Cinque gli italiani, sacerdoti e religiose fondatori di Istituti religiosi. Tra gli stranieri, la figura di Charles de Foucauld. Ecco alcuni cenni biografici sui nuovi santi della Chiesa

Domenica 15 maggio alle 10, sul sagrato della Basilica di San Pietro, il Papa presiede la celebrazione eucaristica e il rito della canonizzazione di dieci beati.

Cinque di loro sono italiani: Luigi Maria Palazzolo, sacerdote, fondatore dell’Istituto delle Suore delle Poverelle-Istituto Palazzolo; Giustino Maria Russolillo, sacerdote, fondatore della Società delle Divine Vocazioni e della Congregazione delle Suore delle Divine Vocazioni; Maria Francesca di Gesù (al secolo Anna Maria) Rubatto, fondatrice della Suore Terziarie Cappuccine di Loano; Maria Domenica Mantovani, cofondatrice e prima superiora generale dell’Istituto delle Piccole Suore della Sacra Famiglia; Maria Gesù (al secolo Carolina) Santocanale, fondatrice delle Suore Cappuccine dell’Immacolata di Lourdes.

Cinque nuovi santi sono invece di altra nazionalità: Titus Brandsma, Lazzaro Devasahayam Pillai, César de Bus, Marie Rivier e Charles de Foucauld.

Figure di testimoni della fede tra loro molto diverse a conferma della grande fantasia dello Spirito Santo. In comune lo spazio alla preghiera e l’impegno nel servizio ai bisognosi, specie in quelle che il Pontefice definisce «periferie esistenziali del mondo». Guardare a loro è una scuola di umiltà e di prossimità, ha più volte sottolineato il Papa, antidoto contro il pericolo dell’orgogliosa autosufficienza che allontana da Dio. I santi e le sante, compresi i dieci beati e beate canonizzati domenica 15 maggio sono cioè modelli cui ispirarsi, in particolare nei momenti delle prove, come quelle, pesantissime, che hanno affrontato molti di loro.

Dobbiamo imitarli, disse papa Francesco il 13 ottobre 2019, per diventare anche noi «luci gentili tra le oscurità del mondo».

Qui di seguito riportiamo per ogni testimone alcune note biografiche, senza la pretesa di essere esaustivi di fronte alla grandezza dei loro profili spirituali e morali.

Charles de Foucauld, voleva essere il fratello universale

“La figura di Charles de Foucauld è estremamente complessa. Non può essere troppo semplificata perché si rischia di banalizzarla. Ma è vero che la fraternità è centrale nella sua vita e nella sua spiritualità, questo suo desiderio di andare verso l’altro, di farsi l’altro; è una volontà folle, la sua, di divenire fratello. Fratello di tutti”. Sintetizza così, l’arcivescovo di Algeri Jean-Paul Vesco, la personalità straordinaria – proprio perché fuori dall’ordinario – di frère Charles, il santo della fraternità, che oggi viene canonizzato a Roma insieme ad altri nove nuovi santi.

“Voleva essere il fratello universale – scrive papa Francesco nella Fratelli Tutti -. Ma solo identificandosi con gli ultimi arrivò ad essere fratello di tutti”. Lo sanno bene in Algeria, dove visse nel deserto del Grande Sud, a Beni Abbès, Tamanrasett e all’Assekrem: qui, ancora oggi, resistono alcuni Piccoli Fratelli, uno dei tanti rami della famiglia foucauldiana che sono nati ispirandosi alla sua spiritualità.

“Un uomo assetato di fraternità – lo definisce monsignor Vesco, che è arrivato ieri a Roma con un gruppo di una trentina di persone in rappresentanza della minuscola Chiesa d’Algeria -. Un uomo che bruciava di passione e che ha portato su di sé il Vangelo, continuando a ispirare tanti cristiani non solo là dove ha vissuto, ma in tutto il mondo. E oggi diventa a tutti gli effetti un’icona dalla Chiesa universale”.

I tuareg del Sahara, con cui ha vissuto l’ultima parte della sua vita, lo avevano ribattezzato il “marabutto cristiano”, riconoscendo in quell’uomo così diverso da loro, di un altro mondo e un’altra fede, un’intensa esperienza di Dio.

Ma chi era Charles de Foucauld? E che cosa continua a dire oggi la sua spiritualità e radicalità? Certamente era un uomo complesso e fuori dal comune, un esploratore del deserto e dell’anima. Che ha vissuto molte vite.

Nato a Strasburgo il 15 settembre 1858, in una famiglia nobiliare, intraprende l’accademia militare, tra molti eccessi e poca disciplina. Nel 1880, parte per la prima volta per Algeria dove viene congedato. Viaggia quindi in Marocco, camuffato da ebreo, insieme a un rabbino: qui compie una serie di rilevazioni geografiche che gli valgono la medaglia d’oro dalla Société de Géographie di Parigi.

È solo tornando in Francia nel 1886 che ritrova la fede, grazie all’abbé Henri Huvelin. E la sua vita ne è stravolta. Per sempre. “Appena ho creduto che Dio c’era – scrive – ho capito che non potevo fare altro che vivere per Lui”.

Non è un uomo dalle mezze misure, Charles de Foucauld. Durante un pellegrinaggio in Terra Santa, decide che deve spogliarsi di tutto per vivere alla maniera di Gesù. Vuole farsi monaco trappista ed entra nell’abbazia di Notre Dame des Neiges nell’Ardèche e da lì viene mandato in una nuova fondazione ad Akbès, in Siria. Ma anche la vita rigorosa della trappa non gli basta. Torna a Nazareth nel 1897, per riprendere il cammino sulle orme di Gesù. E solo nel 1901 viene ordinato prete a Viviers, in Francia.

Nel frattempo, è il richiamo del deserto che infiamma nuovamente la sua anima. Sente con forza che “bisogna passare per il deserto per ricevere la grazia di Dio”.

“Nel Sahara, frère Charles si è davvero spogliato di tutto – riflette monsignor Vesco -. E questa sua spogliazione lo ha messo a nudo di fronte all’altro, nella povertà più totale, nella preghiera e nella contemplazione, nel lavoro indefesso e nella testimonianza di una solidarietà fraterna con tutti”.

Si insedia a Beni Abbès, dove costruisce una fraternità e scrive la regola dei Piccoli Fratelli del Sacro Cuore di Gesù e successivamente quella delle Piccole Sorelle. Sono i primi semi di qualcosa che darà frutto solo dopo la sua morte. Si trasferisce quindi a Tamanrasset, ancora più a Sud. È il 1905 e qui comincia una vita nuova, ancora più radicale, in questo luogo “luogo abbandonato e di abbandono”.

Solo, si dedica alla realizzazione di un poderoso dizionario di francese-tuareg e alla trascrizione di poesie e proverbi di quel popolo. La preghiera riempie il resto delle sue giornate. Per alcuni mesi si trasferisce in un eremo all’Assekrem, sul massiccio dell’Hoggar, dove ponendosi “nella solitudine di fronte alle cose eterne – scrive – ci si sente invasi dalla verità”.

“Morire a se stessi per far sì che la propria vita diventi feconda”, ricorda oggi frère Ventura, uno dei due Piccoli Fratelli che continuano a vivere all’Assekrem: “La parabola del chicco di grano caduto in terra accompagna frère Charles per tutta la vita”. È quanto scriveva anche all’abbé Huvelin: “Devo convertirmi, devo morire, come il chicco di grano che, se non muore, resta solo”.

È una specie di profezia. Charles de Foucauld viene ucciso il primo dicembre 1916 durante un assalto di predoni. Ora riposa a El Goléa, dove questa mattina, in concomitanza con la canonizzazione romana, si tiene una cerimonia presieduta dal vescovo di Costantine, monsignor Nicolas Lhernould.

“Qualunque sia il mio avvenire – scriveva frère Charles -, lungo o di un giorno solamente, sereno o doloroso, la tua Volontà è che esso sia santo”. Un santo fuori da tutti gli schemi. (Anna Pozzi)

Madre Rubatto, da Loano a Montevideo È italiana la prima santa dell’Uruguay

Nel 1883 Anna Maria Rubatto era una laica di robusta formazione spirituale e di radicato impegno nel servizio della carità. A Torino collaborava con Don Bosco negli oratori, visitava gli ammalati al Cottolengo, insegnava catechismo.

La svolta però avvenne a Loano dove si recava in estate assistendo i poveri e seguendo delle cure marine. Era di pomeriggio e mentre usciva dalla chiesa che frequentava ogni giorno, sentì il lamento di un giovane manovale colpito in testa da una pietra caduta dall’impalcatura cui stava lavorando. Anna Maria lo soccorse, gli curò la ferita e gli regalò il denaro equivalente a due giorni di lavoro perché potesse riprendersi dall’incidente. Provvidenza volle che quell’impalcatura servisse alla costruzione di un edificio destinato a una comunità femminile di cui si cercava la direttrice. E la scelta, per volontà del padre cappuccino Angelico Martini, cadde su di lei. Proposta accettata dopo un serio discernimento. L’istituto delle Suore Terziarie cappuccine di Loano che nel 1973 divenne delle “Suore cappuccine di madre Rubatto”, nacque così il 23 gennaio 1885 e di lì a poco si sarebbe espanso prima in Liguria (a Genova-Voltri, Sanremo, Porto Maurizio, Levanto) e poi in America latina cominciando, nel 1892, da Montevideo cui seguirono Argentina e Brasile. Il radicamento in quella regione fu tale che domenica prossima, quando sarà canonizzata, madre Maria Francesca di Gesù, (il suo nome da religiosa) diventerà la prima santa dell’Uruguay. Completando una storia, di umiltà e fantasia dello Spirito, che non può lasciare indifferenti. (Riccardo Maccioni)

Don Giustino Maria Russolillo, «il parroco santo» che spese la vita per le vocazioni

Suscitare, cercare, coltivare le vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa: una preziosa eredità ed un “tormento” che diventa per don Giustino Maria Russolillo l’assillo dei suoi pensieri. Domani, in piazza san Pietro, il premio alla sua scelta di rischiare per seguire Gesù: sarà canonizzato per la sua vita e le sue opere.

Terzo di dieci figli, nasce il 18 gennaio 1891 a Pianura (quartiere di Napoli), a dieci anni entra nel Seminario di Pozzuoli. Consapevole del servizio singolare che le vocazioni ai ministeri ordinati e di speciale consacrazione offrono alla santità del popolo di Dio, fonda il “Vocazionario”, la sua opera caratteristica, istituito per i giovani, soprattutto poveri, inclini al sacerdozio, alla vita consacrata, ma non ancora ben orientati per i seminari o le congregazioni.

Nell’ottobre del 1920 fonderà lui stesso la Congregazione religiosa dei vocazionisti e, l’anno successivo, quella delle suore Vocazioniste. «Non possiamo però capire la portata di questo nuovo santo della Chiesa se lo riducessimo ad un semplice ricercatore di vocazioni – spiega padre Antonio Rafael do Nascimento, superiore generale della Società Divine Vocazioni – don Giustino ha consumato tutta la vita per le vocazioni, per tutte le vocazioni; un precursore di ciò che oggi la Chiesa universale comprende come vocazione, ovvero non soltanto una faccenda per preti e suore, né tantomeno come un cammino predefinito e circostanziato. Don Giustino ha parlato di vocazione alla vita, alla fede, alla santità».

Per questo ha coniato un saluto tutto suo: «Fatti santo, fatti santo davvero che tutto il resto è zero». Da seminarista, durante le vacanze, radunava nel giardino della casa i ragazzi che mostravano segni di vocazioni. «Sarà lui stesso – racconta il Superiore Generale – a rispondere a chi gli domandava com’è nata la Congregazione: “La Società Divine Vocazioni è nata da un seminarista che faceva catechismo tutti i giorni e a volte tutto il giorno”».

La medesima attenzione per le donne. «Desiderava che la consacrata fosse, per il Signore e per l’umanità, adoratrice e missionaria», spiega suor Chiara Stella Vitale, madre generale della Congregazione delle Suore delle divine vocazioni – «perché la vita consacrata per don Giustino è una relazione di amore con il Signore, visto come creatore e Salvatore soprattutto nell’ambito teologico della Trinità e della famiglia di Nazareth, unendo insieme contemplazione e azione», spiega la consacrata.

Uomo dal cuore sensibile, non poteva non considerare come parte integrante del carisma dei vocazionisti, la riabilitazione dei sacerdoti che, per un motivo o per altro, avevano abbandonato il ministero. Scrive così in una lettera, indirizzata ai superiori della Congregazione il 6 luglio 1933, riassumendo quello che in qualche modo è stato il suo tormento: «Abbiamo creduto di avvilire l’autorità religiosa, andando personalmente in cerca di qualche prodigo, e cordialissimamente richiamarlo, riportarlo, riabbracciarlo con grande festa del cuore, o restando invece come mortalmente ferito, quando non ci riusciva, piangendoli dentro e fuori, senza consolazione».

Si spense a Pianura il 2 agosto 1955. Attualmente, i consacrati e le consacrate, fedeli al carisma iniziale, sono in 18 nazioni.

Domenica prossima si conclude l’iter per la canonizzazione. Dichiarato venerabile nel 1997, beato nel 2011, il 27 ottobre 2020 papa Francesco ha autorizzato il decreto sul miracolo attribuito alla sua intercessione. Ce lo racconta il protagonista, Jean Emile Rasolofo, vocazionista originario del Madagascar. «Una sera ebbi un forte mal di testa, non ricordo molto, i padri mi dissero che ero riverso in terra nel mio alloggio e che, giunto in ospedale, i medici parlarono di un coma irreversibile, al punto tale da chiedere la donazione degli organi. Ma dopo alcuni giorni mi sono sentito improvvisamente bene e ho iniziato ad aiutare gli altri pazienti». «Qualcosa di inspiegabile fu definito dai medici – dice don Giacomo Capraro, postulatore – quando Jean Emile viene colto da malore, la comunità religiosa ed i fedeli si stringono in preghiera intorno al giovane confratello, poi in rianimazione viene sfiorato dalla reliquia di don Giustino e miracolosamente si sveglia ed inizia ad aiutare gli altri. Preghiera e realizzazione della preghiera: questo ci ha convinto che c’è la mano di Dio». (Rosanna Borzillo)

Don Luigi Palazzolo, povero tra i poveri

Un santo che può aiutarci a capire come intervenire contro la “logica dello scarto” di cui parla spesso papa Francesco». E del resto il beato Luigi Palazzolo, che domenica sarà riconosciuto santo assieme ad altre nove persone, la scelta della povertà «l’ha fatta anche in modo radicale». Suora Linadele Canclini, postulatrice generale delle suore Poverelle – l’istituto religioso femminile fondato dal futuro santo -, lo sottolinea con forza. «La scelta dei poveri, di stare dalla loro parte – spiega – l’ha fatta sin da piccolo, quando lui, figlio di una famiglia agiata di Bergamo, veniva accompagnato dal maggiordomo per portare cibo ai malati indigenti. Nato in una famiglia cattolica, da subito è stato cresciuto con esempi concreti di solidarietà verso chi ha più bisogno. La consegna del cibo è solo uno esempio, ma sin dalla fanciullezza ha prestato attenzione all’aiuto agli altri».

Nato a Bergamo il 10 dicembre 1827, frequenta le scuole con profitto e prosegue gli studi nel ginnasio pubblico. Nel 1844 come alunno esterno inizia la formazione in Seminario. Viene ordinato sacerdote il 23 giugno 1850. E «anche in questo caso la scelta dei poveri prevale nel decidere dove svolgere il proprio ministero – racconta la postulatrice –: va nell’oratorio della Foppa nel quartiere San Bernardino, frequentato da ragazzi poveri e spesso orfani». E proprio girando per le vie di Bergamo, don Palazzolo si imbatte in una bambina malata che la famiglia voleva vendere. Lui ne paga il prezzo e la accoglie in casa. Da questo gesto nascerà quello che oggi è l’Istituto delle Suore Poverelle.

«In questo passo sarà aiutato anche da madre Teresa Gabrieli, recentemente dichiarata venerabile – aggiunge suor Canclini –, che possiamo definire davvero complementare al nostro fondatore». Era il 1869. Un anno di enorme importanza per don Palazzolo: non solo con la pronuncia dei voti Teresa Gabrieli, apre la prima casa di accoglienza e lo stesso sacerdote bergamasco decide per una scelta radicale della povertà. «Avviene a Roma durante gli Esercizi spirituali che segue in vista dell’ordinazione episcopale di Alessandro Valsecchi, suo direttore spirituale. Davanti al Crocifisso, racconta lo stesso fondatore, “mi si presentò alla mente che Gesù morì ignudo sulla croce e però sentii desiderio di povertà e abbandonare tutto” – racconta la postulatrice –. E così farà vendendo tutti i suoi averi per investirli nelle opere in favore dei poveri». Insomma lui che da sempre era vissuto povero “con” i poveri, aveva deciso di dover vivere povero “tra” i poveri. Lo farà fino all’ultimo dei suoi giorni, il 15 giugno 1886 quando muore a 58 anni d’età.

Ancora oggi quell’intuizione, che ha trovato forma nel carisma della congregazione delle Poverelle, «ci vede vicine ai più poveri di ogni età: siano anziani o giovani immigrati; mamme con bambini o minori vittime di abusi; malati terminali o carcerati». Ma a testimoniare come questo carisma diventi un antidoto alla cultura dello scarto, «vi è l’esperienza della Fraternità dei laici amici di don Palazzolo, che dalla seconda metà degli Anni Settanta affianca le nostre comunità di suore non solo in Italia, ma anche nei Paesi terra di missione. Sono uomini e donne che nella loro vita quotidiana cercano di vivere il carisma del fondatore al servizio dei più poveri».

Un servizio che le suore Poverelle continuano a svolgere anche a rischio della propria vita. «Una pagina luminosa in questo senso è data dalle nostre sei consorelle, recentemente dichiarate venerabili, che sono morte nel 1995 in Congo durante l’epidemia di Ebola. Hanno vissuto in pieno uno dei tre voti aggiuntivi che all’inizio dell’Istituto le consorelle facevano: adoperarsi anche in tempi di malattie contagiose, che si aggiungeva alla fedeltà al Papa e la dedizione ai giovani».

Domani, dunque, la tanto attesa canonizzazione del fondatore (beatificato il 19 marzo 1963 da Giovanni XXIII), che «per il nostro Istituto è un momento di grande gioia e anche una spinta e un rinnovato entusiasmo nel tentativo di imitarne le virtù nella nostra vita religiosa e nella nostra azione». Sempre e comunque accanto ai più poveri. (Enrico Lenzi)

Maria Mantovani, «la santità vissuta giorno per giorno»

Domenica mattina la religiosa Maria Mantovani, nata in provincia di Verona nel 1862, verrà canonizzata in piazza San Pietro. Sin da giovane era molto attiva in parrocchia. Nel 1886 emise il voto di verginità e nel 1892 fondò la comunità. Suor Maria Domenica Mantovani «visse ispirandosi all’esempio della Casa di Nazareth» dedicandosi ai più bisognosi Con don Nascimbeni fondò l’Istituto delle Piccole Suore della Sacra Famiglia. Va ricordata la sua attenzione particolare verso i piccoli.

Il miracolo che ha portato alla canonizzazione della beata Maria Domenica Mantovani ha riguardato la guarigione scientificamente inspiegabile, rapida, completa e duratura di Maria Candela Calabrese Salgado, una ragazzina argentina oggi ventunenne. Nata con una grave malformazione alla colonna vertebrale, è stata sottoposta da piccola a numerosi interventi chirurgici che hanno avuto esito positivo, ma che tuttavia non le hanno dato la possibilità di camminare. La bambina cresce e si sviluppa, si muove con la carrozzina, frequenta la scuola, fa amicizia con i suoi coetanei. Tuttavia la mattina del 28 maggio 2011, quando la mamma la sveglia, nota che gli arti inferiori della ragazzina si sono anneriti sotto il ginocchio. È il bruttissimo segnale della mancanza di circolazione sanguigna. Una corsa all’ospedale regionale di Bahia Blanca dove i medici intervengono prontamente, ma prospettano l’amputazione della parte inferiore delle gambe. La situazione si aggrava ulteriormente a causa di crisi respiratorie e convulsioni provocate con ogni probabilità da emorragia e ischemia cerebrali. Maria Candela entra in coma.

I medici che l’hanno in cura, decidono allora di trasferirla in una struttura specializzata, l’ospedale «dott. José Penna», dove le Piccole Suore della Sacra Famiglia prestano il loro servizio fra i malati. Qui avviene il fatto straordinario e scientificamente inspiegabile: Laura, la mamma della ragazzina ricoverata, riceve una reliquia di Maria Domenica Mantovani che era stata portata dall’Italia. Inizia a pregare e a far pregare per la figlia, invocando l’intercessione della beata veronese, e mette la reliquia sotto il cuscino di Maria Candela la quale l’indomani – il 10 giugno 2011 – si risveglia dal coma completamente guarita dal punto di vista neurologico, senza ricordare nulla di quanto le era accaduto. Dopo tre giorni viene dimessa dall’ospedale, ritorna nella propria casa e riprende la vita normale, sia pure permanendo la disabilità motoria precedente.

Una frase che madre Maria Domenica Mantovani ripeteva spesso: «Vivrò come una bambina abbandonata nelle mani di Dio». Un’espressione che manifesta la dimensione della fede cristiana come affidamento totale al Signore che sempre custodisce le sue creature, soprattutto le più fragili e bisognose. (Alberto Margoni)

Maria di Gesù Santocanale, da nobildonna a madre dei poveri e degli orfani

Sarà santa domenica la fondatrice delle Suore Cappuccine dell’Immacolata di Lourdes. Nata a Palermo, di origini nobili, abbandonò gli agi per spendersi nel servizio agli ultimi. Morì a Cinisi nel 1923 ripetendo il nome di Gesù. Ma chi era Carolina Santocanale, che tutti chiamano ancora in dialetto siciliano “a Signura Matre”? L’appellativo riassume in maniera iconica la sua storia: nata da una nobile famiglia palermitana il 2 ottobre 1852, rifiuta matrimoni combinati e solo l’8 febbraio 1887 suo padre barone le dà il permesso di consacrarsi a Dio. Così a giugno riceve il saio nero delle Terziarie francescane regolari e la seguiranno nei mesi successivi tre compagne, il primo nucleo delle future suore cappuccine dell’Immacolata di Lourdes. Preso il nome di suor Maria di Gesù, inizia la questua per aiutare i poveri e fa la catechesi a decine di ragazzi lontani dalla chiesa ma anche dalla scuola. Fonda un orfanotrofio per le bambine, un asilo nido, una mensa per gli indigenti e una scuola di ricamo per le ragazze, è vicina agli anziani soli con l’assistenza materiale e spirituale. L’8 dicembre 1909 la Congregazione viene finalmente approvata dal vescovo di Monreale e aggregata all’Ordine dei frati minori cappuccini; le suore vestiranno un abito marrone. «Sono figlia di san Francesco», dichiara la fondatrice che, come il santo di Assisi, aveva lasciato alle spalle una vita agiata per abbracciare quella umile e semplice di religiosa.

Dopo tante prove e sofferenze, suor Maria di Gesù muore d’infarto a Cinisi il 27 gennaio 1923 ripetendo il nome di Gesù e guardando un quadro di san Giuseppe, di cui era molto devota: aveva 70 anni. «Eppure il suo cuore, durante la ricognizione canonica, è stato trovato incorrotto, così come il suo corpo, riesumato intatto a 50 anni dai funerali. Del primo, le reliquie sono in peregrinatio nelle nostre comunità e in diverse parrocchie, che hanno promosso momenti di preghiera in preparazione alla canonizzazione», riferisce la superiora generale, ricordando il grande lavoro svolto da padre Carlo Calloni, postulatore dei cappuccini, e dalla consorella suor Maria Salvina Lo Vasco, vicepostulatrice della causa. «Per la beatificazione, avvenuta a Monreale il 12 giugno 2016, è stato accertato il miracolo ricevuto da Andrea Cracchiolo, un giovane operaio: il 19 settembre 2003 lavorava nella nuova cappella attigua alla chiesa di Casa Madre, dove sarebbe stato sistemato il corpo della fondatrice. Cadde da oltre 11 metri di altezza nel punto esatto in cui sarebbe stato collocato il feretro di suor Maria, restando illeso: dice di aver sentito qualcuno che lo prendeva fra le braccia e lo deponeva a terra in quella chiesa, ora santuario intitolato alla madre», racconta suor Giusy Di Dio. Dal 1947 di diritto pontificio, l’Istituto oggi conta circa 140 suore, presenti – oltre che in Sicilia, Umbria e Lazio, con diverse vocazioni italiane – in Brasile, Albania, Madagascar e Messico. «Il carisma continua a essere vivo, così come lo stile materno della nostra fondatrice: ci chiama a essere umile pane che si spezza per la fame dei fratelli, attente ai bisogni di anziani, malati, famiglie, bambini e giovani, in collaborazione con le Chiese locali e le parrocchie». (Laura Badaracchi)

Padre Brandsma, l’angelo di Dachau

Padre Brandsma, nato a Bolsward, nei Paesi Bassi, sacerdote carmelitano, filosofo, pioniere della buona stampa e impegnato nel dialogo ecumenico, fu un fiero avversario del regime nazista, pagando questo suo atteggiamento con l’uccisione a Dachau, in Germania. Fatale il suo impegno di assistente ecclesiastico dell’associazione dei giornalisti cattolici, in virtù del quale visitava le redazioni invitandole a resistere. Arrestato nel gennaio del 1942, fu ucciso il 26 luglio 61 anni, con un’iniezione letale: andò incontro alla morte pregando per i suoi carnefici. Beato dal 1985, il miracolo per la sua canonizzazione riguarda la guarigione da un grave tumore di un padre carmelitano a Palm Beach, negli Stati Uniti, nel 2004. (Riccardo Maccioni)

Marie Rivier, più forte della malattia

Nata 19 dicembre 1768 a Montpezat-sous-Bauzon, in Francia, l’esistenza di Marie Rivier fu contrassegnata dalla malattia. Aveva appena sedici mesi quando cadde dal letto, procurandosi un grave danno all’anca, tanto da non essere in grado, per anni, di alzarsi in piedi. Proprio le condizioni di salute le impedirono di entrare molto presto nella vita religiosa, vocazione che poté però assecondare nel 1796 quando diede vita a una piccola comunità, riconosciuta nel 1801 come Congregazione delle suore della presentazione di Maria, e che in breve aprì ben 46 case, dedicandosi principalmente a educare la gioventù e soprattutto ragazze, privilegiando povere, orfane, abbandonate. Suor Rivier morì a Bourg-Saint-Andéol il 3 febbraio 1838. Beata dal 1982 ad aprirle le porte alla canonizzazione è stata la guarigione nel 2013 a Meru in Kenya di un bambino nato «in assenza prolungata di attività cardiaca, respiratoria, circolatoria». (Riccardo Maccioni)

Lazzaro Devasahayam Pillai: era figlio di un bramino. Non rinnegò il Vangelo nemmeno sotto le torture

Lazzaro Devasahayam Pillai (1712-1752), santo tra pochi giorni, un altro padre nella fede di questa comunità le cui radici cristiane sono per altro antichissime, risalgono probabilmente alla predicazione dell’apostolo Tommaso.

Fu chiamato alla nascita Nila, era figlio di un padre bramino, la casta più alta nell’induismo, e di una madre appartenente a una casta appena inferiore. Tale lignaggio gli aprì le porte della carriera militare e politica, fino al ruolo di ministro del regno di Travancore e addetto alle finanze del Palazzo reale. Dio introdusse in quel regno anche un europeo, un capitano fiammingo, Eustache de Lonnay, che era stato fatto prigioniero dopo una spedizione militare fallimentare nel 1741. Il re lo aveva voluto graziare e “assumere” per sfruttarne le grandi competenze militari e modernizzare il suo esercito. De Lonnay, che era profondamente cattolico, e Devasahayam diventarono amici. Il secondo iniziò a confidare al primo le sue frustrazioni, le sue sofferenze, i suoi rovelli esistenziali, sentendosi parlare della figura di Giobbe, di Gesù Cristo, della storia della salvezza. Devasahayam, conquistato da un messaggio che pur sconvolgeva il suo pantheon religioso, chiese di diventare cristiano. De Lonnay lo mandò allora da un missionario italiano, il gesuita Giovanni Battista Buttari, che operava fuori dal regno di Travancore, che battezzò lui, con il nome di Lazzaro, e sua moglie. Entrambi divenendo cristiani accettarono di passare dalla casta superiore a cui appartenevano a quella più bassa. Ma sarebbe stato il meno. Da lì iniziò la persecuzione da parte degli ambienti reali che sfociò nell’incarcerazione di Devasahayam. Gli fu chiesto di abiurare la fede cattolica sotto la minaccia di torture e di una morte atroce, ma rifiutò. Il re ordinò allora un trattamento che servisse da monito per altri del suo entourage tentati dal cristianesimo. Lazzaro Devasahayam fu umiliato ed esposto al pubblico ludibrio in diversi modi. Fu bastonato e le sue piaghe furono cosparse di peperoncino. La sua cella fu riempita di formiche aggressive e insetti velenosi. Cercarono di piegarlo con la fame e la sete. Invano. Finché decisero di finirlo e lo portarono di notte in un luogo appartato, vicino a una foresta. Lazzaro Devasahayam chiese di poter pregare 15 minuti, dopo di che gli spararono. Morì martire gridando «Gesù salvami!». (Andrea Galli)

César de Bus, il nobile che fu convertito dalle preghiere ardenti della colf e del sagrestano

Mai sottovalutare la domestica e il sagrestano. Due figure temibili soprattutto quando sono di animo puro e si mettono a pregare per te. Perché, per citare una catechesi di qualche tempo fa dell’attuale Pontefice, «Dio ha una debolezza: la debolezza per gli umili. E davanti a un cuore umile apre totalmente il suo di cuore».

Se la Chiesa domenica prossima canonizza César de Bus (1544-1607), fondatore dei Preti della Dottrina Cristiana, uno dei protagonisti della Riforma cattolica in terra francese, lo si deve anche o soprattutto ad Antoinette Réveillade e Luigi Guyot. La prima era la dama di compagnia della famiglia De Bus, nobili di Cavaillon, cittadina della Provenza; il secondo era il sarto di fiducia della famiglia e sagrestano della locale Cattedrale. Entrambi, scrivono i biografi, chiesero insistentemente a Dio di toccare il cuore del rampollo César, che conduceva una vita non disonesta, però lontana da Dio. E così avvenne.

César, che era stato prima un militare e combattente nelle guerre di religione che avevano lacerato il Paese, poi frequentatore della corte di Francia dove si era inserito già il fratello, poi ancora giovane ricco e svagato a Cavaillon, si convertì all’età di 31 anni. Il momento cruciale fu la lettura di una vita dei santi che Antoinette gli regalò. Cesar cercò di resistere all’emozione che lo investì, ma uscito di casa sentì una voce: «Vuoi crocifiggermi di nuovo? ». Allora tornò indietro e pregò tutta la notte insieme ad Antoinette.

Divenuto sacerdote, padre de Bus ebbe due punti di riferimento: san Carlo Borromeo – che conobbe personalmente nel 1583 – e la sua azione nell’arcidiocesi di Milano per la diffusione della dottrina cristiana e per la formazione del clero; secondo punto di riferimento, i decreti del Concilio di Trento, tanto che tra il 1586 e il 1588 si ritirò in in un eremo nei pressi di Cavaillon per dedicarsi alla preghiera e allo studio serrato del Catechismo tridentino.

De Bus iniziò un’intensa attività di predicatore usando soluzione innovative per trasmettere i contenuti della fede, come canti e poesie che sapeva comporre con arte, o tavole di legno che dipingeva. Presentava una “dottrina piccola”, rivolta a chi era digiuno di tutto, e una “dottrina grande”, esposta dal pulpito, più articolata ma che voleva rimanere chiara e accessibile. La Congregazione che si sentì chiamato a fondare fu approvata da Clemente VIII nel 1597. Sul finir della vita, divenuto cieco, continuava a catechizzare e a confessare, lodando Dio per la luce spirituale che aveva ricevuto e che sentiva ancora più vivida nelle tenebre corporali. (Andrea Galli)