La vera preghiera cristiana è quella in cui la vita si trova totalmente impegnata. Per questo la preghiera attraversa il corpo. È il respiro, il grido, l’interrogativo, la supplica, il gesto senza parole, il tempo del dilemma, il ritardo, l’imprevisto, le mani piene, le mani vuote. Non è una cosa mentale. Certamente non è una formula da ripetere in modo disincarnato. Se diciamo che Gesù è il maestro della preghiera cristiana, è perché la sua vita dipende da Dio in forma assoluta. Egli prega tutto quello che è, e si rimette povero nelle mani del Padre. Come non avesse più niente. Come se non volesse più niente. Finché riteniamo di possedere tante cose, o di avere la vita ben protetta e garantita, noi ancora non sappiamo cosa sia la preghiera. Apprendiamo cos’è la preghiera quando non abbiamo nulla e nessuno, se non il Padre. Mi viene alla mente una definizione della preghiera data dal filosofo ebreo Martin Buber. Egli paragona l’orante a un mendicante a digiuno da tre giorni, vestito nella maniera più miserevole che si possa immaginare. Ma, per chissà quale grazia, egli viene condotto davanti al re così come si trova: con la sua miseria e la sua fame immensa. In una circostanza come questa, l’importante non è ciò si dice. Saprà il re interpretare tutto.

José Tolentino Mendonça
Avvenire