Testo pdf:

Il ruolo centrale della Parola di Dio nella vita della Chiesa
Carlo Maria Martini

Il cardinale Carlo Maria Martini, morto il 31 agosto 2012 a Gallarate (Va), nel suo ministero pastorale ha saputo comunicare la fede come forza che aiuta l’uomo a impegnarsi nel mondo. E lo ha fatto mettendo sempre al centro la Parola di Dio in dialogo con le esigenze degli uomini, anche di coloro che non si riconoscono come credenti. In tal modo ha saputo svolgere un impegnativo compito di interpretazione del mondo per la Chiesa e della Chiesa per il mondo. Ripubblichiamo qui un suo testo apparso sulla nostra rivista [La Civiltà Cattolica] il 1° ottobre del 2005, nel quale ricorda che il Concilio ha affermato la centralità della Sacra Scrittura, esortando i fedeli a una lettura orante, sotto la guida dello Spirito e nel solco della tradizione della Chiesa. 

Il titolo che mi è stato assegnato per descrivere il mio tema è complesso. Esso consta di due parti (ruolo della Parola nella Chiesa e animazione biblica della pastorale) il cui collegamento è dato come evidente ma che non è così facile da esplicitare con rigore scientifico.

Si potrebbe mettere in luce questo fatto riesprimendo il titolo con alcune domande successive, come ad esempio: Qual è il ruolo della Parola di Dio nella Chiesa? Perché questo luogo è centrale (e non ostacola altre centralità, in particolare quella di Cristo)? Quale relazione tra questa centralità della Parola e il posto della Scrittura nella Chiesa? 

Come animare con la Scrittura la vita quotidiana dei fedeli nella loro dedizione al Regno di Dio? E ancora quale la relazione di tutto ciò con la Rivelazione, che dà il titolo al documento di cui celebriamo il quarantesimo?

Come è ovvio, non posso approfondire ciascuna di queste domande, che sono già certamente state presenti agli oratori che mi hanno preceduto. Ma le ho poste qui all’inizio perché appaia Ia complessità e la vastità del tema. Io mi limiterò a sottolineare alcuni aspetti pratici relativi soprattutto all’ animazione biblica della pastorale. Ovviamente il testo fondamentale di riferimento per questa trattazione è la Costituzione dogmatica Dei Verbum del Concilio Vaticano II. Tale Costituzione è già stata presentata nei suoi aspetti teologici dal card. W. Kasper e nel suo cammino di ricezione in questi 40 anni da mons. J. O. Onayekan. Mi limiterò dunque a sottolineare alcuni punti.  

1. Ricordo personale e testimonianza del Papa Giovanni Paolo II

Mi piace cominciare la mia conversazione con un ricordo del carissimo Papa defunto Giovanni Paolo II. È un ricordo che mi riguarda personalmente, poiché nel suo penultimo libro, dal titolo Alzatevi, Andiamo!, egli parla del vescovo come “seminatore” e “servitore della Parola”, e dice (p.36): “Compito del vescovo, infatti, è di farsi servitore della Parola. Proprio come maestro egli siede sulla cattedra, quel seggio posto emblematicamente nella chiesa detta “cattedrale”. Egli vi siede per predicare, per annunciare e per spiegare la parola di Dio”. Il Papa aggiunge che ovviamente ci sono diversi collaboratori del vescovo nell’annuncio della Parola: i sacerdoti, i diaconi, i catechisti, i maestri, i professori di teologia e un numero sempre maggiore di laici colti e fedeli al Vangelo.

Ma prosegue (e questo mi tocca da vicino): “Tuttavia nessuno può sostituire la presenza del vescovo che si siede sulla cattedra o che si presenta all’ambone della sua chiesa vescovile e personalmente spiega la parola di Dio a coloro che ha radunato attorno a sé”. Anch’egli, come lo scriba divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche. Mi piace qui menzionare il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di Milano, le cui catechesi nella cattedrale della sua città attiravano moltitudini di persone, alle quali egli svelava il tesoro della parola di Dio. Il suo non è che uno dei numerosi esempi che provano come sia grande nella gente la fame della parola di Dio. Quanto è importante che questa fame venga saziata! Sempre mi ha accompagnato la convinzione che se voglio saziare negli altri questa fame interiore, occorre che, sull’esempio di Maria, ascolti io per primo la parola di Dio e la mediti nel mio cuore”.

Ho citato questa pagina perché mi ricorda momenti bellissimi vissuti nella cattedrale di Milano, in particolare con migliaia e migliaia di giovani in ascolto silenzioso della parola di Dio. E l’ho citata anche per rendere omaggio alla memoria di Giovanni Paolo II, che gentilmente ha voluto fare menzione di me in questo suo penultimo libro. Ma con ciò intendo pure affermare che la possibilità che noi abbiamo oggi di saziare abbondantemente la fame della parola di Dio di tanta gente è anche frutto e merito del documento del concilio di cui celebriamo i 40 anni, cioè della Dei Verbum.

2. Quali erano i problemi aperti a proposito della Scrittura al tempo del Concilio?

Mi limiterò ad alcuni cenni, quanto basta per mettere in rilievo il tema che ci interessa. Infatti scorrendo le cronache del tempo è facile rendersi conto che almeno tre erano i problemi più sentiti nell’ambito degli studi biblici e della presenza della Scrittura nella Chiesa.

1) Il rapporto Tradizione – Scrittura. Questo tema era soprattutto vivo nel mondo dell’Europa del Nord, nel quadro del dialogo tra protestanti e cattolici. Si trattava di rispondere alla domanda se la Chiesa ricava i suoi dogmi soltanto dalla Sacra Scrittura o anche da una tradizione orale che contenga cose non dette dalla Scrittura.

Il Concilio di Trento, quattro secoli prima, aveva già discusso il problema e aveva lasciato da parte la formula che era stata proposta, cioè che le verità rivelate si ritrovano “partim in libri scriptis et partim in sine scripto traditionibus”, per una formula che non pregiudicasse il problema cioè: le verità rivelate si trovano “in libri scriptis et sine scripto raditionibus”: quindi non “partimpartim”, ma “etet”.

Il problema si ripresentava ora nella sua crudezza, in seguito a discussioni accese da parte di studiosi recenti, cattolici e protestanti. Il Concilio ne trattò ampiamente. Ma non è mio compito ricostruire qui la storia di tale problematica. Accennerò in seguito soltanto alla soluzione a cui si giunse.

2) L’applicazione del metodo storico critico alla Sacra Scrittura e il problema connesso dell’ inerranza dei libri sacri. Si era avuto qualche progresso rispetto alla dottrina molto rigida del passato col riconoscimento della validità dei generi letterari, e questo grazie all’enciclica Divino afflante Spiritu del 1943. Ma Ia questione restava ancora pendente, e il tutto era sfociato in una esasperata polemica alla fine degli anni Cinquanta. Bersaglio di questa polemica era soprattutto l’insegnamento del Pontificio Istituto Biblico, accusato di non tenere conto della verità tradizionale dell’inerranza dei libri sacri.

Il problema non toccava soltanto l’interpretazione della Scrittura, ma anche il rapporto quotidiano dei fedeli con la Bibbia. Se si obbligavano i fedeli a una interpretazione di tipo quasi fondamentalistico dei libri sacri, non pochi di essi, soprattutto i più colti e preparati, si sarebbero allontanati.

3) Tema molto vivo, che ci tocca particolarmente in questa relazione, era anche quello del “movimento biblico”, che da oltre 50 anni stava favorendo una nuova familiarità con i testi sacri e un approccio più spirituale alla Scrittura, intesa come fonte di preghiera e di ispirazione per Ia vita. Ma si trattava di iniziative un po’ elitarie, sottoposte anche a sospetto e critica. Era importante riconoscere ufficialmente quanto c’era di buono in questo movimento, regolare questa nuova fioritura di iniziative, dare loro un posto nella Chiesa, nel caso correggerle, valutando a fondo i pericoli di deviazione ancora oggi ripetuti a proposito di questa lettura della Bibbia da parte dei laici.

Questi dunque i grandi temi che agitavano l’animo dei Padri conciliari. Non era in gioco invece il concetto di rivelazione, che risultò poi di fatto determinante per l’impostazione dell’intera Costituzione.

3. Come avvenne, nell’ambito del Concilio, il processo di chiarificazione rispetto a questi temi, e soprattutto rispetto al terzo, cioè la Sacra Scrittura nella vita della Chiesa?

Lo schema preparatorio su questi argomenti, a cura della Commissione apposita, fu proposto ai Padri il 14 novembre del 1962, col titolo Constitutio de fontibus Revelationis.

Quella prima seduta fu tempestosa. Il cardinale Liénart disse semplicemente: Hoc schema mihi non placet. Nello stesso senso parlarono con forti critiche i cardinali Frings, Léger, König, Alfrink, Ritter e Bea. In senso opposto parlarono invece altri Padri. Fu così che si giunse con fatiche e tensioni al voto del 20 novembre, in cui prevalse, con grande malumore di molti, la decisione di continuare la discussione. Senonché il Papa Giovanni XXIII intervenne con un gesto di grande saggezza, imponendo il ritiro dello schema per affidarlo a una nuova Commissione per un rifacimento.

Da allora ebbe inizio un lungo lavoro che produsse, con alterne vicende, numerose forme di testo, di cui l’ultima fu finalmente accettata il 22 settembre 1965. Venivano tuttavia proposti ancora numerosi “modi”. Essi furono vagliati e inseriti nel testo che fu sottoposto a votazione il 20 ottobre del 1965. Si arrivò cosi alIa votazione definitiva del novembre seguente, che registrò 2.344 voti a favore e 6 voti contro.

Quali furono i punti maggiormente chiariti dalla nuova stesura, a cui fu dato il titolo di “Costituzione dogmatica sulla divina Rivelazione”, o Dei Verbum (DV) dalle parole iniziali, che furono inserite grazie a una proposta fatta nell’ultima discussione (settembre 1965)? Ne ricordo alcuni.

1) Il concetto di “rivelazione”, che, come ho detto, non era in questione all’inizio del Concilio, ma fu poi via via precisato durante le discussioni e i rifacimenti del testo, fino ad essere espresso come è ora al numero 2 della Costituzione, non più come riferito a delle verità, ma anzitutto al comunicarsi di Dio stesso: “Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso e far conoscere il mistero della sua volontà, mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo hanno accesso al Padre, e sono resi partecipi della divina natura” (DV n. 2). Questo chiarimento sulla natura della rivelazione ebbe effetto positivo su tutto il testo, e favorì una ricezione favorevole del documento.

2) Un concetto largo di Tradizione. Rispetto a quanto si era soliti dire in precedenza, il Concilio presentava, nel testo definitivo della Costituzione, un concetto ampio di Tradizione, che veniva espresso così: “La Chiesa, nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede” (n. 8). Veniva cosi affermata anche l’unità di Tradizione e Scrittura, contro ogni tentativo di separazione: “La sacra tradizione e la sacra scrittura sono dunque strettamente tra loro congiunte e comunicanti. Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano in certo qual modo una cosa sola e tendono allo stesso fine. Infatti la Sacra Scrittura è parola di Dio in quanto è messa per iscritto sotto l’ispirazione dello Spirito divino” (n. 9).

Nel numero seguente si descrive il rapporto fra le tre grandezze: Tradizione, Scrittura e Parola di Dio; “La sacra tradizione e la sacra scrittura costituiscono un solo sacro deposito della parola di Dio affidato alla Chiesa”.

3) Di fronte alle discussioni sull’interpretazione della Scrittura e soprattutto sull’assenza in essa di ogni errore, il Concilio proponeva nella sua formulazione definitiva una concezione larga dell’inerranza. Nel primo schema preparatorio si parlava di una inerranza in qualibet re religiosa vel profana. Il testo definitivo (n. 11) afferma che “i libri della Scrittura insegnano fermamente, fedelmente e senza errore la verità che Dio per la nostra salvezza volle fosse consegnata nelle Sacre Lettere”. Con questo venivano messe a tacere molte oziose discussioni del passato sull’argomento.

Ma a noi interessa qui soprattutto il lavoro del Concilio dedicato all’importanza e alla centralità della Sacra Scrittura nella vita della Chiesa. Esso, nella sua stesura finale, recepisce le istanze fondamentali del movimento biblico e promuove una familiarità orante di tutti i fedeli con tutta la Scrittura. Su questo tema il concilio lavorò per tutte le sessioni, sino all’ultima, con un susseguirsi di riscrizioni del testo, di proposte e di emendamenti dell’ultima ora, che rendono la storia di questo capitolo molto complessa e difficile a descriversi. Mi limiterò ai punti fondamentali, partendo dalla considerazione della situazione della scrittura nella Chiesa cattolica al tempo del Vaticano II.

4. Quale la presenza della sacra scrittura nella chiesa al tempo del Vaticano II?

La situazione fino verso l’inizio del secolo XX veniva talora descritta con le parole di Paul Claudel, che affermava: “Il rispetto verso la Sacra Scrittura è senza limiti: esso si manifesta soprattutto con lo starne lontani”. Anche se tali parole sembrano esagerate, c’era tuttavia presso i cattolici una certa lontananza, soprattutto dei laici, dal testo della Scrittura (anche se molti erano i modi indiretti di contatto con il suo contenuto). Essa si spiega con tanti motivi, non ultimo dei quali il fatto che fino all’Ottocento erano una minoranza quanti sapevano leggere e scrivere. Ma la motivazione principale era quella di una certa diffidenza delle autorità ecclesiastiche verso la lettura della Bibbia da parte dei laici.

Essa era nata a seguito soprattutto della riforma protestante e di altri movimenti in vigore fin dal Medioevo, che promuovevano un contatto diretto dei laici con la Scrittura, ma separando di fatto la sua lettura dal contesto ecclesiale. Fino al Medioevo, infatti, non si ha notizia di provvedimenti intesi a limitare l’accesso alle Scritture, anche se il costo proibitivo dei manoscritti ne rendeva difficile l’uso diretto ai fedeli. Si hanno notizie di vere e proprie restrizioni a partire da alcuni concili regionali, ad esempio quello di Tolosa del 1229 in occasione della lotta contro gli Albigesi e quello di Oxford del 1408 in seguito al movimento di Wycliff. Seguirono altre proibizioni in Inghilterra, in Francia e altrove. Paolo IV nel 1559 e Pio IV nel 1564, promulgando l’indice dei libri proibiti, vietarono pure di stampare e tenere Bibbie in volgare, senza uno speciale permesso. Ciò corrispondeva a un impedimento pratico per molti laici ad accostarci alla Bibbia intera in lingua volgare. Di fatto si continuava a stampare soltanto la Volgata latina. Ad esempio, in Italia, dopo una prima traduzione italiana anteriore al Concilio di Trento, del 1471 (la cosiddetta Bibbia del Malermi), si dovette arrivare alla fine del 1700, cioè alla traduzione di Altonio Martini, per avere una Bibbia tradotta in italiano per i cattolici. Infatti nel 1757 erano state permesse in maniera generale le edizioni in volgare tradotte dalla Volgata, purché approvate dalla competente autorità e munite di note. La Bibbia del Martini si basava appunto sulla volgata latina, mentre la prima versione cattolica dai testi originali apparve in Italia soltanto nella prima metà del Novecento.

Il movimento biblico caldeggiava invece un contatto diretto e una familiarità orante di tutti i fedeli con l’intero testo della Scrittura nella lingua del popolo, tradotta dai testi originali. Esso voleva, nelle sue espressioni più mature, che la lettura avvenisse nel quadro della tradizione della chiesa, definita proprio nel senso in cui l’avrebbe descritta la Dei Verbum, cioè la totalità di ciò che la chiesa trasmette nella sua vita, nel suo culto, nella sua preghiera e nella sua dottrina. Non voleva essere un movimento soltanto di alcune élites. Per questo occorreva superare non poche resistenze e incomprensioni, che non sono del tutto scomparse neppure ora.

5. Quale contributo del Concilio alla presenza della Scrittura nella Chiesa?

Il Vaticano II tratta di questo tema soprattutto nel capitolo VI della Dei Verbum, che ha per titolo “La Sacra Scrittura nella vita della Chiesa”. Esso enuncia fin dall’inizio un principio fondamentale (n. 21): “È necessario che tutta la predicazione ecclesiastica come la stessa religione cristiana sia nutrita e regolata dalla Sacra Scrittura”. Dopo questa affermazione il capitolo applica tale principio alle traduzioni nelle lingue moderne, alla necessità dello studio profondo dei sacri testi da parte degli esegeti, sottolinea l’importanza della Sacra Scrittura nella teologia e infine raccomanda la lettura della Bibbia a tutti i fedeli. Dopo aver infatti raccomandato la lettura della scrittura a tutti i chierici, in primo luogo ai sacerdoti, ai diaconi e ai catechisti, così continua (n.25): “Parimenti il santo Concilio esorta con forza e insistenza tutti i fedeli, soprattutto i religiosi, ad apprendere la “sublime scienza di Gesù Cristo” con la frequente lettura delle divine Scritture”. Questa esortazione così pressante a tutti i fedeli, fondamentale per il movimento biblico, corrisponde alla richiesta di molti Padri conciliari. Venne aggiunta anche una frase incisiva di san Girolamo: “L’ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo”. Il Concilio raccomanda perciò che tutti i fedeli “si accostino volentieri al sacro testo […] anche mediante quella che viene chiamata “pia lettura” [oggi si suole chiamarla lectio divina, e su ciò ritorneremo]. Si aggiunge che “la lettura della Sacra Scrittura dev’essere accompagnata dalla preghiera, affinché possa svolgersi il colloquio tra Dio e l’uomo; poiché [e qui si cita sant’Ambrogio] “gli parliamo quando preghiamo e lo ascoltiamo quando leggiamo gli oracoli divini”.

Si tratta dunque di una lettura che potremmo chiamare “spirituale”, fatta cioè sotto l’impulso dello Spirito Santo, grazie al quale “tutta la Scrittura è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia” (2 Tm 3 ,16) . È una lettura che si lascia guidare da quello Spirito di verità che guida “alla verità tutta intera” (Gv 16,13 ) e che “scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio” (1 Cor 2,10). Vuol essere dunque una lettura fatta nella Chiesa, nel solco della grande tradizione ecclesiastica, nel quadro di tutte le verità di fede e in comunione con i pastori della Chiesa.

6. Quali le conseguenze per l’animazione biblica dell’esercizio pastorale, soprattutto per quanto riguarda la “lectio” divina dei fedeli?

Nella mia esperienza di vescovo a Milano per oltre 22 anni ho avuto modo di vedere concretamente i frutti di tale preghiera fatta a partire dalla Scrittura, soprattutto in moltissimi giovani e in tanti adulti che hanno trovato in questa familiarità con la Bibbia la capacità di orientare la loro vita secondo la volontà di Dio anche nella grande città moderna e in un ambiente secolarizzato.

Molti fedeli impegnati e molti preti hanno trovato nella lettura orante della Scrittura il modo per assicurare l’unità di vita in una esistenza spesso frammentata e lacerata da mille diverse esigenze, nella quale era essenziale trovare un punto fermo di riferimento. Infatti il disegno di Dio presentatoci dalle Scritture, che ha il suo culmine in Gesù Cristo, ci permette di unificare la nostra vita nel quadro del disegno di salvezza.

La familiarità orante con la Bibbia ci aiuta inoltre ad affrontare una delle più grandi sfide del nostro tempo, che è quella di vivere insieme come diversi, non solo nella etnia ma pure nella cultura, senza distruggersi a vicenda e anche senza ignorarsi, rispettandosi e stimolandosi mutuamente per una maggiore autenticità di vita. 

Questo vale anche per ogni cammino ecumenico e anche per l’incontro tra le grandi religioni, che non deve portare né a conflitti né a steccati, ma piuttosto deve spingere uomini e donne sinceramente religiosi a comprendere i tesori degli altri e a far comprendere i propri, così da invitare ciascuno a pervenire a una maggiore verità e trasparenza di fronte a Dio e alle sue chiamate.

Se mi interrogo sulle radici di questa esperienza, le trovo principalmente nel fatto che di fronte alla Parola per mezzo della quale “tutto è stato fatto” e senza della quale “niente è stato fatto di tutto ciò che esiste (Gv 1,3) e nella quale siamo “stati rigenerati non da un seme corruttibile ma immortale, cioè dalla Parola di Dio viva ed eterna” (1Pt 1,23), noi ci riconosciamo nella nostra comune origine, dignità, fratellanza e sorellanza fondamentale, al di là di tutte le ulteriori divisioni.

Molti sono ovviamente i modi concreti per l’animazione biblica della pastorale. Si tratta di lasciare spazio all’energia creativa dei pastori e dei fedeli. Io potrei menzionare molte di queste esperienze, come le settimane di meditazione serale in Duomo o nelle parrocchie su un personaggio o su un libro biblico; le catechesi alla radio o alla televisione dove rilevavo nella Diocesi una audience di centinaia di migliaia di persone. Al limite anche la cosiddetta “Cattedra dei non credenti”, con cui si incontrava chi fosse in ricerca di fede, aveva un suo riferimento al testo della Scrittura.

Qui vorrei soprattutto menzionare le esperienze di vera e propria lectio divina, che sta un po’ alla base di tutto e dà il metodo di fondo per tutta l’animazione successiva. Il Concilio raccomanda tale “lectio divina” a tutti i fedeli. Si tratta ovviamente di una esperienza spirituale e meditativa e non propriamente esegetica. Si tratta cioè di mettersi di fronte al testo con una spiegazione semplice che ne colga le valenze fondamentali e il messaggio permanente e che valga a interpellare chi legge e medita e a spingerlo a pregare a partire dal testo che ha di fronte. Infatti la Bibbia va vista non solo nei suoi contenuti e nelle sue affermazioni, come un testo che dice qualcosa a qualcuno, ma anche come Qualcuno che parla a chi legge e suscita in lui un dialogo di fede e di speranza, di pentimento, di intercessione, di offerta di sé… Tale era la “Lectio divina”, tradizionale nel primo millennio dell’era cristiana, quella che appariva come prevalente nelle omelie bibliche dei Padri della Chiesa (penso alle spiegazioni bibliche di sant’Ambrogio a Milano o a quelle di Agostino a Ippona): una lettura finalizzata a un incontro con l’Autore della Parola, una lettura capace di plasmare e orientare l’esistenza.

Personalmente mi sono sempre sforzato di far praticare anche ai più semplici fedeli questo tipo di lettura della Bibbia, senza troppe complicazioni di metodi. Non a caso ho promosso in Duomo a Milano le scuole della Parola, che hanno insegnato a migliaia di giovani un accostamento semplice e orante al testo sacro.

Esistono infatti molti modi di fare la lectio, ma personalmente sono convinto che occorre anzitutto insegnare alla gente un metodo semplice e mnemonicamente ritenibile, che esprimo con la triade: lectio, meditatio, contemplatio.

Per lectio intendo la lettura e rilettura del brano che ci sta davanti (meglio se è quello della liturgia del giorno) cercando di coglierne le scansioni (la struttura), le parole chiave, i personaggi, le azioni e le loro qualifiche, collocandolo nel contesto del libro biblico cui il brano appartiene e nel contesto sia dell’intera Scrittura sia del proprio tempo (noi leggiamo questo testo “oggi”!). Questo momento viene spesso trascurato perché si ha già l’impressione di conoscere il testo e di averlo magari letto e ascoltato molte volte. Ma esso va letto ogni volta come se fosse per la prima volta e se analizzato in maniera semplice svelerà aspetti finora rimasti nascosti o impliciti. Si tratta in sostanza di rispondere alla domanda: che cosa dice questo testo?

Per meditatio intendo la riflessione sui messaggi del testo, sui valori permanenti che esso ci trasmette, sulle coordinate dell’agire divino che esso ci fa conoscere.

Si tratta di rispondere alla domanda: che cosa ci dice questo testo? quali messaggi e quali valori ci comunica?

Per contemplatio o oratio intendo il momento più personale della “lectio divina”, quello nel quale io entro in dialogo con Colui che mi parla attraverso questo testo e attraverso l’intera Scrittura.

Mi pare evidente, da questa descrizione, che tale esercizio di lettura biblica riporta tutti a quella Parola nella quale ritroviamo la nostra unità e insieme scioglie i cuori analogamente a ciò che avveniva nell’ascolto fatto dai due discepoli delle parole di Gesù nella strada verso Emmaus: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?” (Lc 24,32).

È in questa linea dell’ardore del cuore concentrato sulla Parola che è possibile sperare un rinnovamento della Chiesa al di là di quanto non possano fare discussioni e consultazioni. Auspichiamo quindi che si attui davvero come metodo pastorale in tutte le comunità cristiane e presso tutti i fedeli ciò che ha proposto il Concilio Vaticano II nella Dei Verbum: che tale modo di meditare e pregare a partire dalla Scrittura divenga esercizio comune a tutti i cristiani, anche perché esso costituisce un antidoto efficace all’ateismo pratico della nostra società soprattutto in Occidente e un fermento di comunione anche in rapporto alle grandi religioni dell’Est del nostro pianeta. Tale insistenza della Chiesa sulla lectio divina è continuata anche dopo il Concilio. Alla Dei Verbum infatti hanno fatto seguito diversi documenti ufficiali importanti che hanno sottolineato e approfondito alcuni aspetti della Costituzione. Ne ricordo alcuni: per quanto riguarda l’interpretazione della Scrittura (cfr capitolo III della Costituzione) va citato il documento della pontificia commissione Biblica dal titolo L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa, 1993. Per il rapporto tra i due Testamenti (cfr capitoli terzo e quarto) il documento della stessa Commissione Biblica Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana, 2001.

Numerose poi sono le insistenze per far sì che la Sacra Scrittura abbia il posto centrale che le compete nella vita della Chiesa. In questo contesto si moltiplicano le esortazioni alla Lectio divina.

L’istruzione della Pontificia commissione Biblica del 1993 parlava della lectio come di una preghiera che nasce dalla lettura della Bibbia sotto l’azione dello Spirito Santo. Nel documento programmatico per il terzo millennio Novo millennio ineunte il Papa sottolinea la necessità (n. 39) “che l’ascolto della Parola diventi un incontro vitale, nell’antica e sempre valida tradizione della lectio divina, che fa cogliere nel testo biblico la parola viva che interpella, orienta e plasma l’esistenza”. Andrebbero aggiunti il documento della Congregazione per la vita consacrata (Ripartire da Cristo) e altri analoghi delle diverse Congregazioni Romane e i documenti delle Conferenze episcopali dei vari Paesi (ad esempio, la CEI). Si vede dunque anche a livello ufficiale i segni lasciati nel terreno della Chiesa dalla Dei Verbum abbiano continuato a produrre frutti.

Vanno pure ricordati quegli aspetti che hanno ricevuto un approfondimento da parte dei teologi e degli esegeti. Ricordo in particolare il tema del rapporto tra Rivelazione come comunicazione divina e Scrittura. A questo proposito così si esprime un teologo in uno scritto recente: “L’impressione di una certa astrazione che può risultare oggi da una lettura integrale della Dei Verbum […] deriva dal fatto che il capitolo VI su “La Sacra Scrittura nella vita della chiesa” non struttura fino in fondo l’insieme della costituzione e neppure veramente il concetto di rivelazione. E tuttavia è proprio in questo capitolo che si raggiunge il principio pastorale, assegnato come programma al Concilio da Giovanni XXIII. Qui incontriamo uno dei principali problemi della recezione conciliare che deve tenere conto del fatto che questo principio non è stato mantenuto fino in fondo in tutti i documenti e che, a causa della loro promulgazione tardiva, alcuni testi fondamentali e molto controversi, come la Dei Verbum, non hanno potuto influenzare sufficientemente la redazione dei documenti ecclesiologici adottati in precedenza”.

Si aprono perciò nuovi spazi di ricerca, a 40 anni dalla Dei Verbum, per una penetrazione più organica dei temi evocati da questo testo conciliare e, soprattutto, per una azione pastorale che faccia veramente risaltare il primato della Scrittura nella vita quotidiana dei fedeli, nelle parrocchie e nelle comunità. Il futuro della Costituzione è dunque nelle nostre mani, ma soprattutto nelle mani di quello Spirito che avendo guidato i Padri conciliari in un terreno delicato è difficile, guiderà anche oggi e domani noi tutti a nutrirci della Parola per conformare ad essa la nostra vita.