Formazione Permanente – italiano 2022
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Esercizi Spirituali predicati dal card. Martini:
La trasformazione di Cristo e del cristiano alla luce del Tabor
V MEDITAZIONE
La trasformazione di Gesù

Finora siamo rimasti un po’ ai margini del mistero della Trasfigurazione. Abbiamo piuttosto riflettuto sulle difficoltà dei discepoli a coglierlo, sia che fossero le resistenze della montagna, sia che fossero i vizi della pianura. A questo punto dobbiamo finalmente prendere coraggio e guardare ciò che avviene sul monte, quindi rivivere il mistero della trasformazione di Gesù, sul quale la Chiesa ha riflettuto per secoli, mistero che ci introduce nei disegni di Dio. E faremo, come vi ho indicato nella metodologia generale, una lectio, leggendo i dati del testo, per poi procedere con la meditazione sui valori e sui messaggi (meditatio), cosi da entrare nella contemplatio, nel dialogo con Gesù che si manifesta nelle parole della Scrittura.

Rivivere il mistero

I vangeli di Matteo, Marco e Luca, considerati nel loro insieme, ci presentano, nell’episodio molto ricco e molto articolato del Tabor, cinque elementi: Gesù stesso, Mosè ed Elia, la menzione dell’esodo di Gesù a Gerusalemme, la nube luminosa, la voce dal cielo.

* Anzitutto Gesù. Cosa si dice di Gesù? Si dice che si trasforma: «Gesù si trasfigurò davanti a loro» (Mc 9, 2; d Mt 17, 2). Abbiamo già ricordato che il verbo greco significa di per sé «si trasformò» ed è tradotto con «si trasfigurò» a indicare la particolarità di tale trasformazione. L’evangelista Luca si esprime diversamente e parla del volto di Gesù: «Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto» (9, 29), cioè il suo volto divenne altro mentre pregava. Il mistero del Tabor è mistero di preghiera, in cui Gesù prega e insegna a pregare.

Il suo volto, continua Matteo, risplende come il sole. Durante i miei esercizi mi sono accorto che l’esperienza della luce sul Tabor è straordinaria, perché il sole risplende in maniera diversa più chiaramente che altrove: al mattino come rosso fuoco, a mezzogiorno risplende come luce quasi bianca, alla sera assume altre sfumature ancora. Ciò che gli apostoli hanno visto è appunto il trasformarsi del suo volto come il sole.

La trasformazione riguarda pure le vesti che diventano, dice Matteo, bianche come luce e risplendenti di un tale biancore, dice Marco, che nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle tanto bianche. Luca aggiunge una notazione: «Videro la sua gloria».

Dunque Gesù si trasforma, il volto diventa altro, risplende come il sole, i vestiti sono bianchi come la luce, di una bianchezza sfolgorante, e appare nella sua gloria.

È un fatto del tutto nuovo, che gli apostoli non avevano mai sperimentato, ma che deve averli impressionati profondamente, per cui fanno quasi fatica a descriverlo. Gesù nella sua gloria effonde gioia, fiducia, letizia, sicurezza, serenità.

* Un secondo elemento dell’episodio. Sul monte ci sono, come abbiamo detto, Mosè ed Elia. Parlano con Gesù e sono anch’essi avvolti di gloria (cf Lc v. 31). È interessante la presenza di questi due personaggi, che non viene spiegata.

Forse ci saremmo aspettati altre figure bibliche: per esempio Isaia, profeta e scrittore molto noto (Elia non ha scritto nulla) o Davide, il grande re d’Israele. In realtà, Mosè ed Elia sono entrambi famosi per la teofania di Dio sul monte Sinai e inoltre rappresentano la Legge e i Profeti, concretamente tutto quanto nelle Scritture riguarda Gesù. La mente degli apostoli si allarga perciò dalla figura di Gesù alla totalità del Primo Testamento.

Ricordiamo in proposito l’ammonimento di Gesù ai due discepoli di Emmaus, delusi nelle loro speranze: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? E cominciando da Mosè a tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (Lc 24, 2527). Ancora in Lc 24 (v. 44) avverte gli apostoli: «Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi».

Un altro brano interessante, tratto dagli Atti degli Apostoli, riguarda l’incontro del diacono Filippo con l’eunuco etiope. Filippo, spinto dallo Spirito, lo raggiunge mentre, sul suo carro da viaggio, ritorna da Gerusalemme dove si è recato per il culto, e lo interroga: «Capisci quello che stai leggendo?». L’eunuco, che sta leggendo un passo del profeta Isaia, ne chiede a Filippo la spiegazione: «Di quale persona dice questo: “Come una pecora fu condotto al macello e come un agnello senza voce innanzi a chi lo tosa, così egli non apre la sua bocca’?». A partire dal brano di Isaia, Filippo gli annuncia allora «la buona novella di Gesù». Il messaggio dei profeti racchiude dunque in sé, anticipandolo, il messaggio di Gesù. Segue il battesimo: «Proseguendo lungo la strada, giunsero a un luogo dove c’era acqua e l’eunuco disse: “Ecco qui c’è acqua; che cosa mi impedisce di essere battezzato?”. Fece fermare il carro e discesero tutti e due nell’acqua, Filippo e l’eunuco, ed egli lo battezzò» (cf At 8, 36.38). Entra in Gesù pienamente.

E che cosa fanno Mosè ed Elia? Si intrattengono con Gesù: «Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia che conversavano con lui»; «Apparve loro Elia con Mosè e discorrevano con Gesù» (Mt 17, 3; Mc 9, 4).

In conclusione, la visione si allarga a Mosè ed Elia e ci fa intravedere in Gesù la sintesi del Primo Testamento.

* Il terzo elemento dell’episodio, l’esodo di Gesù, è presentato più specificamente da Luca: «Apparsi Mosè ed Elia nella loro gloria, parlavano del suo esodo che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme» (Lc 9, 3 1). Sappiamo quanto il termine esodo sia carico di significato per gli ebrei: è l’uscita dall’Egitto, la liberazione del popolo, l’evento che ancora oggi ricordano nella Pasqua, l’evento fondatore della loro identità. Mosè ed Elia alludono all’esodo che Gesù avrebbe portato a compimento a Gerusalemme; c’è quindi una pienezza nella vita di Gesù che ancora non si è compiuta nella storia del popolo ebraico, ma che per lui si realizzerà a Gerusalemme.

È certamente un modo discreto di indicare la sua morte e risurrezione, il mistero pasquale quale compimento del disegno di salvezza.

* Un quarto aspetto. I tre discepoli, rimasti finora solamente in contemplazione di quanto è avvenuto, adesso vengono coinvolti nella nube: «Una nuvola luminosa li avvolse con la sua ombra» (Mt 17, 5). È interessante ed è qualcosa di simile al fenomeno che ancora oggi avviene sul Tabor. Siccome il monte si trova nella pianura di Esdrelon e fino al mare non c’è impedimento, pur essendo abbastanza lontano, talvolta arrivano delle nuvole dal mare e ci si trova immersi nella nebbia, che rimane tuttavia luminosa perché c’è il sole. È il fenomeno che i discepoli vivono: una nube luminosa. Essa indica lo Spirito Santo, quello stesso Spirito che, secondo il vangelo di Luca (1, 35), copre con la sua ombra Maria. I discepoli entrano nell’ombra santa che è lo Spirito.

Sempre Luca racconta che i tre furono pieni di paura (cf 9, 34); è una nube che da una parte è luminosa e dall’altra intimorisce.

* Il quinto elemento del racconto è la voce dal cielo.

Cosa dice la voce? L’espressione più completa è di Matteo: «Ed ecco una voce che diceva: “Questi è il Figlio mio prediletto, che ha tutto il mio favore. Ascoltatelo (17, 5). Marco riporta le stesse parole, senza l’aggiunta: «che ha tutto il mio favore» (9, 7). In Luca si legge: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo» (9, 35). E Pietro, dal canto suo, riporta l’insieme della frase senza l’esortazione «ascoltatelo» (cf 2Pt 1, 17-18).

Viene subito spontaneo il paragone (l’abbiamo già ricordato all’inizio) con la voce del Battesimo, voce del Padre, che scende dall’alto: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto» (Mt 3, 17); «Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto» (Mc 1, 11); «Tu sei il mio Figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto» (Lc 3, 22).

Qual è la differenza tra le due proclamazioni? Ambedue concordano nel sottolineare che Gesù è il Figlio, il Figlio amato, il Figlio in cui il Padre si compiace. L’aggiunta nuova della Trasfigurazione è: «ascoltatelo». A dire: lui sta veramente presentando al mondo l’immagine del Padre.

Abbiamo riletto l’episodio nel suo nucleo centrale, che riguarda più direttamente Gesù, tralasciando altri particolari.

Passando alla meditatio ci domandiamo: quali valori ci comunica il brano, quale messaggio per noi?

Preannuncio della gloria

Il messaggio è talmente ricco che va elaborato a poco a poco. Ho pensato di esprimerlo considerando l’evento da tre punti di vista: dalla parte di Gesù, dalla parte degli apostoli, dalla parte della Chiesa.

1. Che cosa rappresenta la Trasfigurazione per Gesù? – È una promessa e un’anticipazione della sua gloria. Egli ha vissuto finora una vita molto umile, molto povera, quasi trascurata dagli altri; certamente ha compiuto miracoli e la folla gli è corsa dietro, ma a un certo punto si è ritirata perché le sue esigenze erano troppo alte. Gesù dunque sta vivendo un momento di solitudine, di abbandono da parte della gente. Ed ecco che il Padre interviene quasi a incoraggiarlo: è destinato alla pienezza della gloria. Per Gesù il momento della Trasfigurazione mostra quella gloria che è già in lui, pur se non è ancora manifestata.

– Inoltre per Gesù l’evento del Tabor è un sostegno di fronte alla passione che lo attende- è un aiuto alla sua umanità sapere che non sarà abbandonato nella sofferenza dei Getsemani, perché gli è dato sul monte di prevedere la sua risurrezione e ascensione.

– Da ultimo questo episodio è rivelazione della Trinità. Gesù appare come il Figlio, la voce del Padre lo dichiara Figlio e la nube dello Spirito lo copre della sua gloria.

Siamo di fronte a un testo nodale, chiave di tutti i vangeli, un testo di cui dovremmo sempre nutrirci per allargare i nostri orizzonti su Gesù. Noi siamo troppo tentati di lasciarci frammentare dalla quotidianità: facciamo una cosa, poi ne facciamo un’altra, magari cose buone, però banali e ripetitive, e ci lasciamo sbriciolare, logorare dalla piccolezza quotidiana. Persino i preti, i vescovi, i religiosi faticano ad alzare lo sguardo e a vedere l’insieme del mistero di Dio, incalzati dalle urgenze, dai problemi, dalle necessità. Gesù ci invita a contemplare il significato globale, a considerare come tutto ciò che si compie in lui rivela il Padre, rivela la gloria di Dio, la forza della risurrezione. È una rivelazione che ci permette di non rimanere schiacciati dagli avvenimenti, contenti perché una piccola cosa va bene, depressi perché un’altra va male. La visione di fede ci fa contemplare Gesù nei gesti quotidiani, perché in essi il Figlio manifestava il Padre, nella gloria dello Spirito. È la rivelazione trinitaria dell’agire della Chiesa e dell’agire di Gesù.

Concludendo: Gesù viene confermato nella sua missione. Certo la gente che lo ascoltava poteva pensare: davvero Dio è con lui? Se è con lui, non dovrebbe permettere che sia criticato e abbandonato. La risposta è nella voce dal cielo: questi è il mio Figlio prediletto, in lui mi sono compiaciuto. È una rivelazione che la vita umile di Gesù piace al Padre e rivela il Padre stesso.

2. Cerchiamo allora di richiamare il significato dell’episodio dal punto di vista degli apostoli.

– Potremmo dire che per loro l’evento è sorgente di una grande consolazione intellettuale. Anch’essi, come noi, venivano tentati di lasciarsi chiudere nelle critiche, nelle mormorazioni, in tutto ciò che costituiva la quotidianità, poco rilevante; sul monte sono invitati a leggere nelle piccole cose la grandezza del mistero di Dio che si rivela. Agli occhi della fede, nulla più nella nostra vita è banale, niente è mediocre, niente ci rende impazienti, perché cogliamo il senso profondo di tutto. È una consolazione intellettuale, nella quale si gode di capire il senso di tante prove, sofferenze, oscurità. Si comprende che tutto ha un senso.

– Un secondo significato per gli apostoli è che si sentono sostenuti nelle loro prove. Quando essi nel Getsemani vedranno Gesù soffrire, triste fino alla morte, si ricorderanno che di lui il Padre ha detto di compiacersi. La sua debolezza e la sua sofferenza sono per la vita, hanno un senso positivo.

E ancora i tre discepoli contemplano Gesù quale centro e vertice del disegno di Dio. È il culmine del Regno, è colui nel quale si riassume il significato di tutta la storia, di tutto l’universo. Tutto guarda a lui, tutto tende verso di lui, tutto si risolve e si sintetizza in lui.

– Inoltre gli apostoli comprendono che Gesù è il centro delle Scritture, porta a compimento Mosè e i Profeti (l’abbiamo ricordato parlando di Mosè e di Elia).

Per questo la Chiesa primitiva non ha mai abbandonato le Scritture ebraiche, benché sia stata una tentazione ricorrente. Marcione è stato uno dei primi a teorizzare l’opportunità di dimenticare il Primo Testamento, ritenendolo pieno di pagine oscure e incomprensibili. La verità terribile è che se la Chiesa si distaccasse dalle Scritture e dal popolo ebraico, taglierebbe le sue radici, perché la Chiesa non è se non l’ebraismo portato a compimento. Oggi, dopo tante persecuzioni e soprattutto dopo il tentativo nazista di sterminare gli ebrei, comprendiamo meglio che la Chiesa non può fare a meno del popolo ebraico, che è fondata su di esso, che siamo inseriti (come dice Paolo) in questa radice santa, che c’è una continuità inscindibile tra popolo ebraico e Chiesa.

Confesso che, se ho scelto, dopo aver concluso il servizio episcopale a Milano, di vivere a Gerusalemme, è proprio perché voglio esprimere il legame della Chiesa con Israele. Noi cristiani non possiamo staccarcene, non possiamo ignorarne l’esistenza, non possiamo dire: tutto comincia da noi. No, tutto comincia da loro; Gesù è un ebreo, è l’ebreo che riassume la pienezza del suo popolo e noi siamo, attraverso di lui, inseriti in questo popolo. Vorrei anche citare alcune frasi che scrisse Giovanni Paolo Il, per l’intervista con Vittorio Messori pubblicata nel 1994, a proposito delle sue relazioni con il mondo ebraico: «Torno col ricordo al periodo del mio lavoro pastorale a Cracovia. Cracovia, e specialmente il quartiere Kasimierz, conservano molte tracce della cultura e delle tradizioni ebraiche. A Kasimierz, prima della guerra, c’erano alcune decine di sinagoghe, in parte grandi monumenti della cultura. Come arcivescovo di Cracovia, ebbi intensi rapporti con le comunità ebraiche della città. Rapporti molto cordiali mi univano con il suo capo: essi sono continuati anche dopo il mio trasferimento a Roma. Eletto alla Sede di Pietro, conservo dunque nell’animo ciò che ha radici molto profonde nella mia vita. In occasione dei miei viaggi apostolici nel mondo cerco sempre di incontrare i rappresentanti delle comunità ebraiche. Ma un’esperienza del tutto eccezionale fu per me, senza dubbio, la visita alla sinagoga romana [… ]. Durante quella visita memorabile definii gli ebrei come fratelli maggiori nella fede. Sono parole che riassumono in realtà quanto ha detto il Concilio Vaticano II, e ciò che non può non essere una profonda convinzione della Chiesa [… ]. Questo straordinario popolo continua a portare dentro di sé il segno dell’elezione divina» (Giovanni Paolo II, Varcare la soglia della speranza, Mondadori, Milano 1994, pp. 111- 112).

Il nostro rapporto con gli ebrei non è insomma uguale a quello con altre esperienze religiose, perché siamo parte spirituale di questo popolo. È un legame espresso mirabilmente nella scena del Tabor: Gesù, Mosè, Elia che parlano familiarmente; tutta la Scrittura ebraica parla di Gesù, della sua morte e risurrezione.

Dunque la nostra storia comincia da Abramo, non da Gesù. Da Adamo nella creazione di Dio ma, quanto alla elezione, da Abramo. E nella Eucaristia recitiamo: «Abramo, nostro padre nella fede». Non è poco.

– Infine l’episodio è per i discepoli una conferma della via umile del Vangelo. Le parole di Gesù nei vangeli sono molto esigenti: il Discorso della montagna, il perdono dei nemici, l’offrire l’altra guancia. l’essere misericordiosi con tutti, l’allietarsi di essere poveri piuttosto che ricchi. Ebbene, il racconto della Trasfigurazione insegna che Dio approva tutto ciò. Quel Gesù che ha pronunciato il Discorso della montagna è degno di essere ascoltato perché rivela la parola di Dio.

È la conferma divina della straordinarietà del cammino evangelico, cammino di povertà, di obbedienza, di misericordia, di perdono, di preghiera. Ed è insieme per i discepoli una promessa e una promessa della gloria eterna. Infatti Pietro esclama: «È bello stare qui!»; è la parola che diremo in paradiso, è la parola definitiva. Pietro avverte in qualche modo che «qui» è anticipata la vita eterna, perché conosce Gesù, conosce il Padre nella grazia dello Spirito, in una maniera nuova e straordinaria.

3. Quale messaggio per la Chiesa e per il cristiano? La Chiesa vede nella Trasfigurazione di Gesù il proprio cammino di trasformazione dell’esistenza umana: è chiamata a essere strumento della divinizzazione del mondo, per renderlo simile a Gesù glorioso; ha la missione di far compiere a tutti il cammino di Gesù. Una missione voluta da Dio, certa. approvata, sicura.

L’evangelizzazione consiste appunto nell’aiutare le persone a diventare come Gesù.

Per il cristiano – e lo vedremo meglio in seguito la Trasfigurazione è segno della trasformazione battesimale. Non c’è altro scopo nella vita che diventare come Gesù.

Verso la contemplatio

Vi offro qualche suggerimento per entrare in dialogo con Gesù. Siamo invitati a contemplare, a rileggere il brano e a chiedere di capirlo, a vivere in esso, ad abitare in esso, perché ci nutra, ci consoli e ci educhi.

Guardando la gloria di Gesù trasformato, possiamo ringraziare con Gesù il Padre: ringraziare per la Scrittura, per Mosè ed Elia, per la via stretta che il Signore ci ha mostrato, per la gloria che ci prepara. Sentiremo allora che Gesù ci riscalda il cuore e conferma la nostra fede, e ci aiuta a contemplare la Chiesa come l’umanità trasfigurata in Gesù.

Lasciamoci dunque attrarre dallo Spirito ne pregare, adorare, lodare, ringraziare, così che ne segua una dedizione senza limiti al cammino di Gesù verso Gerusalemme, per essere con lui, per morire e risorgere con lui nella pienezza della vita nuova.