“INTUIZIONI DELL’INFANZIA”
tendendo l’orecchio ai suoni che riempiono la coscienza 
PAVEL FLORENSKIJ  

Il richiamo del mare è un punto fermo della mia anima: il suono granuloso della risacca, la superficie infinita del mare che brilla di luce propria e in cui distinguo luccichii sempre più minuti, fino a particelle minuscole che, però, mai si fondono. E il mio corpo brama la salinità del mare, l’aria salata e imbevuta di iodio, un’aria anch’essa granulosa, carica di minutissimi cristalli di sale, tanto che talvolta è una gioia accostarsi anche solo a una boccetta di tintura di iodio. Grande è la voglia di sentire il sapore del mare, del pesce, delle aragoste; e grande è la fame di nutrimento marino, tanto da pensare che, se mi capitasse sotto mano un fascio di alghe, me le mangerei tutte quante. Del resto si “ha voglia” di quel che ci è necessario e che manca all’organismo. E a me mancano quelle sostanze sapide e nutrienti che, a detta degli evoluzionisti e di Canton per esempio, sono alle origini della vita. Vero è che non credo affatto agli evoluzionisti, ma mi viene da pensare che, magari, lo stesso Canton può aver sviluppato la sua teoria non su fondamenta razionali, ma raccontando una bella favoletta sulla base delle impressioni marine della sua infanzia. Se allievi e seguaci capissero su che cosa si fondano le teorie dei loro maestri, su quali intuizioni dell’infanzia scevre di razionalità, cesserebbero di jurare in verba magistri, ma nel contempo comprenderebbero assai meglio la loro personalità recondita e infantilmente geniale. (…) Se tendo l’orecchio a me stesso, nel ritmo della vita interiore, nei suoni che riempiono la coscienza, scopro i ritmi delle onde per sempre impressi nella memoria, e so che essi cercano in me la propria espressione consapevole… il suono ritmico dell’onda è spezzato da ritmi più lievi e più frequenti, da ritmi di second’ordine che – a propria volta – si articolano in ritmi di terz’ordine, poi di quarto e via dicendo; ma per quanto lontano possiamo spingerci, l’orecchio non potrà mai udire l’ultima articolazione, ciò che non è articolabile oltre, che non è divisibile oltre. (…)
Quel mare, il mare beato della mia infanzia beata, non potrò più vederlo se non dentro di me. Se n’è andato dove se ne va il tempo, probabilmente, tra i noumeni. Ma un tempo quel noumeno io l’ho visto, l’ho annusato e ascoltato. E so, più di ogni altra cosa che appresi in seguito, che, sebbene non sia più qui con me, quella mia conoscenza era più vera e più profonda che mai: ora se n’è andata, ma resta comunque dentro di me.

PAVEL FLORENSKIJ  (1882 – 1937)
tratta dal libro Ai miei figli (Mondadori 2003)