete più fino al tempo in cui direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!» (Luca 13,34-35).

I due testi sono strettamente collegati. In ambedue si parla di Gerusalemme e la realtà che in uno è chiaramente espressa con la parola «via della pace» nell’altro è detta metaforicamente: «Quante vo1te ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina la sua covata sotto le ali». Il cantico di Mosè ha già un’immagine simile: Come un’ aquila vola sulla sua nidiata, così il Signore protesse questo suo popolo (cfr. Deuteronomio 32, 1055.).

Sono anche collegati per una sottolinea tura negativa, drammatica: «La via della pace è nascosta. ai tuoi. occhi», dice Gesù in Gerusalemme; «Voi non avete voluto lasciarvi raccogliere sotto le ali», afferma durante il suo cammino verso la città.

E il collegamento lo vediamo pure nell’identica profezia di una rovina della città, espressa più plasticamente al c. 19 – i nemici, le trincee, l’abbattimento di Gerusalemme e dei suoi figli, il non restare pietra su pietra – e in maniera misteriosa al c. 13 – «Non mi vedrete più fino al tempo in cui direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore» -.

Infine, i due brani sono strettamente collegati perché il «non mi vedrete più fino al tempo in cui direte…» si avvera in parte proprio nel momento in cui Gesù, al c. 19, sta piangendo e la folla grida: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore» (cfr. v. 38).

– Ci sono altre pagine del Nuovo Testamento che possono essere richiamate. Infatti, la parola minacciosa di Gesù su Gerusalemme ritorna al c. 21 di Luca, dove leggiamo: «Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta… Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, sappiate allora che la sua devastazione è vicina… sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani siano compiuti» (Luca 21, 6. 20. 24). Noi sappiamo che tutto questo è storia drammatica, non letteratura.

Il lamento di Gesù ritorna al c. 23, mentre sale al Calvario e alcune donne piangono su di lui: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su di voi e i vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato…» (Luca 23, 28 55.).

Vediamo dunque che la tematica del pericolo della città, del rapporto tra il rifiuto della città di accettare la visita e la sua devastazione, ricorre più volte nel vangelo. E tale ripetizione mostra l’importanza attribuita da Gesù, dagli evangelisti, dalla Chiesa primitiva anche, al retto giudizio sui fatti sociali e politici, alla connessione di questi fatti con gli atteggiamenti religiosi e alla comprensione delle conseguenze, spesso drammatiche, di una mancata risposta all’appello di pace alla città.

Il piangere di Gesù non è un gesto consueto, quotidiano, come non lo è generalmente il piangere di un adulto.

Soltanto un’altra volta, al c. 11 del vangelo secondo Giovanni, si dice che Gesù abbia pianto, a proposito di Lazzaro, l’amico morto. Tuttavia, nel testo greco il verbo non è quello che troviamo in Luca, ma significa propriamente: «Versò lacrime».

Nel c. 19 di Luca Gesù «scoppia in pianto», in un pianto dirotto, come la Maddalena che trovandosi di fronte al sepolcro vuoto scoppia in singhiozzi, o come Pietro che accorgendosi di aver rinnegato tre volte il Signore, scoppia in pianto.

Il pianto dì Gesù è un gesto profetico, simile alle grida che i profeti antichi lanciarono al tempo della prima distruzione di Gerusalemme, allungo silenzio di Ezechiele, al pianto del veggente nell’Apocalisse.

Il pianto di Gesù non è un atto che si riferisce semplicemente alla sua psicologia personale, ma ha un significato dì manifestazione di un mistero di Dio. È un atto pubblico perché piange sulla città ed è necessario capire che cosa vuol dire, per un ebreo, Gerusalemme: è la città santa, la città desiderata da lontano nei pellegrinaggi, la città eretta sul monte, costruita come città salda e compatta, la città a cui i profughi giungono dopo tanti sacrifici.

Viene subito in mente il bellissimo Salmo 121:

«Quale gioia, quando mi dissero:
Andremo alla casa del Signore!
E ora i nostri piedi si fermano
alle tue porte, Gerusalemme…
Là salgono insieme le tribù,
le tribù del Signore,
per lodare il nome del Signore…».

Per entrare nell’animo di Gesù dobbiamo cercare di comprendere quel complesso dì tradizioni, di culture, di storia, di affetti, di rivelazioni, che Gerusalemme significa. Forse potremmo interrogarlo chiedendogli: Perché piangi, Signore? piangi soltanto per la rovina religiosa della città, sulle singole anime che si perdono, oppure piangi sulla città come tale, su questo corpo vivente, organizzato, che ha una storia, un destino, un avvenire, una speranza? Perché piangi, Signore? per i valori religiosi perduti oppure anche per i valori umani, che fanno della città la sua storia, la sua gloria, il suo prestigio, la sua missione?

Credo che Gesù, da buon ebreo, ci risponderebbe che egli fa fatica a distinguere le due cose perché sono una nell’altra; non c’è il corpo senza l’anima, non c’è l’anima senza il corpo, non esiste la sola salvezza spirituale che non sia incarnata in una realtà storica, vissuta, vivente. Il destino del singolo è strettamente legato al destino del gruppo.

Il pianto dì Gesù, che vede la rovina prossima di Gerusalemme, riguarda tutto l’insieme dei valori che ha, naturalmente, il suo culmine nel tempio e però comprende un’intera organizzazione civile, sociale, culturale, politica, artistica. E questo è tanto vero che i commentatori sono incerti nell’interpretazione della parola parallela a questa dì Luca 19, cioè Luca 13, 35: «Ecco, la vostra casa vi viene lasciata deserta!». Alcuni ritengono che la casa è il tempio e si riferiscono alla visione dì Ezechiele che contempla la gloria dì Dio mentre abbandona il tempio dì Gerusalemme (cfr. Ezechiele 11,22-25). Ma è chiaro che, abbandonato il tempio, cade la città e quindi altri commentatori dicono che la casa è la città nel suo insieme, non nel suo aspetto religioso o, comunque, le due realtà sono collegate.

La pace di Gerusalemme è connessa con la fede di Gerusalemme e la pace, nella mentalità ebraica, vuol dire benessere, libertà dai nemici, sicurezza, prosperità, amicizia, pace con Dio, gioia, canti nel tempio, esultanza, battere di tamburi, processioni, ricchezza delle celebrazioni sacre. Questo è l’insieme della pace: contemplare il volto di Dio nella terra dei viventi, avanzare tra i primi verso la casa di Dio (cfr. Salmo 42-43).

Gesù ha veramente desiderato la pace della città e piange perché non può esserle concessa, perché non ha conosciuto la via della pace: «Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace!» (Luca 19,42). Si suppone qui, ovviamente, un rapporto tra 1’accoglienza della parola del Signore e la pace della città, come viene più chiaramente espresso nell’altro brano: «Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina la sua covata sotto le ali» (Luca 13,34). Ci pare di poter intuire un progetto messianico di Gesù, che ha pure una valenza sociale e, a suo modo, politica; non certamente per sostituirsi, per rovesciare le autorità legittime, costituite, bensì per suscitare un raduno di popoli sotto il segno della mitezza, della non violenza, dell’amore mutuo, così da realizzare un nuovo modo di vivere insieme, un nuovo modo di essere città.

Per la Bibbia il progetto «messianico» ha sempre una valenza socio-politica ed esprime quegli atteggiamenti nuovi di un popolo per cui l’aratro e la falce prendano il posto della spada, per cui il fanciullo possa giocare con la vipera, e l’orso pascolare insieme con i buoi, e il leone con la pecora (cfr. Isaia 2; 11,6-8). È l’ideale concreto, non utopico, di un’umanità pacifica, anche se diviene di fatto, quando non è accolto, un ideale conflittuale con l’ordine esistente: «Ma ormai la via della pace è stata nascosta ai tuoi occhi. Giorni verranno per te in cui i tuoi nemici ti cingeranno di trincee…».

La non accettazione delle beatitudini della pace e della mitezza porta alla conseguenza opposta: il non lasciarsi «raccogliere» secondo il grande disegno che percorre tutto l’Antico Testamento, secondo la premura di Dio verso il suo popolo.

Gesù tuttavia non abbandona questo ideale, non abbandona la città, anzi vi entra per morirvi. Egli sa che a prezzo della sua vita, della testimonianza del suo amore inerme – rifiutato dalla città – giungerà alla vittoria, anche se il frutto della sua vittoria non verrà raccolto da tutti.

È importante sottolineare soprattutto il fatto che Gesù ci salva, ci fa uscire dal male non mettendoci al riparo da esso, bensì insegnandoci a entrarvi con lui per trarne il bene. Forse occorre un’intera esistenza per imparare questo fondamentale mistero cristiano, perché è totalmente al di là del nostro comune modo di pensare che vorrebbe eliminare il male una volta per sempre, vorrebbe vincerlo come si vincono i nemici in battaglia.

La Chiesa primitiva aveva compreso profondamente tale mistero, lo aveva sperimentato in sé e perciò poteva cantare inni alla gloria di Dio quale espressione di ciò che viveva.

Poiché «Egli ci ha salvati», io posso entrare nel male del mondo e uscirne con la libertà, con la gioia, con la certezza che questo male è stato vinto almeno in me e può essere vinto nella Chiesa; la Chiesa non è una società dove la vittoria sul male è già ottenuta, ma è la comunità di coloro che hanno accettato di entrare con Cristo nella morte per uscirne nella sua risurrezione.

I primi cristiani hanno visto che Gesù non ha cambiato le sorti del mondo; è morto lui stesso ed è risorto, ha vinto il male con il bene.

Di qui il meraviglioso inno di san Paolo nella Lettera ai Filippesi:

«Abbiate in voi gli stessi sentimenti
che furono in Cristo Gesù,
il quale, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso
la sua uguaglianza con Dio;
ma spogliò se stesso,
assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce.
Per questo Dio l’ha esaltato
al di sopra di ogni altro nome;
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra;
e ogni lingua proclami
che Gesù Cristo è il Signore,
a gloria di Dio Padre» (2,5-11).

La contemplazione della gloria di Gesù nella sua morte e risurrezione è la sola che ci dona una visione concreta della realtà. Ci insegna che il male esiste ed è inutile fingere di non vederlo, ma che la vera libertà cristiana è chiamata a lottare contro questo male del mondo in e con Gesù, per trame il bene vivendo lo spirito delle Beatitudini evangeliche e il mistero della croce.