“I Santi e i Beati – spiega il Papa – sono i testimoni più autorevoli della speranza cristiana, perché l’hanno vissuta in pienezza nella loro esistenza, tra gioie e sofferenze, attuando le Beatitudini”

da Milena Castigli
Ottobre 31, 2021
http://www.interris.it
Alcuni dei santi e beati proclamati nel 2021

“I Santi e i Beati sono i testimoni più autorevoli della speranza cristiana, perché l’hanno vissuta in pienezza nella loro esistenza, tra gioie e sofferenze, attuando le Beatitudini”. Così Papa Francesco spiega l’importanza delle figure di santi e beati, di ieri e di oggi, nella festività a loro dedicata.

Il 1 novembre, infatti, la Chiesa celebra la solenne festa di tutti i Santi, sia quelli proclamati nel corso della storia, sia i tanti che hanno vissuto nella quotidianità una vita cristiana semplice e nascosta ma piena di fede e di amore a Dio e al prossimo.

I santi modelli “unici” per il cammino verso Dio

“La solennità che celebra Tutti i Santi – commentava il Papa durante l’angelus in Pazza San Pietro il 1 novembre dello scorso anno – ci ricorda la personale e universale vocazione alla santità, e ci propone i modelli sicuri per questo cammino, che ciascuno percorre in maniera unica, in maniera irripetibile”.

“Basta pensare all’inesauribile varietà di doni e di storie concrete che c’è tra i santi e le sante: non sono uguali, ognuno ha la propria personalità e ha sviluppato la sua vita nella santità secondo la propria personalità e ognuno di noi può farlo, andare su quella strada: la mitezza. Mitezza per favore, e andremo alla santità”, rimarcò il Pontefice.

La chiamata alla santità è universale

Papa Francesco spiegò molto bene – nella festività del 2019 – qual è la via della santità: “Siamo tutti chiamati alla santità. I Santi e le Sante di ogni tempo, che oggi celebriamo tutti insieme, non sono semplicemente dei simboli, degli esseri umani lontani, irraggiungibili. Al contrario, sono persone che hanno vissuto con i piedi per terra; hanno sperimentato la fatica quotidiana dell’esistenza con i suoi successi e i suoi fallimenti, trovando nel Signore la forza di rialzarsi sempre e proseguire il cammino. Da ciò si comprende che la santità è un traguardo che non si può conseguire soltanto con le proprie forze, ma è il frutto della grazia di Dio e della nostra libera risposta a essa”.

“Quindi la santità è dono e chiamata… è una vocazione comune di tutti noi cristiani, dei discepoli di Cristo; è la strada di pienezza che ogni cristiano è chiamato a percorrere nella fede, procedendo verso la meta finale: la comunione definitiva con Dio nella vita eterna. La santità diventa così risposta al dono di Dio, perché si manifesta come assunzione di responsabilità. In questa prospettiva, è importante assumere un quotidiano impegno di santificazione nelle condizioni, nei doveri e nelle circostanze della nostra vita, cercando di vivere ogni cosa con amore, con carità”.

Non solo santi da calendari: fratelli e sorelle “della porta accanto”

“Ognissanti è la festa di quelli che hanno raggiunto la meta indicata da questa mappa – proseguiva il Papa. Non solo i santi del calendario, ma tanti fratelli e sorelle ‘della porta accanto’, che magari abbiamo incontrato e conosciuto. E’ una festa di famiglia, di tante persone semplici e nascoste che in realtà aiutano Dio a mandare avanti il mondo”.

Sulle orme delle parole del Santo Padre, Interris.it presenta una carrellata dei santi e beati del 2021 con le loro grandi virtù e il loro specifico carisma, radicati nella vita quotidiana ma con uno sguardo sempre rivolto al cielo. Personalità diverse, uomini e donne di oggi e di ieri, religiosi e laici, giovani e anziani…ma tutti accomunati dall’amore verso Dio che si concretizza nell’amore verso il prossimo, specie verso i piccoli e i poveri.

I santi e i beati del 2021

L’unica nuova santa del 2021 è Margherita di Città di Castello, canonizzata lo scorso 24 aprile. Molto più folta la schiera dei nuovi beati: 22, alcuni dei quali beatificati insieme ad altri compagni. In totale: 169 persone.

Ecco la vita e le opere della santa e di alcuni dei 169 beati del 2021.

Santa Margherita di Città di Castello

Margherita nacque intorno al 1287 nel borgo fortificato di Metola (Urbino, Italia), in una famiglia della piccola nobiltà. Nata cieca e deforme, fu rinchiusa dal padre in una piccola cella costruita a ridosso della chiesa del castello in modo che restasse nascosta agli occhi del mondo. All’età di cinque anni, fu portata dai genitori a Città di Castello, nella chiesa di San Francesco presso la tomba di un frate francescano laico, Giacomo da Città di Castello, morto nel 1292 in concetto di santità, nella speranza di ottenere il miracolo della vista per la figlia. Ma il miracolo atteso non avvenne, perciò i genitori decisero di abbandonare definitivamente la figlia e di affidarla alla solidarietà degli abitanti di Città di Castello. La bambina visse per qualche tempo mendicando per le vie della città. Fu salvata da una coppia di devoti genitori cristiani, Grigia e Venturino, che l’accolsero, insieme ai due figli che già avevano, riservandole una piccola cella nella parte superiore della propria casa, affinché potesse liberamente dedicarsi alla preghiera e alla contemplazione. Da parte sua Margherita mise a disposizione della famiglia i suoi doni spirituali ed intellettuali, dedicandosi all’educazione cristiana dei figli di Grigia e Venturino e, nonostante la sua cecità, alle opere di carità, visitando i carcerati e gli infermi. Si cominciò ad attribuirle segni prodigiosi, miracoli e guarigioni straordinarie ed altri fenomeni mistici. Morì il 13 aprile 1320 a Città di Castello (Perugia).

Giuseppe Maria Gran Cirera e Compagni (†1980-1991)

Dal 1954 al 1996 il Guatemala visse un conflitto tra il regime militare e diversi gruppi di sinistra, durante il quale furono uccise circa duecentomila persone e cancellati quattrocento villaggi. Dal 1980 iniziò una persecuzione sistematica contro la Chiesa, travolgendo sacerdoti, religiosi e laici con il pretesto che fossero “nemici dello Stato”. Il motivo della persecuzione contro la Chiesa fu la scelta, ispirata alla dottrina sociale della Chiesa e agli orientamenti di Medellín del 1968 e di Puebla del 1979, di difendere la dignità e i diritti dei poveri. Tutti i beati hanno goduto sin da subito della fama di martirio che è ancora oggi presente tra la popolazione di Quiché.

Giuseppe Gregorio Hernández Cisneros (1864 – 1919): il “medico dei poveri”

Giuseppe Gregorio Hernández Cisneros nacque il 26 ottobre 1864 ad Isnotú (Venezuela). Dopo aver conseguito il baccalaureato in Filosofia, si laureò in Medicina nell’Università di Caracas. Nel 1889 frequentò a Parigi corsi di perfezionamento in microbiologia e batteriologia. Ritornato a Caracas, iniziò la sua carriera universitaria, professando apertamente la sua fede cattolica, in un ambiente tendenzialmente materialista. Si iscrisse al Terz’Ordine Regolare di San Francesco e si impegnò nell’aiuto dei più bisognosi, venendo chiamato “il medico dei poveri”. Sentendo la vocazione alla vita consacrata contemplativa, nel 1908 entrò nella Certosa di Farneta (Lucca) ma, per motivi di salute, dovette uscirne dopo nove mesi, rientrando a Caracas. Nel 1913 cominciò a prepararsi al sacerdozio ma, mentre si trovava nel Collegio Pio Latino Americano di Roma, fu colpito dalla pleurite e da un inizio di tubercolosi. Tornato in Patria, si dedicò definitivamente alla professione medica. Morì a Caracas (Venezuela), il 29 giugno 1919, vittima di un incidente stradale, mentre si stava recando a visitare un ammalato. Il decreto sull’eroicità delle virtù venne promulgato il 16 gennaio 1986.

Rosario Angelo Livatino, il “giudice ragazzino”

Rosario Angelo Livatino nacque a Canicattì (Agrigento, Italia) il 3 ottobre 1952. Iscrittosi alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Palermo, il 9 luglio 1975 conseguì la Laurea con il massimo dei voti. Sin dalla giovinezza partecipò all’Azione Cattolica e frequentò la parrocchia, dove teneva conversazioni giuridiche e pastorali, dava il proprio contributo nei corsi di preparazione al matrimonio e interveniva agli incontri organizzati da associazioni cattoliche. Anche da Magistrato continuò a vivere l’esperienza della comunità parrocchiale. Recandosi al lavoro presso la Procura di Agrigento, sostava presso la vicina chiesa di San Giuseppe per la visita al Santissimo Sacramento.

Il 18 luglio 1978, entrò in Magistratura come Uditore giudiziario presso il Tribunale di Caltanissetta. Dal 24 settembre 1979 al 20 ottobre 1988 svolse l’incarico di Uditore giudiziario con funzioni di Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Agrigento. Tra il 1984 e il 1988 Livatino risultò essere, per riconoscimento del Consiglio Superiore della Magistratura, il Magistrato più produttivo della Procura di Agrigento.

Il 21 agosto 1989 prese possesso del nuovo incarico di Magistrato del Tribunale di Agrigento, dove svolse le funzioni di Giudice della sezione penale. In quegli anni a Canicattì e in tutto il territorio agrigentino la situazione sociale era scossa da una vera e propria “guerra” di mafia, che vedeva contrapposti i clan emergenti (denominati Stiddari) contro Cosa Nostra, il cui padrino locale era Giuseppe Di Caro, che abitava nello stesso condominio di Livatino.

Il 21 settembre 1990, Livatino venne ucciso in un agguato, sulla strada statale 640 che conduce da Canicattì verso Agrigento, mentre viaggiava da solo, in automobile, per recarsi in Tribunale, dove lavorava. La dinamica dell’omicidio si caratterizzò per particolare ferocia, come fu riconosciuto dalla Corte d’Assise di Caltanissetta. In fin di vita, prima del colpo di grazia esploso in pieno volto, egli si era rivolto agli assassini con mitezza.

La motivazione che spinse i gruppi mafiosi di Palma di Montechiaro e Canicattì a colpire il Servo di Dio fu la sua nota dirittura morale per quanto riguarda l’esercizio della giustizia, radicata nella fede. Durante il processo penale emerse che il capo provinciale di Cosa Nostra Giuseppe Di Caro, che abitava nello stesso stabile del Servo di Dio, lo definiva con spregio “santocchio” per la sua frequentazione della Chiesa. Dai persecutori, il giudice era ritenuto inavvicinabile, irriducibile a tentativi di corruzione proprio a motivo del suo essere cattolico praticante. Dalle testimonianze, anche del mandante dell’omicidio, e dai documenti processuali, emerge che l’avversione nei suoi confronti era inequivocabilmente riconducibile all’odium fidei. Inizialmente, i mandanti avevano pianificato l’agguato dinanzi alla chiesa in cui quotidianamente il Magistrato faceva la visita al Santissimo Sacramento.

Livatino era consapevole dei rischi che correva. Malgrado le intimidazioni, continuò a compiere il proprio dovere con rettitudine, rispettoso verso ogni persona, anche se indagata o detenuta. Giunse ad accettare la possibilità del martirio attraverso un percorso di maturazione nella fede. La partecipazione ai sacramenti e l’assidua preghiera lo resero sempre più consapevole nella sua testimonianza cristiana. Per non esporre alla morte altre persone “lasciando vedove e orfani”, rifiutò la scorta. Durante alcuni momenti di scoraggiamento si affidava al Signore. Nelle sue agende personali appare sistematicamente la sigla S.T.D. a significare “Sub tutela Dei”. La fama di martirio del Servo di Dio perdura sino ad oggi ed è accompagnata da una certa fama di segni. E’ stato beatificato lo scorso 9 maggio da Papa Francesco: “Il suo lavoro lo poneva sempre sotto la tutela di Dio, per questo è diventato testimone del Vangelo fino alla morte eroica”.

Francesco Maria della Croce Jordan (1848-1918), fondatore dei Salvatoriani

Johann Baptist Jordan nacque il 16 giugno 1848 a Gurtweil (Germania). All’età di 29 anni, entrò in seminario e, il 21 luglio 1878 venne ordinato sacerdote. Fu mandato a Roma per studiare le lingue orientali, e, successivamente, nel centro di studio dei Maroniti ad Ain Warqa (Libano). Mentre si trovava in Terra Santa, fu ispirato a fondare un’opera completamente dedita alla diffusione della fede. Così, l’8 dicembre 1881, nella cappella di S. Brigida, in Roma, diede inizio alla Società del Divin Salvatore (Salvatoriani). Sette anni dopo, l’8 dicembre 1888, fondò a Tivoli, in collaborazione con la Beata Maria degli Angeli (al secolo: Teresa von Wüllenweber), la Congregazione delle Suore del Divin Salvatore (Salvatoriane). Il 13 dicembre 1893, la Congregazione di Propaganda Fide affidò ai Salvatoriani la Prefettura apostolica della missione di Assam in India. Nel primo Capitolo Generale della Società del Divin Salvatore, nel 1902, il beato fu eletto Superiore generale a vita. Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, si trasferì a Friburgo (Svizzera). Morì l’8 settembre 1918 a Tafers (Svizzera). Nel 1956 i suoi resti mortali furono traslati a Roma, nella cappella della Casa Generalizia.

Maria Laura Mainetti (1939-2000): il martirio di chi si oppone al maligno

Teresina Elsa Mainetti nacque a Colico (Lecco, Italia) il 20 agosto 1939. Rimasta orfana di madre, si prese cura di lei la seconda moglie del padre. Nel 1950 iniziò un periodo di aspirantato tra le Figlie della Croce e, nel 1957, entrò nel postulantato a Roma. Concluso il noviziato, il 15 agosto 1959 emise la professione temporanea e, il 25 agosto 1964, quella perpetua. Fu insegnante, educatrice di molti giovani e studentesse e punto di riferimento spirituale per tante persone. Venne uccisa a Chiavenna (Sondrio) il 6 giugno 2000 da tre ragazze che avevano progettato di sacrificare al demonio una persona consacrata. La beata, per aiutare una di loro, si recò all’appuntamento, fissato in una strada solitaria, e fu uccisa a colpi di pietra e con numerose coltellate, mentre perdonava e pregava per le autrici del delitto.

Don Giovanni Fornasini (1915 – 1944): il parroco che si oppose alle SS

Giovanni Fornasini nacque a Pianaccio di Lizzano in Belvedere (Bologna, Italia) il 23 febbraio 1915. Entrato in Seminario nel 1931, fu ordinato diacono nel 1941 ed inviato a Sperticano in aiuto dell’anziano Arciprete. Ordinato sacerdote il 28 giugno 1942, venne nominato vicario parrocchiale nella stessa parrocchia. Morto l’Arciprete, nell’agosto dello stesso anno, il beato fu chiamato a succedergli nella guida della parrocchia. Nel tragico periodo dell’occupazione tedesca, trasformò la sua parrocchia in un “cantiere della carità”, mettendosi a disposizione di tutti coloro che necessitavano di soccorso. Durante l’eccidio di Monte Sole, si adoperò per alleviare le sofferenze della sua gente. Don Fornasini era avvertito come una presenza scomoda per l’autorità tedesca, che lo percepiva come un ostacolo al suo malvagio prestigio. Venne ucciso, all’età di 29 anni, il 13 ottobre 1944 nei pressi della cappella di San Martino, a Marzabotto (Italia). Il suo assassinio fu motivato da una specifica avversione al ministero, per cui l’odium fidei fu la ragione prevalente dell’uccisione.

Lucia dell’Immacolata (1909 – 1954): “vittima per la salvezza dei fratelli”

Lucia dell’Immacolata (al secolo: Maria Ripamonti) nacque ad Acquate (Lecco) il 26 maggio 1909. Nel 1918, per essere di aiuto alla numerosa famiglia, abbandonò la scuola e iniziò a lavorare nella filanda. Contemporaneamente, si dedicò alla vita parrocchiale, in oratorio e nell’Azione Cattolica. Maturata la vocazione alla vita consacrata, il 15 ottobre 1932, si trasferì a Brescia ed entrò nella Congregazione delle Ancelle della Carità. Il 13 dicembre 1938 fece la professione perpetua, in Casa Madre, dove rimase come comunità. Dopo approfondito discernimento, ottenne dal suo direttore spirituale il permesso di emettere il voto di “vittima per la salvezza dei fratelli”.

Si distinse per prudenza, riservatezza e obbedienza, tanto da divenire punto di riferimento, per le suore e per i laici, che l’avvicinavano confidandole anche sofferenze personali. A tutti trasmise coraggio, offrì assistenza, affidandosi al Signore, al fine di trovare le vie più idonee per soddisfare i bisogni materiali e spirituali più urgenti. Aiutò diversi giovani disoccupati a trovare un impiego, spesso intermediando con i datori di lavoro. La stessa disponibilità offrì alle suore più anziane della Casa Madre, seguendole con amore nelle loro terapie. Con particolare sensibilità e rispetto, aiutava anche le famiglie indigenti. Affetta da un carcinoma al fegato, morì il 4 luglio 1954 a Brescia (Italia). Prima di morire, offrì a Dio la sua sofferenza come espiazione degli ammalati che assisteva in ospedale.

Nel 2012 è stata avviata anche l’indagine medica sulla guarigione miracolosa, attribuita per intercessione di suor Lucia. Si tratta di una bambina italiana di 7 anni che, nel 1967, investita da un’auto a Bolzano, era in uno stato di morte clinica. I familiari invocarono l’intercessione di suor Lucia. Una settimana dopo, la bambina si svegliò e non mostrò danni fisici.

Sandra Sabattini (1961-1984): la giovane “santa fidanzata”

Sandra Sabattini nacque il 19 agosto 1961 a Riccione in una famiglia profondamente cattolica. Alla sua educazione religiosa contribuirono non solo i genitori, ma anche Don Giuseppe Bonini, zio materno, nella cui canonica l’intera famiglia visse dal 1961 al 1965 a Misano Adriatico e poi a Rimini, nella parrocchia di San Girolamo, dove il sacerdote fu trasferito.

Nel 1974 cominciò a frequentare l’Associazione “Comunità Papa Giovanni XXIII”, fondata dal Servo di Dio don Oreste Benzi. In quel contesto ebbe modo di servire i più bisognosi, svolgendo varie attività caritative e contribuendo a sensibilizzare la comunità parrocchiale alla maggiore attenzione per i disabili. Nel 1979 si fidanzò con un giovane, anch’egli membro dell’Associazione.

Nel 1980 l’Associazione aprì una comunità terapeutica per giovani con problemi di tossicodipendenza ad Igea Marina. Sandra scelse subito di dedicarsi a questo servizio con generosità e, durante le vacanze estive, si trasferiva in comunità per lavorarvi a tempo pieno. Nel 1981, dopo il liceo, si iscrisse alla facoltà di Medicina dell’Università di Bologna. Prima di iscriversi all’università chiese consiglio a don Benzi, al fine di potersi conformare perfettamente alla volontà di Dio, poiché sentiva la chiamata alla vita in missione. Prestò la sua opera con zelo in sostegno dei poveri, dei tossicodipendenti e dei disabili. Nella sua giovane età, comprese l’insegnamento della Chiesa e lo applicò nel quotidiano; non si lasciò vincere dalla logica del mondo, ma cercò di dare risposte concrete alle sfide dei tempi.

Nelle scelte soleva chiedere consiglio al direttore spirituale, che la guidava nel discernimento. Fu ferma nel portare avanti i suoi propositi di fede, nonostante le incomprensioni e le difficoltà. Dal suo diario si evince ciò che per lei era veramente importante, in particolare l’abbandono alla volontà di Dio da accettare con gioia. La fortezza che la contraddistinse derivava dall’assidua preghiera. Soleva alzarsi presto al mattino proprio per dedicare le prime ore del giorno al Signore.

Il 29 aprile 1984, insieme a due amici, mentre si recava ad Igea Marina per un incontro della “Comunità Papa Giovanni XXIII”, fu coinvolta in un grave incidente stradale. Appena scesa dall’automobile, in attesa di attraversare la strada, fu investita da un’auto. Venne trasportata immediatamente all’ospedale di Rimini e poi a quello di Bologna, dove morì il 2 maggio 1984.

La fede orientò e sostenne la sua breve vita. La passione per Cristo la spinse ad iscriversi alla Facoltà di Medicina, con il desiderio di recarsi in Africa per curare gli ammalati ed annunciare Cristo. Frequentando la “Comunità Papa Giovanni XXIII” di Don Benzi, mostrò grande bontà d’animo e carità cristiana aiutando i bisognosi, le donne con problemi familiari, i tossicodipendenti e le persone prive di mezzi. Si nutrì di intensa spiritualità eucaristica e seppe contagiare gioiosamente dell’amore di Cristo le persone che avvicinava e gli ambienti nei quali agiva. Nel suo Diario spirituale scrisse: “Il fine della mia vita è l’unione con il Signore, lo strumento per giungere a ciò è la preghiera”. Il 7 marzo 2018 venne promulgato il decreto sull’eroicità delle virtù.

Per la beatificazione di Sandra Sabattini, la Postulazione della Causa presentò all’esame della Congregazione l’asserita guarigione miracolosa, attribuita alla sua intercessione, da “adenocarcinoma della giunzione retto-sigmoidea, metastatizzato”. Nel luglio 2007, la persona di 40 anni fu ricoverata d’urgenza all’Ospedale di Rimini, dove venne diagnosticato il tumore. Successivamente il paziente venne sottoposto ad intervento chirurgico. Poiché furono riscontrate metastasi diffuse, i medici maturarono la convinzione che al paziente rimanessero pochi mesi di vita. L’analisi istologica confermò la diagnosi. Il paziente venne sottoposto a chemioterapia. Il 3 settembre 2007 la persona, che era responsabile di una Casa-Famiglia della “Comunità Papa Giovanni XXIII”, incontrò il Servo di Dio Don Oreste Benzi, che lo affidò all’intercessione di Sandra Sabattini, coinvolgendo nella preghiera l’intera Comunità. Da quel momento le condizioni del paziente migliorarono notevolmente. Negli anni 2013-2014 furono effettuati accertamenti clinici e visite oncologiche in cui non fu riscontrata alcuna recidiva del cancro. Il 2 ottobre 2019, il Sommo Pontefice ha autorizzato la promulgazione del Decreto riguardante il miracolo, attribuito all’intercessione della beata Sandra Sabattini.