Non basta pregare e lavorare, occorre leggere per sentire battere il cuore del mondo, per tenere in esercizio l’ascolto.
Chi non legge adduce come giustificazione la scarsità del tempo a disposizione, ma le scelte nell’impiego del tempo sono rivelatrici di ciò che per noi conta nella vita.

La Repubblica – 10 gennaio 2022
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Passato il clima brioso delle feste natalizie, delle vacanze sulle nostre montagne e delle passeggiate sulle rive del mare, siamo tornati alla quotidianità della vita segnata soprattutto dal lavoro. La nuova ondata della pandemia ci chiede di restare il più possibile ritirati in casa, e il freddo di gennaio non invita a uscire, soprattutto gli anziani.

Diventa dunque apprezzabile restare in casa e dedicarci alla lettura: infatti, se la si pratica come un’arte, la lettura è scuola di silenzio e di interiorità, leggendo si tace e si fa parlare il libro, ma si impara anche il rispetto, l’attenzione e l’ascolto.

La lettura, di fatto, è una conversazione con chi è assente e può essere lontano mille miglia nel tempo e nello spazio. Ma soprattutto è un dialogo con chi ha avuto una vita più creativa della nostra: è accoglienza della parola di un altro.

Agostino di Ippona paragonava la lettura a uno specchio che rivela il lettore a se stesso, e Gregorio Magno asseriva che “lo che sta scritto cresce con chi la legge!”. Marcel Proust, al termine di Alla ricerca del tempo perduto, si premurava di avvertire che i suoi lettori sarebbero stati “lettori di se stessi”.

Soprattutto nella nostra società, nella quale domina l’immagine, leggere resta una operazione di umanizzazione, sorprendente nella sua semplicità: non occorrono tecnologie complicate, né iniziazioni particolari perché è sufficiente prendere un libro, aprirlo quando si vuole e leggere risuscitando lo che sta scritto.

In piena libertà posso poi chiudere il libro, leggere più avanti o tornare indietro… e posso pensare, meditare con il ritmo che decido io e del quale ho bisogno per comprendere le pagine “dal di dentro”, intus legere.

Per questo ho sentito il bisogno di arricchire il comando monastico esprimendolo con le parole: Ora, lege et labora! Non basta pregare e lavorare, occorre leggere per sentire battere il cuore del mondo, per tenere in esercizio l’ascolto.

Chi non legge adduce come giustificazione la scarsità del tempo a disposizione, ma le scelte nell’impiego del tempo sono rivelatrici di ciò che per noi conta nella vita.

Leggere è lotta contro l’alienazione al tempo, è affermazione della libertà. Se il tempo ci manca, il libro ci aspetta nello scaffale, sul comodino, quasi un monito a trovare il tempo per la lettura, prendendo le distanze da ciò che ci distrae.

Sempre mi ha impressionato nella profezia di Ezechiele il racconto biblico secondo cui Dio chiede al profeta di mangiare il libro… Sì, mangiare il libro, che è più che leggerlo, è farlo diventare corpo e vita.

Forse non a tutti è data questa manducazione del libro ma, almeno per molti, come scriveva Italo Calvino, “leggere vuol dire cogliere una voce che si fa sentire quando meno ci s’aspetta, una voce che viene non si sa da dove, da qualche parte al di là del libro, al di là dell’autore, al di là delle convenzioni della scrittura”. Beato chi legge, perché saprà anche ascoltare!