La Repubblica – 3 gennaio 2022
di ENZO BIANCHI
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È iniziato un nuovo anno e mentre giudichiamo l’ultimo come “velocemente passato”, già progettiamo cosa vorremmo fare, cosa vorremmo vivere nei giorni che ci stanno davanti. Una cosa però è certa: se non saremo capaci di cambiare il paradigma e lo stile della nostra vita continueremo a lamentarci ripetendo ossessivamente a noi stessi e agli altri: “Non ho tempo! Non c’è tempo!”. No! Invece è tempo di avere tempo, e per questo prima di mettere a punto qualsiasi progetto occorre decidere di vivere nel tempo, di abitare il tempo che scorre: essere vigilanti, capaci di attenzione puntuale, consapevoli di ciò che viviamo resistendo a ogni tentazione di pigrizia, inerzia, sonnolenza, ritrovando il senso della durata e aderendo alla realtà quotidiana, alla trama delle relazioni che viviamo. Dovremmo essere impegnati a fare del tempo lo spazio della vita, combattendo l’alienazione provocata dall’idolo del tempo che ci domina, ci impedisce di gustare la vita nelle sue diverse stagioni.

Questa disciplina del tempo è la condizione per pensare prima di fare, o meglio: per poter ritornare a pensare in questo inizio del millennio contrassegnato dall’esilio del pensiero proprio quando si dichiara di voler essere in connessione con il mondo intero. È significativo che si levino voci invocanti “un nuovo rinascimento… un nuovo umanesimo… un risveglio culturale…” non solo per ricominciare non appena l’angelo della morte (la pandemia) se ne sarà andato, ma per approdare a una convivenza più sana, “più umana” come sperava Theilard de Chardin, visionario mai apocalittico. Perché se gli esseri umani non pensano non sono tali, e se rinunciano a pensare si disumanizzano fino a diventare i soggetti della banalità del male.

Esercitare il pensiero costituisce un impegno, un esercizio e una fatica, ma è quanto mai necessario, soprattutto per le nuove generazioni infettate dalla progressiva evasione dal pensiero. Con tristezza constatiamo che uomini e donne che si dedicano al pensiero speculativo e contemplativo non sono più percepiti come necessari né come presenza utile per la società e per la chiesa; si preferiscono quelli che si danno da fare, i militanti, sempre occupati. Quanto agli intellettuali non sempre sono pensatori, perché troppo attenti alle mode e alla cronaca. Eppure Herman Hesse ammoniva: “Quando il pensiero non è puro e vigile, quando il primato dello spirito non è più riconosciuto, anche le navi e le automobili incominciano presto a non funzionare, anche il regolo calcolatore dell’ingegnere e la matematica delle banche e della borsa vacillano per mancanza di vigore e di autorità e si cade nel caos …” (Il giuoco delle perle di vetro). Silvia Ronchey, nel suo ultimo libro con James Hilmann, ha scritto: “Se Steve Jobs, morendo, ha lasciato detto: Stay hungry, stay foolish, l’ultimo insegnamento di James Hilmann è: Stay thinking, ‘resta pensante’ fino all’ultima soglia dell’essere”.

Il mio augurio per il nuovo anno: trovate il tempo per pensare!