Da una decina di giorni, al confine tra le aree di Akobo e Pibor, non si verificano le razzie di bestiame che causano decine di vittime ogni volta. A smorzare il fenomeno, la restituzione di centinaia di capi da parte di uno dei governatori. “Questo è l’unico modo per tornare a stare insieme”, osserva la comboniana che spera nella visita del Papa al Paese entro l’anno

Suor Elena Balatti insieme ad alcuni ragazzi nella cattedrale di Malakal 
Antonella Palermo – Città del Vaticano
5 gennaio 202
http://www.vaticannews.va

Nel più giovane Paese del mondo – indipendente dal Sudan dal 2011 – il cammino per la pace resta in salita ma non è fermo. L’accordo del 2018, il Revitalised Agreement for the Resolution of the Conflict in South Sudan, trova sul terreno slanci e affondamenti continui. Suor Elena Balatti, delle Missionarie Comboniane, è Coordinatrice dell’Ufficio per lo Sviluppo Umano Integrale (Caritas) nella diocesi di Malakal. Il suo impegno è umanitario e di difesa dei diritti umani. Lavora nel campo della giustizia e della pace, in rete con tante altre persone in Sud Sudan e a stretto contatto con un gruppo formato interamente da laici. Nell’intervista a Vatican News, illustra le sfide del dialogo nel Paese e gli spiragli recentissimi che fanno intravedere gesti concreti di riconciliazione.

Intervista a Suor Elena Balatti

All’inizio di un nuovo anno, sulla scia del Messaggio del Papa per la Giornata mondiale della Pace, come procede il percorso di riconciliazione in un Paese segnato da conflitti continui? E quanta fatica c’è dietro questo cammino?

La parola pace è usatissima: “Dobbiamo continuare a portare avanti l’accordo di pace… Vogliamo una pace vera che possiamo toccare con mano…”. Questo rivela quanto sia importante per noi e anche quanto è faticoso per noi esseri umani vivere nella pace, fra noi stessi, con Dio e con noi stessi. Per quanto riguarda il Sud Sudan il processo è estremamente faticoso ma va avanti. Nella diocesi di Malakal, per la prima volta in questo Natale, si vedono degli spiragli un po’ più concreti perché sono cambiati i toni, più smorzati. Non ci sono state accuse. Il passato è stato messo un poco tra parentesi per proiettarsi verso il presente e verso il futuro, verso una fattiva collaborazione delle varie forze per lo sviluppo. Il presidente in questi giorni ha dichiarato che il 2022 sarà l’anno della verità. Uno degli articoli dell’Accordo di pace firmato nel 2018 prevede proprio la costituzione della Commissione per la verità e la guarigione dalle ferite del passato che la guerra necessariamente infligge alla società civile. Guardando alla storia, in situazioni fragili una pace consolidata la si può vedere a lungo termine. La grave crisi economica che il Paese vive è destabilizzante di per sé, per cui ci sono fattori di rischio per conflitti localizzati e a livello nazionale ma, a mio modo di vedere, gli indicatori per la pace superano di gran lunga gli indicatori potenziali di un ritorno al conflitto.

Suor Balatti, cosa è il dialogo, alla luce della sua missione?

Il dialogo è anzitutto un ascoltare e contemplare. La prima caratteristica è fare un po’ di calma intorno a noi e guardare agli altri. Noi cerchiamo di promuoverlo attraverso corsi, preparando il nostro personale perché vada nelle comunità della diocesi, diocesi vastissima – quasi un terzo dell’intero territorio del Paese – la più devastata dalle conseguenze della guerra civile. Il dialogo è estremamente difficile quando le persone sono state toccate direttamente dagli eventi della guerra: dolore, sofferenza, perdita di beni, del proprio stato sociale, di affetti. La guerra è tutto questo. Quindi la formazione consiste innanzitutto in una ‘conversione’ intesa come cambiamento di prospettive, da quella in cui si è diventati vittime a quella in cui si è convinti che si può diventare agenti di cambiamento, si può uscire a livello personale per poi essere in grado di trascinare altri fuori dai circoli viziosi della violenza.

Il dialogo è riuscire a guardare agli altri non come a dei nemici ma come fratelli e sorelle che sono in qualche modo vittime come noi. Lo stile è parlarsi, prendere del tempo per riflettere, non rispondere immediatamente, andare a un livello un po’ più profondo. Dico tutto questo anche per me perché la nostra comunità di Malakal, e non solo quella, è diventata sfollata durante questo ultimo conflitto civile. Abbiamo dovuto cercare di parlare a noi stesse per riaprirci a possibilità più positive, perché ci si scoraggia. Non bisogna perdersi d’animo, essere pronti a ricominciare ogni giorno. Il dialogo è mantenere la porta aperta sempre anche se costa così tanto, a volte. Come il Signore fa per noi.

Come dice il Papa, si tratta di attivare dei processi. La parola definitività, in sostanza, non ha molto senso. E’ così?

E’ così. Ogni giorno il Signore ci dà un nuovo giorno ed è un divenire positivo. Non ci può mai essere la definitività nel male o in una situazione disastrata. Vale per ciascuno, per il Sud Sudan e per gli altri Paesi che stanno sperimentando conflitti e guerre.

C’è una storia che vuole ricordare, emblematica di un processo di guarigione che è stato portato a compimento?

Sì, è accaduta a Natale. In Sud Sudan ci sono gruppi etnici contrapposti. Il gruppo Murle e il gruppo Nuer da generazioni compiono a turno razzie di bestiame, atto che non viene peraltro nemmeno considerato un furto. Ora, mentre in passato le razzie venivano compiute con le lance e i danni erano abbastanza contenuti, adesso la grandissima presenza di armi leggere ha fatto sì che diventassero dei mini conflitti sanguinosi. Possono causare anche decine di morti. Sembrano fenomeni senza fine, che impediscono la scuola ai giovani e lo sviluppo per la popolazione. Prima di Natale, il governatore della zona Murle ha deciso di restituire volontariamente qualche centinaio di capi di bestiame al governatore dell’altra etnia. Quando abbiamo appreso la notizia abbiamo detto: questo è il Natale. Questo è l’unico modo per tornare a stare insieme: qualcuno deve dare qualche cosa ma si accorgerà che ne avrà una ricompensa molto più grande. Da Natale ad ora in effetti la situazione sul confine delle due tribù è tale per cui non ci sono stati scontri. Speriamo che questo gesto significativo possa essere seguito da altri simili.

I vescovi locali hanno chiesto di recente passi avanti nell’inchiesta sull’aggressione a padre Cristian Carlassare e che siano identificati i killer delle suore Mary Daniel Abbud e Regina Roba, rigettando “i tentativi di usare la tragedia per far naufragare il processo di pace”. Che aggiornamenti ci può dare sull’evoluzione di queste vicende?

Un positivo aggiornamento è che sono ripresi i colloqui di Roma, ci sono stati degli incontri e questi negoziati con i gruppi che non sono i firmatari dell’accordo di pace 2015 e 2018. Gli accordi – che avevano subito uno stallo dopo l’uccisione delle due suore sulla strada che da Nimule conduce alla capitale – sono ripresi. In negativo c’è il fatto che non ci sono sviluppi noti al pubblico nelle due inchieste.

Lei ha mai avuto paura per la sua sicurezza?

No, non siamo a questo livello. Bisogna essere prudenti comunque, non esporsi troppo nel muoversi e nel parlare. Con questo non voglio dire che padre Christian o le due suore si siano esposti a rischi, assolutamente no, ma ci sono situazioni tese in cui bisogna valutare bene. La Chiesa cattolica sta studiando questi episodi, teniamo conto che ci sono stati anche altri fatti del genere in cui sono stati coinvolti membri della Chiesa e di altre Chiese. La Chiesa deve continuare ad essere profetica. Non si può tacere. D’altra parte penso che la diplomazia ecclesiastica stia cercando di arrivare con chi di dovere a qualche forma di giustizia umana. Personalmente non ho paura. Il Sud Sudan è il mio Paese in cui ho vissuto metà della mia vita. La paura può venire di fronte alle minacce che possono avvenire un po’ ovunque. L’ho sperimentata ma bisogna sempre vincerla la paura, che è paralizzante.

Quanto è diffusa la pandemia in Sud Sudan e quanto sono diffusi i vaccini anti Covid-19?

La pandemia è in aumento ma dati precisi non ce ne sono perché solo nella capitale ci sono centri dove poter fare i tamponi. In alcune altre città principali si possono fare test rapidi ma è difficile il conteggio. Il fatto positivo è che il numero dei morti proporzionalmente è molto basso. Il governo ha dichiarato un lockdown parziale per alcune settimane. Ha reimposto restrizioni in luoghi pubblici, come nelle università, e sta incentivando le vaccinazioni. Il problema è che la maggior parte della gente non vuole vaccinarsi. Ora però stanno un po’ aumentando le persone che si convincono.

Tornando alla società civile, quanto sono forti le restrizioni al suo spazio di azione?

La società civile non è ancora ben sviluppata. Gli spazi sono limitati. La Costituzione garantisce la libertà di espressione ma di fatto è estremamente limitata, per di più non ci sono molti organismi o associazioni che si dichiarino portavoce della società civile. Ci vorrebbe una scolarizzazione diffusa che sta comunque progredendo. Ma ci vuole anche la formazione di una attitudine, non basta sia scritto sulla Costituzione.

Secondo lei, il Papa quando potrà venire a visitare il popolo sud sudanese?

Ma che venga quest’anno! Che venga quest’anno! Io ho ricevuto il crocifisso dal Papa alla veglia missionaria del 2019 e lui appena dissi: Sud Sudan, proruppe: ‘Io in quel Paese ci voglio andare’. E io dissi: ‘Venga, venga. Tutti le vogliono bene in Sud Sudan’. Ecco, anche oggi, ripeterei questo.