Formazione Permanente – italiano 2022
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RITROVARE SE STESSI
Card. Martini

I. L’AMORE DI DIO PER L’UOMO

2. Il volto di Dio nel vangelo secondo Giovanni

Il punto di partenza e di arrivo della predicazione giovannea.

1. Il punto di partenza della predicazione giovannea lo leggiamo nel Prologo del suo vangelo che, a differenza di quello di Marco, è scritto per il cristiano che ha già compreso il senso della fede, ha già compiuto un cammino di sequela di Gesù. La predicazione di Giovanni è una disciplina spirituale che aiuta a riconoscere le implicazioni serie, derivanti dalla presenza del Verbo tra noi.

Egli infatti ci racconta le origini, ciò che era al principio, che spiega ogni cosa e dà la ragione di tutto quanto esiste. Ci racconta il senso del mondo dovuto a Colui che è il Logos, la Parola, il Verbo di Dio, perché Logos significa anche «senso».

Nel Prologo Giovanni pone in relazione l’origine del mondo con la venuta di Gesù sulla terra: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (1, 14), e la sua è la sintesi della penetrazione più alta sul mistero della pre-esistenza di Gesù nel Nuovo Testamento.

Il termine Logos, che fa da protagonista nell’azione del dramma racchiuso nei 18 versetti del Prologo, è davvero disperante, perché ha molteplici significati: la mente, la ragione, il conto della spesa, e molte altre cose disparate. C’è da domandarsi perché mai Giovanni abbia scelto questa parola invece di sceglierne altre più precise. Per esempio, se voleva indicare la «parola di Dio», perché non ha scelto rema, che forse era il termine più adatto per indicare espressamente la parola creativa di Dio? Se voleva indicare la «sapienza», perché non ha scelto sophia o altre parole analoghe? Ci troviamo invece di fronte a una vera e propria ridda di significati; mi sembra tuttavia non inutile prendere in considerazione i principali, senza pretendere di collocarci sul piano esegetico, bensì su quello della meditazione esistenziale.

Per un greco il significato più evidente, che egli recepiva dal diffuso contesto filosofico, era quello di logos delle cose, cioè la ragione ultima d’essere della realtà.

Gli esegeti, di solito, non insistono su tale significato e sostengono che la derivazione del logos giovanneo sarebbe piuttosto di tipo sapienziale, o in genere anticotestamentaria. Di fatto, però, è impossibile immaginare che un cristiano di Efeso di quel tempo, sentendo parlare del logos in senso assoluto, non pensasse alla ragione ultima delle cose, al perché del mondo, e non cominciasse di qui la sua riflessione.

Elenco, quindi, cinque fondamentali significati: ragione d’essere della realtà; parola creatrice: Dio creò tutto con la parola; sapienza che presiede alla creazione, sapienza ordinatrice; parola illuminante e vivificante; parola rivelatrice: il Figlio di Dio viene tra noi in Gesù (s’incarna) ed è Gesù che rivela il Padre.

Mi sembra che Giovanni veda l’intera serie di questi significati come se fossero ordinatamente infilati l’uno nell’altro; noi possiamo prenderli in considerazione uno dopo l’altro, in modo da ricostruire il disegno giovanneo.

Logos è la ragione ultima delle cose, la, ragione ultima della mia esistenza così com’ è in Dio.

E certamente un primo messaggio, forse implicito, ma evidentissimo, da cui si deve partire.

La mia esistenza – e tutta la situazione umana – ha una ragione, ha un significato in Dio.

Logos è la parola creatrice, e il significato ultimo di tutta la realtà, di tutte le cose, della mia situazione umana, sta nella dipendenza da Dio. Dipendenza da riconoscersi nella lode e nella riverenza. Se la ragione ultima di ogni cosa è una parola creatrice di Dio, il senso di dipendenza totale da Dio, da riconoscersi con riverenza e lode, è il primo atteggiamento sul quale gli altri si possono costruire e senza il quale nessuna disciplina spirituale può essere costruita.

Logos è la sapienza ordinatrice: presso Dio è la ragione ultima non solo dell’essere delle cose, ma dell’essere «qui e adesso». Tutte le situazioni dell’esistenza, tutto ciò che gégonen («è avvenuto») e avviene ora, ha un senso nella sapienza ordinatrice di Dio. Questa considerazione è amplissima e chiarificatrice, perché a partire da essa nessuna situazione umana è priva di senso, anche la più strana apparentemente; sia la mia situazione di uomo, sia la situazione dell’umanità e del mondo, sia la situazione della Chiesa: tutto ha un significato nella sapienza ordinatrice di Dio. Se manca tale fiducia, si rimane preda dello spavento che ci prende di fronte all’impressione del disordine illimitato.

Logos è phos (luce) e zoé (vita). Malgrado le oscurità della situazione presente dell’uomo, malgrado la tragedia umana che ci circonda, malgrado le prove della Chiesa e le situazioni quasi assurde nelle quali si trova il mondo e possiamo trovarci anche noi, esiste al fondo di tutto un «vangelo», che assicura esserci una ragione luminosa e vivificante di tutte queste cose, se solo sappiamo coglierla e lasciarci trasformare da essa.

– Logos è Gesù Cristo tra noi che ci parla del Padre. Le parole di Gesù, che ascoltiamo nella Scrittura, e la sua stessa realtà personale costituiscono il senso luminoso ed edificante, di tutta l’esperienza umana come noi la percepiamo. E questo lo sfondo sicuro – e necessario su cui si innesta tutta la costruzione successiva. Senza la fiducia di fondo nella sapienza creatrice, che regola le situazioni presenti e si manifesta in Cristo come «vangelo», non c’è speranza di fare meglio, non c’è speranza di cambiare se stessi e non c’è speranza per il mondo. La nostra speranza, infatti, sta tutta nel radicarsi di ogni cosa nella ragione ultima, che è la creazione divina e la presenza tra noi di Gesù Cristo, il quale rivela le parole di Dio e crea una situazione di verità e di grazia nel mondo: Gesù «pieno di grazia e di verità» (1,14).

Questo è dunque l’atteggiamento da assumere di fronte al vangelo di Giovanni: un atteggiamento ispirato al senso che tutto da Dio dipende e a Dio va, e che la nostra azione può inserirsi in maniera sensata, ragionevole, giusta in tale movimento, qualunque sia la nostra condizione presente.

2. Nel desiderio di cogliere il punto di arrivo della predicazione di Giovanni, dobbiamo sapere che nel suo vangelo (che è il vangelo dei simboli, delle similitudini e delle figure), la seconda parte (capp. 13-21) manifesta la prima (capp. 1-12). E soprattutto nei discorsi dal cap. 13 al cap. 17 – là dove si dice di Gesù: «Adesso non parli più in parabole, non parli più in similitudini» – che dobbiamo cercare e trovare il senso dei segni che precedono. Tra i discorsi prendo come punto di riferimento il testo di Giovanni 15, 15: «Non vi chiamo più servi ma vi ho chiamati amici». Qui viene espresso concretamente il punto di arrivo della disciplina spirituale a cui Giovanni sottopone il discepolo: il Verbo è ricevuto tra noi nell’intimità misteriosa dell’amicizia.

Il termine «amico» è raro nel Nuovo Testamento: lo si usa per indicare situazioni profane della vita. Giovanni è l’unico evangelista che con il termine philos, philein designa il rapporto con Cristo; perciò può essere interessante approfondirne il significato e domandarci quali siano in Giovanni le figure di amici del Signore, che egli concretamente ci mette davanti per mostrare in maniera plastica dove ci vuole condurre.

Ci accorgiamo allora che il quarto vangelo ci presenta una galleria di ritratti di amici del Signore, che approfondiscono ciascuno un aspetto dell’intimità col Verbo tra noi.

Ho individuato soprattutto sei nomi.

– Il primo che ci viene presentato è «l’amico dello sposo», cioè Giovanni Battista (3,29), che gode per la prossimità dello sposo. Gode, pur se non ne vede chiaramente la presenza manifestata, pur se resta fuori dalla porta, perché, come egli afferma, «io devo diminuire e lui crescere» (3,30) C’è qui un aspetto importante dell’amicizia con Gesù, che sarebbe utile paragonare con la figura di Nicodemo. Mentre Nicodemo è tutto preoccupato di sé, della propria situazione, della propria raggiunta rispettabilità, Giovanni è colui che gode perché l’altro si afferma: l’altro cresce e lui diminuisce.

– Il secondo esempio di amicizia è quello dei due discepoli di Giovanni che Gesù accoglie nel suo eremo: «Venite e vedete. Vennero e videro e stettero con lui tutto quel giorno» (1,38 ss.). È un altro aspetto dell’amicizia con Gesù: lo stare con lui, a lungo, volentieri, il godere con lui nella solitudine.

– La terza figura è duplice: Marta e Maria. Ciascuna rivela un aspetto particolare del rapporto dell’amicizia. Maria (contrariamente a ciò che ci presenta Luca) esprime il servizio amoroso: ella è colei che due volte unge i piedi di Gesù. Marta è quella che gli va incontro familiarmente, gli parla con franchezza e semplicità in un dialogo pieno di ascolto e fiducia.

– La quarta figura è Lazzaro, di cui è detto espressamente: on phileis, «quello che Gesù amava» (11, 3; 11,36), o philos, «l’amico» di Gesù (11, 11). Mentre negli altri casi si può vedere qualche esplicitazione dell’amore per Gesù (Giovanni gli prepara la via, i due discepoli amano stare con lui, Maria lo serve, Marta gli parla familiarmente), in Lazzaro è difficile cogliere quale sia l’aspetto dell’amicizia che viene sottolineato, perché Lazzaro non fa niente: non parla, non agisce, non si sa chi sia, non ha un carattere preciso. Forse la caratteristica tipica di questa amicizia è data dal fatto che Gesù fa tutto. In fondo il tratto più profondo dell’amicizia è lasciarsi scegliere: «Non voi avete scelto me ma io ho scelto voi» (15, 16). E si noti che questo testo segue immediatamente il v. 15, che contiene un passo fondamentale sull’amicizia. Lazzaro rappresenta, a mio avviso, la persona che è amata da Gesù perché Gesù così vuole, e che accetta la sua iniziativa.

– La quinta figura, tra tutte preminente, è il discepolo che ascolta e che fa strada: si tratta del «discepolo che Gesù amava», ricordato parecchie volte (13,23; 19,26; 21, 7; 21,20). Una figura che ha nel messaggio del quarto vangelo il valore di un punto di arrivo. Essa ci fa vedere come la strada di accoglienza del mistero dell’Incarnazione ci porti fino a quell’intimità col Signore descritta soprattutto nell’ultima cena e nella scena finale del vangelo (cap. 21).

– Aggiungiamo, infine, una figura per la quale si usano gli stessi verbi philein e agapan: Pietro.

Nel dialogo del capitolo finale (21, 15-55) – che è forse il luogo neotestamentario dove sono ripetuti più volte i verbi philein e agapan -, Pietro è immagine dell’amore apostolico (mentre il «discepolo che Gesù amava» è piuttosto il tipo dell’intimità mistica col Signore, colui che ha capito profondamente il mistero del Verbo); cioè dell’amore che, avendo intuito il mistero, si dona al servizio apostolico, al servizio ecclesiale.

Concludendo, Giovanni ci spinge verso l’acquisizione di un’intimità col Signore davvero nuova, un’intimità, un rapporto che dev’essere coltivato, ma che in verità ci è preparato come dono da Dio stesso.

Dio è Padre

Il mistero del Dio tra noi, del Verbo fatto carne, delineato da Giovanni si può cogliere facendo appello a tutte le nostre interiori forze di assoluto, di desiderio della trascendenza e di adorazione, che si riassumono nel desiderio di Dio.

A me preme sottolineare il messaggio di Gesù sul Padre perché tutto ciò che Gesù dice in questo vangelo ha un solo oggetto: Dio, il Padre, il Padre suo. A chi accetta che Dio solo è grande, il Figlio rivela il mistero. E quando gli viene chiesto: «Mostraci il Padre!» (14,8), Gesù risponde: «Chi ha visto me ha visto il Padre» (v. 9).

Gesù è presenza del Dio unico e inaccessibile a noi, cioè Dio fatto visibile e messo a nostra disposizione.

Naturalmente queste parole sono estremamente banali per chi non è passato attraverso il crogiolo del perfetto desiderio di Dio: esse rimangono qualcosa di cui non si vede il significato profondo. Ed è per questo che solo Giovanni tra gli evangelisti parla del Verbo fatto carne; gli altri più semplicemente parlano di Gesù uomo, che si mostra Figlio di Dio. Giovanni suppone una religiosità più matura e più pensata, che abbia acquisito il senso dell’assolutezza.

Quali sono le conseguenze della parola di Gesù: «Chi ha visto me ha visto il Padre»? Le conseguenze sono che Giovanni può dire: «Abbiamo visto la sua gloria, gloria come dell’Unigenito del Padre» (1, 14). Ogni atteggiamento di Gesù, quindi, è rivelazione del Padre.

Possiamo allora contemplare tutta la vita di Gesù adorando il mistero del Dio tra noi, del Dio manifestato. Gesù che accoglie Nicodemo, è il Dio invisibile che ci accoglie come amico. Gesù che ai discepoli i quali gli chiedono: «Dove stai?» risponde fraternamente: «Venite e vedete», è l’Eterno, colui che desideriamo dal più profondo del cuore. Gesù, che trasforma le situazioni umane (l’imbarazzo di Cana come l’incapacità a muoversi del paralitico), è Dio, l’Eterno, il Trascendente, che si ricorda della nostra miseria e ci fa dono liberamente della sua potenza. Gesù che dissipa le tenebre del cieco nato, è Dio che illumina benevolmente il nostro cammino. Insomma Gesù è il «Dio tra noi», e nel suo volto contempliamo l’amabilità di Dio stesso.

Non soltanto Gesù si è fatto uomo, ma Gesù per me si è fatto uomo. Egli ci manifesta il volto del Padre, il volto di Dio – quel Dio che vogliamo vedere – mostrandoci che è Dio per noi, che dà quanto ha di più caro per noi: ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio, e da darlo come vita tra noi.

Qual è il senso della nostra situazione umana rivelatoci da Gesù, che è Dio tra noi e Dio per noi? Che noi siamo amati da Dio. Amati da Dio, qualunque sia l’oscurità e l’insignificanza della nostra situazione presente, malgrado la derelizione nella quale pensiamo di essere. E un messaggio trasformante che, pur non cambiando nulla all’esterno, cambia in realtà il significato del mio essere: benché mi senta abbandonato e disperso in un mondo senza senso, nel quale sembrano dominare il caso e la necessità, io sono amato da Dio: Dio si dà per me e dà per me quanto ha di più caro. Un messaggio che evidentemente si allarga.

Gesù è non solo Dio tra noi, ma ci chiama a essere noi in lui; ciascuno di noi è amato da Dio, è cercato, è accolto, è chiamato, è desiderato nella sua solitudine, laddove nessuno può aiutarci. Anzi, proprio la situazione umana della derelizione è riscattata dal Dio tra noi e con noi e per noi, ed è resa feconda di comunione tra noi in Gesù. Mi riferisco al testo di Giovanni 11, 51-52: «Gesù viene per radunare i figli di Dio dispersi», cioè per darci il senso di essere amati da lui sia come singoli derelitti sia come gruppo di uomini sbandati e raccolti in unità.

C’è ancora un aspetto del mistero del Verbo fatto uomo per me: il mistero del servizio, su cui ci soffermiamo.

Dio serve l’uomo

Nell’episodio della lavanda dei piedi Gesù rivela, attraverso un gesto, come Dio sia a servizio dell’uomo, ed è questo un mistero paradossale.

«Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto.
Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: “Signore, tu lavi i piedi a me?”. Rispose Gesù: “Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo”. Gli disse Simon Pietro: “Non mi laverai mai i piedi!”. Gli rispose Gesù: “Se non ti laverò, non avrai parte con me”. Gli disse Simon Pietro: “Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo”» (Giovanni 13,2-9).

1. «Mentre cenavano». Giovanni non dice se si tratta di una cena pasquale: gli basta aver sottolineato che l’episodio si svolge durante una cena familiare, semplice, spontanea, amicale. La cena evoca l’atmosfera di fiducia, di intimità, di pace; ci si trova insieme perché ci si vuol bene e si desidera vivere un momento di serenità attorno a una tavola.

2. «Quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo».

Alla circostanza esteriore di serenità, fa da contrasto la menzione dell’inimicizia presente in quella scena di pace e di fiducia. Inimicizia significata dal diavolo e da Giuda. Il diavolo è colui di cui l’evangelista Giovanni ha già parlato molte volte chiamandolo «mentitore e omicida fin dal principio», colui che divide, mette contro, fa pensar male. E questo principio maligno è già entrato nel cuore di Giuda suscitando il desiderio, la scelta, la decisione di tradire Gesù.

Giuda è uno dei Dodici, un apostolo chiamato, privilegiato, amato dal maestro che gli ha dato ampiamente fiducia. Perché ci viene presentata una circostanza tanto dolorosa della cena? E vero che questo fatto non sarà più menzionato in seguito e il racconto si concentrerà sul gesto di Gesù che lava i piedi a Simon Pietro, ma qui si vuol far capire al lettore che la lavanda dei piedi metterà il Maestro in ginocchio davanti a Giuda. In ginocchio, in atteggiamento umile e pieno di tenerezza di fronte a colui nel cui cuore c’è satana. La vicenda ha una colorazione tragica perché contrappone la bontà di Gesù alla crudeltà, alla durezza, alla chiusura dell’apostolo. È una scena in cui si giocano quindi tutte le grandi realtà della storia umana: l’amore, l’apertura, l’attenzione agli altri, e la chiusura, la cattiveria, la malvagità.

In piccoli gesti appena percettibili, in un’ atmosfera casalinga, si evidenzia ciò che divide la storia umana e la sconvolge.

3. «Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava». La consapevolezza di Gesù si riferisce a due realtà.

La prima è la coscienza piena di essere il Messia, Signore della storia, colui nelle cui mani sono i destini dell’umanità. Gesù sa che il Padre gli ha dato tutto nelle mani.

La seconda è la coscienza della sua origine divina e quindi, accennata implicitamente, della sua figliolanza divina: sapeva di essere venuto da Dio e sapeva che il termine della sua vita era Dio, il Padre, la gloria.

Gesù compie il gesto della lavanda avendo piena consapevolezza della sua origine, del suo termine, della sua responsabilità, della sua missione.

Questa consapevolezza è la coscienza autentica che uno ha di sé come valore, come forza, come dono.

Per essa e grazie a essa anche le azioni più piccole assumono un grande orizzonte e sono compiute con gioia, coraggio, entusiasmo.

Il contrario è la non consapevolezza che si esprime nel nervosismo delle azioni, nell’inquietudine della vita, nel disfattismo, nel fare le cose una dopo l’altra, per abitudine. Le azioni quotidiane che ne derivano, e anche le grandi, sono compiute senza voglia e si degradano.

Nell’esemplarità di Gesù viene toccato un punto nevralgico della persona umana. E Giovanni sottolinea che la chiara consapevolezza che Gesù ha di sé, dà valore alla passione. La passione ha valore non semplicemente perché, di fatto, Gesù è messo a morte ma perché è di fronte agli eventi consapevolmente e coscientemente: tutti i suoi gesti, piccoli e grandi, a cominciare dalla lavanda dei piedi sono portati, sostenuti dalla consapevolezza.

Potremmo dividere le donne e gli uomini di questo mondo in tre categorie:

– Coloro la cui consapevolezza è quasi nulla: ignorano la chiamata del Signore, la dignità della vita e la loro esistenza è sprecata ogni giorno nella pura banalità, senza ideali, senza slanci, senza orizzonti.

– Coloro la cui consapevolezza è falsa, meschina oppure camuffata, e perdono il senso degli eventi, delle cose quotidiane. Per esempio, è consapevolezza falsa, camuffata quella di Pilato che, mentre Gesù è crocifisso con altri due, discute e litiga con i Giudei per l’iscrizione sulla croce (cfr. Giovanni 19, 17-22).

La passione di Gesù è piena di contrapposizioni tra il mistero che si compie nella dignità della sua consapevolezza e le miserie che, invece, per false o mancate consapevolezze umane, degenerano attorno alla croce.

– La consapevolezza autentica di Gesù ha un esempio mirabile nella consapevolezza di Maria nel Magnificat: «ha fatto in me grandi cose colui che è potente».

È la gioia di essere come si è per grazia di Dio, nelle realtà grandi come nelle piccole. Le piccole vengono vissute con orizzonti immensi, le grandi con la semplicità del bambino, del fanciullo.

4. «Si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto». Il quarto momento è la descrizione del gesto, solennissima perché tutti i particolari vengono sottolineati: l’asciugatoio, il catino, l’acqua, il versarla, l’asciugare.

Ci pare di vedere Gesù mentre lo compie con una lentezza e con una dignità liturgica che lascia stupiti i discepoli, quasi senza parole, finché Pietro non prorompe nell’esclamazione di meraviglia.

«Venne dunque da Simon Pietro…». Pietro è ogni uomo che, di fronte al mistero di un Dio che lo ama fino a servirlo, si ribella. Riflettiamo sui tre momenti di domande e di risposte tra Gesù e Pietro.

5. «Signore, tu lavi i piedi a me?.. Non mi laverai mai i piedi!». Pietro rifiuta completamente il gesto di Gesù, per un motivo che noi riteniamo giusto e valido: dovrebbe essere lui a fare quel servizio al Maestro e non viceversa! Insieme, però, Pietro esprime un suo modo di capire Gesù: secondo lui, non dovrebbe agire in maniera tanto servile, umile, non dovrebbe abbassarsi fino a lavare i piedi dei discepoli. Penetrando di più nella sua coscienza, ci accorgiamo che in sostanza non accetta che Gesù sia servo, che si faccia servo, perché dovrebbe essere l’uomo il primo a servire Dio, e non il Signore a compiere il primo passo.

Questa resistenza dell’apostolo era emersa in forma più clamorosa nel momento in cui il Maestro aveva preannunciato la sua passione. Giovanni non riporta l’episodio e quindi trasferisce nel racconto della lavanda l’opposizione di Pietro messa in luce dagli altri vangeli: «Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno. Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: “Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai”. Ma egli, voltatosi, disse a Pietro: “Lungi da me Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini”» (Matteo 16) 21-23; cfr. Marco 8, 31- 9, 1). Pietro non vuole accettare che ci sia qualcuno che ami l’uomo così; esprime la reale difficoltà di ciascuno di noi a lasciarsi amare, la difficoltà di ritenere di dover qualcosa a qualcuno, a credere che Dio ami davvero tanto l’uomo.

La coscienza debole di Pietro, la sua consapevolezza ancora oscura di quali sono i suoi veri rapporti con Gesù, è la stessa che ci impedisce di vivere veramente lo spirito di fede, l’abbandono della fede, nella certezza che Dio ci ama infinitamente e che è sempre lui a compiere il primo passo verso di noi, a prendere l’iniziativa del dono.

Pietro, come ciascuno di noi, fa fatica a uscire dall’orgoglio dell’autosufficienza, quasi invincibile per l’uomo, non riesce ad accettare che sia il Signore a salvargli la vita, a darla per lui.

6. «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo». Adesso Pietro ha paura di perdere Gesù e vorrebbe addirittura essere lavato tutto.

È l’oscillare dell’uomo e della coscienza tra i due estremi: l’incredulità che Dio ci ami e che dia la vita per noi e una certa insicurezza di fondo. Quante volte noi abbiamo paura di non essere amati, di non essere graditi a Dio, quante volte dubitiamo che Dio accolga la nostra vita!

La coscienza debole del credente va da uno all’altro dei due estremi senza potersi fermare, e solo Gesù può medicare, correggere, guarire.

Egli incomincia con Pietro quella medicazione che continuerà per tutta la passione, fino alla morte: la morte, e soltanto essa, opererà la completa guarigione.

Qual è il modo con cui Gesù cura la consapevolezza debole di Pietro?

Anzitutto la cura gradualmente, non pretende di fare tutto subito: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo». Gesù quindi dice a Pietro: fidati per adesso, accetta, io so di che cosa hai bisogno e ti porterò a comprendere il mistero del mio amore.

In secondo luogo Gesù cura la consapevolezza debole di Pietro aprendogli l’orizzonte della speranza: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». «L’aver parte con me» è l’eredità di Dio, del Regno, è la parola che nella Bibbia indica l’eredità dei santi, la pienezza delle promesse divine.

Ampliando gli orizzonti di Pietro alle grandi promesse divine, Gesù cerca di metterlo nella condizione di accettare il suo amore e così lo riconduce alla sobrietà della consapevolezza che non deve oscillare dalla depressione o dalla presunzione verso l’angoscia, bensì deve accontentarsi di ciò che sta sperimentando e di cui comprenderà gradualmente il senso.

Che cosa significa il gesto della lavanda dei piedi? Anzitutto è certamente un gesto rivoluzionario, che rovescia i comportamenti abituali, i normali rapporti tra Maestro e discepoli, tra padrone e servi. Gesù dirà che ordinariamente il Maestro è onorato, servito e tuttavia,qui fa un gesto da schiavo.

È inoltre un gesto sconvolgente sul piano religioso perché leggendolo con la fede della Chiesa noi vi vediamo Dio che serve l’uomo. L’affermazione sembra blasfema e non si addice a ciò che pensiamo di Dio.

Eppure, colui che è venuto da Dio e ritorna a Dio, si pone in posizione di umilissimo servizio verso l’uomo e, anzi, verso l’uomo nemico, Giuda. Dio serve l’uomo che gli è avverso, che gli si oppone, e assume nei suoi confronti un atteggiamento indifeso, umile, disponibile.

Se l’episodio non ci fosse stato tramandato da un libro evangelico, l’uomo non avrebbe mai potuto immaginare una cosa simile. Entriamo nel mistero del Dio rivelato, del Dio che si manifesta servendoci.

La lavanda dei piedi significa che il servire è azione divina e questo ha conseguenze incalcolabili sia dal punto di vista antropologico sia dal punto di vista ecclesiologico. Il servizio è divino, non il comandare, non il potere.

Che tipo di uomo, e di Chiesa, nasce dal gesto della lavanda dei piedi? Una figura che ci introduce nel mistero della prossimità: Dio si fa prossimo nel servire le realtà più umili, si fa prossimo come il buon samaritano. Questo mistero è la chiave del mistero della croce, della passione, di tutta la vita di Gesù, è la chiave del mistero della Chiesa.